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contributo inviato da team_realacci il 27 settembre 2012

La Repubblica
27/09/2012, pagina 2 sezione BARI  

 

di ANTONIO DI GIACOMO

«ANCORA una volta ritengo che la valutazione ambientesalute dovesse essere fatta in seno ai procedimenti amministrativie non affidata alle perizie in ambito penale». È la prima reazione che Giorgio Assennato, direttore generale dell'Arpa Puglia, ha dinanzi alla notizia del respingimento da parte del gip Patrizia Todisco del piano di risanamento proposto dall'Ilva.

Professore, quale sarebbe stata la strada giusta allora?

«La dottoressa Todisco ha fatto quello che un gip ha nei suoi compiti, il suo mestiere dunque, sul quale non oso mettere bocca. Posso solo ribadire, invece, come sia un peccato che si sia giunti a questa situazione, cioè che sia dovuta intervenire la giustizia penale per evidenziare la correlazione tra fattori ambientali e sanitari, venuta a galla attraverso le perizie che hanno determinato l'azione della magistratura».

Il dado è tratto, tuttavia.

«L'azienda si sarebbe dovuta preoccupare per tempo di fare una valutazione d'impatto sanitario, in modo da renderne possibile l'analisi da parte delle autorità competenti che, a loro volta, avrebbero potuto richiedere accertamenti ed eventuali modifiche per attestare il nesso di causalità. E soprattutto conseguentemente imporre l'adozione delle Bat, le tecniche che le aziende in condizioni come queste dovrebbero scegliere tra le più efficaci dal punto di vista della tutela ambientale».

Così non è stato: l'Ilva ha fatto orecchie da mercante?

«Durante gli ultimi due anni, l'azienda si è sottratta a ogni forma di possibile interlocuzione con la Regione, gli enti locali e l'Arpa stessa. Ora, all'interno del gruppo di lavoro di supporto alla commissione istruttoria dell'Aia di Ilva, stiamo riproponendo infatti l'adozione delle migliori tra le Bat».

Ha un'idea della portata degli investimenti?

«Non sono un esperto di costi dei sistemi industriali, ma certamente sarà necessario andare ben al di là dei 400 milioni ipotizzati dall'Ilva. Verosimilmente, in effetti, il costo di un'opera di ambientalizzazione ottimale si aggirerebbe sui 4 miliardi di euro, naturalmente da non sborsare d'un botto ma attraverso un cronoprogramma di investimenti e interventi distribuito nel tempo».

Ma tali indicazioni e sollecitazioni erano già state rappresentate dalla agenzia che dirige all'Ilva?

«Nel quadro del ruolo tecnico di supporto alle autorità competenti, come la commissione istruttoria per l'Aia, la Regione, la Provincia e il Comune di Taranto, l'Arpa ha apportato il proprio contribuito così come alla soluzione del problema delle diossine al camino dell'impianto di agglomerazione anche sulle altre criticità ambientali. Tant'è che, pure nello stesso ambito del lavoro prodotto nella commissione voluta dal ministro per l'Ambiente, Corrado Clini, il cui impegno termina oggi, abbiamo prodotto documenti che saranno resi noti già nel corso di questa giornata sul portale dell'Arpa Puglia. Il punto, semmai, resta cogliere la lezione che ci giunge dal caso Taranto».

A cosa allude, professore? «È necessario creare, attraverso un adeguato quadro normativo, il sistema nazionale di protezione ambientale costituito sia dalle Arpa e che dall'Ispra, su base nazionale: un sistema caratterizzato da terzietà rispetto al decisore politico e con un budget adeguato per operare. Last not but least è improcrastinabile che siano fissati i Limiti essenziali di tutela ambientale (Leta), il corrispondente dei cosiddetti Lea nell'ambito della sanità. Sarebbe possibile già attraverso l'approvazione del progetto di legge Bratti-Realacci che, ironia della sorte, giace ormai da anni alla Camera dei deputati».

Fonte: la Repubblica

27 settembre 2012

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