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contributo inviato da salernorosario il 23 settembre 2012
           

Anno 2012 N° 39 del 23-09-2012.

IL MEGAFONO.

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

La striscia rossa del 14 settembre 2012.

Occorre creare occasioni di lavoro sostenibile, in primis nella produzione di quei beni collettivi di cui abbiamo tanto bisogno: ambiente, beni culturali, assistenza. Se non ora quando?.

Chiara Saraceno.

1-Romiti velenoso: "Viene il dubbio che il Piano Italia non sia mai esistito".

(Rai News24.it Roma, 17-09-2012)

Altra stilettata a Marchionne. Che il piano fabbrica italia non sia mai esistito "è un dubbio che viene...". Cesare Romiti, intervistato dal Tg3, torna a criticare Sergio Marchionne e la strategia industriale della Fiat

L'ex numero uno del Lingotto stigmatizza anche i rapporti tra Fiat e esecutivo Monti e non risparmia critiche a quest'ultimo: manca una politica industriale. "Io sono uomo d'altri tempi, io anche nei momenti peggiori, quando veniva un segnale del governo rispondevo. Per me - dice ancora Romiti - il Governo è il Governo

La mia era l'epoca di Carli: lui quando vedeva un finanziere alla dogana, gli veniva voglia di mettersi sull'attenti. perché rappresenta lo stato"

La Fiat potrebbe chiudere altri stabilimenti dopo Termini Imerese? Sì, se il Governo non mostra una strategia convincente per evitarlo. "Del resto - aggiunge - lo stesso Monti ha detto che non possiamo imporre scelte imprenditoriali all'impresa. Quando la Fiat sceglie andare a produrre in Serbia (la nuova 500 XL, ndr) mi chiedo perché il Governo non interviene, perché non dà benefici... Secondo me è mancata una politica industriale"

La striscia rossa del 20 settembre 2012.

Per battere le dittature ci vogliono governi attivi nel sostenere i diritti umani, governi che non restino immobili di fronte a certe situazioni internazionali. Sostenete chi lotta per questi diritti.

Shirin Ebadi, Nobel per la Pace.

2-Chi guiderà tra sette mesi il governo e il Quirinale?.

(di EUGENIO SCALFARI La Repubblica.it 16 settembre 2012).

I MERCATI europei festeggiano gli ultimi eventi favorevoli alla tenuta dell'euro che pongono le premesse per un rilancio dell'economia reale, mentre sull'opposta sponda del Mediterraneo si è scatenata una vera e propria ondata di anti-americanismo quale non si vedeva da molto tempo

Per ora assistiamo a due fenomeni che sembrano svolgersi su due diversi livelli, ma non è questa la realtà; i due livelli sono strettamente intrecciati l'uno con l'altro. Se l'ondata anti-americana non sarà al più presto contenuta il rischio è la sconfitta di Obama nelle presidenziali americane. Per l'economia europea sarebbe un colpo temibilissimo; mancano 50 giorni a quel voto che anche l'Europa attende col fiato sospeso

Intanto i mercati privilegiano il bicchiere mezzo pieno e le ragioni non mancano: la Corte di Karlsruhe ha definito il fondo "salva-Stati" compatibile con la Costituzione tedesca; la Merkel ha dato a Draghi l'ok definitivo allo scudo anti-spread se sarà richiesto dalla Spagna e dall'Italia; le elezioni olandesi sono state vinte dai partiti europeisti; infine la Fed di Bernanke ha deciso di iniettare nell'economia Usa una marea di liquidità al ritmo di 40 miliardi di dollari al mese per un periodo di almeno due anni.

Le condizioni d'un rilancio generale contro la recessione e a favore di nuova e maggiore occupazione ci sono dunque tutte e il buon andamento delle aste italiane di questi ultimi giorni ne sono la più visibile manifestazione. Gli effetti sull'economia reale tuttavia non saranno immediati ma dovrebbero manifestarsi fin dall'autunno del 2013

C'è tuttavia un problema tutt'altro che marginale che ha fatto la sua comparsa in modo imprevisto: che ne sarà della politica di Monti e della sua posizione personale dopo le elezioni del 2013? I governi europei vorrebbero che restasse alla guida d'un nuovo governo ma quest'ipotesi si scontra ora con un quadro politico italiano a dir poco confuso nel quale tutte le prospettive che fino a poco tempo fa sembravano plausibili sono invece saltate, le alleanze previste si sono rotte, la polemica tra i partiti e anche all'interno di essi si è trasformata in una lotta di tutti contro tutti. Infine la nuova legge elettorale il cui varo era stato dato per imminente, è diventato una "araba fenice"

Dicevamo che i mercati festeggiano ed hanno buone ragioni per farlo, ma sulla politica italiana batte invece la campana a martello. Gli italiani voteranno per l'Europa o contro di essa? Questo è il punto al quale le forze politiche non hanno ancora risposto e che anzi, a guardarle da come si stanno comportando, sembrano ignorare o addirittura non capire

* * *.

