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contributo inviato da PdVigatto il 3 novembre 2012
Al consiglio di martedì non ero presente perché influenzato. Ha rimediato egregiamente (e molto più tempestivamente!) il collega Alessandro Volta: il suo resoconto è in allegato.

Io faccio un passo indietro al consiglio della scorsa settimana, di cui non abbiamo ancora parlato. Intanto condivido volentieri con voi il ricordo di Daniele Ghillani che ho letto in aula: la sua morte, il dolore e la speranza di chi gli voleva bene mi hanno toccato profondamente ( il testo è presente sul blog www.giuseppebizzi.it).

E poi vorrei fermarmi sul registro delle unioni civili. Da quando ho iniziato la mia esperienza in consiglio, il testo di nessuna delibera mi è stato tanto richiesto come quello che abbiamo approvato giovedì scorso. Segno di un dibattito amministrativo che ha intercettato una riflessione e un confronto in atto tra le persone.

La proposta iniziale è stata di Manno (Comunisti italiani), a cui è seguito il lavoro in commissione Pari opportunità. Alla fine il voto del consiglio è stato favorevole per tutti, ad eccezione di Buzzi (Pdl) e Pellacini (Udc). Il primo, pur facendo outing (“anch’io ho convissuto per lungo tempo prima di sposarmi”) ha motivato la sua contrarietà a un provvedimento dal valore ideologico e di nessuna utilità, visto la necessità di regolare la materia a livello nazionale. Per Pellacini nessuna rivelazione personale, ma forte opposizione, in particolare sul fatto che si sia un riconoscimento pubblico a scelte che sono esclusivamente private.

Siamo intervenuti in molti a favore. Tra le dichiarazioni segnalo quella di Volta (Pd) che fa parte della commissione Pari opportunità e  che ha richiamato alla necessità di guardare a una realtà dove un terzo dei bambini nasce da coppie non sposate; quella  della Guarnieri che ha distinto tra convinzioni personali e scelte amministrative; quella di Ubaldi che si è riservato di decidere dopo avere ascoltato il dibattito e alla fine ha concluso che “una dichiarazione di principio non si nega a nessuno”.

Tu che ne pensi, da cattolico? Me lo hanno chiesto in molti in questi giorni.

E la prima cosa che vorrei rispondere è che mi piacerebbe che questa domanda mi fosse stata rivolta sempre (tu, da cattolico, che ne pensi dei debiti fuori bilancio, del futuro centro commerciale di Fraore, della vendita della Stu Pasubio, del nuovo piano Asp…?). Oppure mai. Due estremi per dire che richiamare il rapporto tra fede e politica solo davanti ad alcuni temi offre da una parte un’idea riduttiva (e poco stimolante) dell’impegno pubblico dei cattolici. Dall’altra presuppone che davanti ad alcune questioni il voto di un cattolico debba essere già determinato e quindi occorra giustificare l’eccezione.

Se invece partiamo dall’idea che “nulla di genuinamente umano” deve essere estraneo al cuore dei cristiani (inizio della Gaudium et spes) e che da una medesima appartenenza di fede e adesione al magistero della chiesa possano nascere opzioni politiche e scelte differenti, tutto si fa più responsabile, più interessante.

Certo, occorrerebbe un luogo permanente all’interno della chiesa in cui potere coltivare l’unità d’ispirazione (non necessariamente di scelte) tra preti, laici impegnati nelle associazioni, cristiani che fanno politica in diversi partiti, cittadini interessati. Un luogo di discernimento e confronto a monte delle decisioni, intorno alla lettura della realtà e al principio evangelico da ricercare e affermare nelle diverse circostanze. Forti di un confronto comune, liberi nella scelta individuale, che per ciascuno vive anche nel confronto con il proprio partito e i luoghi istituzionali.

Questa necessità di confronto riguarda tutta la chiesa, i laici impegnati in politica come i vescovi. Il cardinal Martini, ad esempio, aveva sull’argomento idee differenti da altri suoi confratelli: “Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male, in luoghi di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido la posizione di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili. Io sostengo il matrimonio tradizionale con tutti i suoi valori e sono convinto che non vada messo in discussione. Se poi alcune persone di sesso diverso, o anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliamo assolutamente che non sia?” (Carlo Maria Martini e Ignazio Marino, Credere e conoscere, Einaudi 2012).

Personalmente ho votato favorevolmente in consiglio per due principali motivi che ho illustrato nel mio intervento.

Il primo è che a me pare che due persone che vivono un rapporto affettivo stabile (ci si può iscrivere al registro dopo due anni di convivenza) rappresentino un valore per la società, in termini di solidità di legami familiari e sociali, attitudine alla donazione, capacità di guardare al futuro. In questo senso un amore privato è un fatto pubblico. Il matrimonio lo mostra nel suo senso più pieno e compiuto, come sancito anche dalla nostra Costituzione. Ma davanti al fatto che tanti, sempre di più e per varie ragioni, non si sposano, cosa deve fare la politica che guarda al bene delle persone e a quello comune? Ribadire il principio “o matrimonio o niente” oppure provare a creare dei ponti che sostengano e accompagnino nella e verso la stabilità le relazioni affettive tra due persone e le famiglie che formano? Ponti, non sostituzione del matrimonio come fondamento della società. Il registro è su altra dimensione ma ne condivide gli stessi valori, che risultano così allargati, non annullati.

Il secondo motivo che porto ha a che fare con la giustizia e la difesa del soggetto più debole. Una coppia convivente non ha diritti in relazione alla cura reciproca (pensiamo all’assistenza in ospedale), a questioni economiche (assicurazioni, pensione, eredità) o abitative (graduatorie degli alloggi). Di tutto questo, in caso di separazione, ne fa le spese il soggetto della coppia che si trova ad essere in situazione di maggiore debolezza economica o lavorativa, al quale nulla è dovuto dal partner. Si può obiettare, e qualcuno lo fa, che per le coppie eterosessuali basterebbe sposarsi. Ma non credo che questo tipo di promozione utilitaristica del matrimonio possa giovare ai suoi valori, come dimostra purtroppo il fallimento di un matrimonio su due.

Ancora una volta ritengo molto meglio affiancarsi alla realtà e accompagnarla, a partire dalla tutela dei diritti di chi sceglie di rendere pubblico il proprio legame attraverso l’iscrizione al registro e le forme che la legislazione nazionale vorrà introdurre. E’ bene infatti precisare che il registro dovrà ora trovare concreta attuazione nei regolamenti dei diversi servizi comunali e che comunque molto dipenderà da una legislazione nazionale sull’argomento, a cui anche questo atto del consiglio di Parma, come di tanti altri comuni, vuole essere di stimolo. Da sottolineare poi che a questo riconoscimento dei diritti dovrà corrispondere anche un’equivalente assunzione di doveri verso la collettività da parte della coppia registrata. Il riconoscimento pubblico impegna alla reciprocità.

E’ chiaro che questi due valori - beneficio pubblico di un rapporto affettivo privato e diritti dei partner, in particolare del più debole – prescindono dagli orientamenti sessuali delle persone e perciò riguardano sia le coppie di fatto eterosessuali che omosessuali, che anzi hanno nel registro l’unica possibilità di espressione e tutela del loro legame.

Mi fermo qua: il dibattito è aperto.

1 novembre 2012
www.giuseppebizzi.it
TAG:  GIUSEPPE BIZZI  COMUNE PARMA  PD PARMA 

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