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contributo inviato da team_realacci il 9 ottobre 2012

Il giorno che andremo a votare per le primarie faremo scelte diverse. Uno di noi due voterà per Bersani, l’altro per Renzi.
Eppure – e qui sta il bello – abbiamo in testa la stessa idea dell’Italia, le stesse convinzioni sulle politiche necessarie per uscire dalla crisi, perfino lo stesso punto di vista su come il Pd dovrebbe incarnare il riformismo del 21° secolo, a partire dalla centralità della sfida ambientale e della green economy.
Come si spiega? Si spiega, intanto, con il fatto che quando abbiamo dato vita agli Ecodem abbiamo deciso di essere non una corrente del Pd, con tutto il corollario di vizi e brutte abitudini che le correnti comportano, ma una associazione autonoma ed aperta dove ciascuno di volta in volta sceglie liberamente, senza vincoli di appartenenza e senza condizionamenti: possiamo dire che sarebbe bello se tutto il Pd fosse così?
Ma si spiega anche con la convinzione che il compito che abbiamo di fronte non è solo quello di scegliere la persona più adatta per guidare il centrosinistra nella sfida elettorale: cosa sulla quale, appunto, abbiamo opinioni diverse. La positiva conclusione dell’assemblea nazionale, il cui merito è da attribuire anzitutto al coraggio ed all’intelligenza di Bersani, fa delle primarie una grande occasione per dare slancio al centrosinistra. Ridurre tutto alla scelta di un leader – una partita dove ciascuno indossa una maglietta o si limita a fare il tifo dagli spalti – sarebbe però una illusoria scorciatoia. Il compito del Pd e del centrosinistra – quindi di noi tutti, non solo del leader che guiderà la coalizione – è dire agli italiani dove vogliamo portare il paese. Come pensiamo di tirarlo fuori da questa tempesta perfetta? In che modo possiamo ridargli un ruolo in Europa e nel mondo? Non si tratta solo di scrivere un programma di governo, ma prima ancora di avere chiara in testa un’idea dell’Italia, una visione del suo futuro possibile. Vorremmo che questo fosse al centro delle attenzioni.
Da questo punto di vista la Carta di intenti approvata dal Pd – che dovrà essere un comune riferimento per tutti i candidati – è una buona base di partenza, che va sviluppata e arricchita. Noi siamo da tempo testardamente convinti che si esce dalla crisi non solo contrastando i mali del nostro paese – dalla illegalità alle disuguaglianze, dall’evasione fiscale alle tante aggressioni all’ambiente, alla salute, alla dignità dei cittadini – ma scommettendo sulle vocazioni dell’Italia, sulla qualità delle sue produzioni, sulle nuove frontiere della green economy, affrontando la crisi economica e sociale insieme a quella ambientale e aprendo così la strada ad uno sviluppo sostenibile. La Carta di intenti contiene idee importanti che gli ecologisti del Pd hanno contribuito a seminare e coltivare: si esce dalla crisi «attraverso una politica industriale integralmente ecologica», che non coincide con la somma dei tanti tavoli delle crisi aziendali che siamo chiamati ad affrontare ma richiede lo sviluppo di «prodotti e servizi innovativi in un mercato globale sempre più attento alle sfide ambientali». Valorizzando al tempo stesso «la carta più importante che possiamo giocare nella globalizzazione, quella del saper fare italiano», perché è vero che «se una chance l’abbiamo è quella di un’Italia che sappia fare l’Italia» e che «da sempre la nostra forza è stata quella di trasformare con il gusto, la tecnica e la creatività, materie prime spesso acquistate all’estero; e di usare al meglio il nostro territorio, che non è solo arte e bellezza naturale, ma bacino di risorse, creatività, talento».
La green economy è la leva per promuovere questo cambiamento.
Green economy non significa solo sviluppare le energie rinnovabili o ritinteggiare con un po’ di verde qualche settore dell’economia tradizionale. È una forma di organizzazione economica sostanzialmente diversa da quella che ha dominato il pensiero economico negli ultimi decenni. Non è un settore aggiuntivo rispetto all’economia tradizionale, è un processo di innovazione che riguarda tutti i settori dell’economia. Ciò che oggi chiamiamo green economy un giorno dovrà essere, semplicemente, l’economia. Di questo il Pd dovrebbe essere pienamente cosciente e protagonista, e non sempre accade.
L’economia verde rappresenta oggi per l’economia quello che l’elettrificazione e l’automobile prima e la rivoluzione informatica poi sono stati nel secolo scorso. Lo dimostra ciò che già sta avvenendo in tanti settori, dall’energia alla chimica verde, dall’agroalimentare all’edilizia, dal turismo alle produzioni culturali, dalle ceramiche all’high tech. È una straordinaria occasione per modernizzare e rendere più competitiva la nostra economia, che ha il suo punto di forza in un sistema produttivo fatto prevalentemente da piccole e medie imprese legate al territorio.
Dalla green economy possono nascere milioni di posti di lavoro, tra nuovi occupati e riconversione di attività esistenti. E se possiamo parlare di una via italiana alla green economy è perché nel nostro paese la rivoluzione tecnologica e produttiva legata all’economia verde incrocia la propensione alla qualità ed alla bellezza tipica di molte produzioni e molti territori, può innestarsi su vocazioni che vengono dalla nostra storia e su un patrimonio ambientale straordinario. Non è un caso che il meglio di sé, l’Italia, riesce a darlo quando intreccia l’economia con l’ambiente, la forza dell’innovazione con quella della tradizione, la tecnica con l’arte, il manufatto con il design. La crisi è l’occasione non solo per sviluppare un’economia più efficiente e sostenibile ma anche per affermare una nuova idea di benessere imperniata su valori, stili di vita e modelli di consumo orientati verso una green society, verso una qualità della vita migliore e perciò più desiderabile.
Il Pd che vogliamo è un partito consapevole delle ragioni per cui è nato. Le sfide di questo passaggio d’epoca non si vincono guardando al passato: la crisi non può essere affrontata né con le tradizionali ricette della sinistra del ’900, né con un approccio moderato e subalterno al neoliberismo. L’alternativa non può essere oggi quella di scegliere tra un riformismo vecchio e un riformismo debole. Ciò di cui abbiamo bisogno è al tempo stesso di più forti ed efficaci politiche pubbliche capaci di regolare i mercati finanziari, orientare l’economia verso la sostenibilità, ridurre le disuguaglianze, promuovere equità e solidarietà riformando il welfare; di mercati aperti alla concorrenza e liberalizzazioni che rompano incrostazioni corporative, liberandosi da insopportabili e ipertrofiche pesantezze burocratiche; di una società capace di autorganizzarsi, che valorizza la sussidiarietà e la cittadinanza attiva, non lascia indietro nessuno dando a tutti la possibilità di valorizzare il proprio talento ed i propri meriti.
Il Pd di cui abbiamo bisogno è un partito in grado di ridare speranza all’Italia. Cosciente di essere, a pochi anni dalla sua nascita, ad un bivio decisivo. Se saprà interpretare nel migliore dei modi questo difficile passaggio potrà essere il perno dell’Italia che verrà; se al contrario non ci riuscisse rischierebbe di essere travolto dalla frana del sistema politico della Seconda repubblica. Questo è il nostro compito, che va ben al di là della scelta di un leader. E che non può fare a meno di ricostruire un rapporto forte con la società ed i cittadini. Anche a questo, per noi, devono servire le primarie.

Fabrizio Vigni e Ermete Realacci

Fonte: Europa Quotidiano, 9 ottobre 2012

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