Il governo Monti adottò un anno fa una politica di rigore che, pur con molti errori ed eccessivi annunci non sempre seguiti dai fatti, evitò che il paese precipitasse nel baratro del default. Contemporaneamente ha guadagnato all'estero e in particolare in Europa una credibilità che da tempo i nostri governi avevano perduto. Questa credibilità ci consente di riprendere il nostro posto al tavolo europeo e di esercitare un ruolo non marginale nella costruzione di un'Europa politica e federata.

Ma non sono solo queste le novità introdotte dalla svolta "montiana". Ce n'è un'altra che potrebbe produrre un mutamento addirittura rivoluzionario nella storia dell'Italia repubblicana ed è il ruolo delle istituzioni nel quadro costituzionale e politico.

Noi ci siamo abituati a considerare le istituzioni come altrettanti snodi delle attività dei partiti. Non è così, o meglio non dovrebbe essere così poiché non è questo il ruolo delle istituzioni in uno Stato di diritto nella sua versione di democrazia parlamentare

Le istituzioni sono titolari dell'interesse generale, ciascuna nell'ambito della propria competenza, e rappresentano lo Stato. Il governo-istituzione rappresenta il potere esecutivo dello Stato, il Parlamento ne rappresenta il potere legislativo e quello di controllo sull'operato dell'esecutivo e della pubblica amministrazione; la magistratura rappresenta il potere giudiziario che è un potere diffuso e non gerarchicamente organizzato e per questo motivo i suoi membri necessitano di rigorosi comportamenti e di organi di autocontrollo poiché ogni magistrato è titolare del potere di giurisdizione nell'ambito del suo ruolo e dalle regole previste per quel ruolo non può discostarsi

Anche le "autorità" sono istituzioni che esercitano le proprie competenze in nome dello Stato e con spirito di "terzietà" che è lo strumento caratterizzante dell'interesse generale

I partiti non sono titolari dell'interesse generale e non possono ovviamente aver caratteristiche di terzietà proprio perché sono "parti". Sono invece (o dovrebbero essere) portatori di una loro visione del bene comune. In libere elezioni le varie visioni si confrontano e, secondo le decisioni del popolo sovrano, ne emerge una maggioranza e un'opposizione. In Parlamento vengono discusse e approvate le leggi e ogni intervento del potere esecutivo che abbia valore erga omnes.

È molto delicato il rapporto tra Parlamento e governo: sono due istituzioni e rappresentano poteri distinti, ma la prima è formata da persone alle quali il popolo ha affidato il compito di realizzare la visione del pubblico bene che ha ottenuto la maggioranza dei consensi. Il governo deve dunque operare nel quadro di quella visione per ottenere l'approvazione dei delegati del popolo ma il governo deve anche aver ben presente la totalità dei cittadini e quindi deve inquadrare la visione del bene comune della maggioranza nel quadro dell'interesse generale. Quando queste due diverse angolazioni non trovassero una sintesi il governo va in crisi oppure il Parlamento viene sciolto e si torna dinanzi al popolo sovrano

All'indomani della fondazione dello Stato unitario centocinquanta anni fa questa delicatissima questione del rapporto tra i partiti e le istituzioni rappresentò uno dei problemi principali dei governi chiamati ad amministrare lo Stato. Uomini come Minghetti, Spaventa, Bonghi, Lanza, Zanardelli, ne discussero a lungo; magistrature speciali furono create a tutela della terzietà della pubblica amministrazione

A guardar bene, la storia politica dell'Italia è stata scandita principalmente dal rapporto tra le istituzioni e la politica, tra l'interesse generale rappresentato dallo Stato e quello dei partiti e delle associazioni che ne rappresentano varie visioni e interpretazioni. Entrambe queste realtà costituiscono elementi essenziali della politica; compito dei partiti è di imprimere dinamismo allo Stato attraverso riforme che ne modernizzino il funzionamento e ne aggiornino gli obiettivi; compito delle istituzioni è di impedire che le leggi siano violate e che la distinzione dei poteri si indebolisca favorendo così interessi particolari a detrimento della generalità

La novità che ha avuto Napolitano come autore e Monti come strumento di attuazione è stata esattamente questa: recuperare la terzietà delle istituzioni e ricondurre i partiti al loro compito che è quello di mettere le istituzioni a contatto con il popolo. Non è stato e non è un compito facile; la crisi economica in corso e il quadro globale dell'economia hanno accelerato e drammatizzato questo percorso introducendovi un tema ulteriore: la necessaria costruzione di un'Europa federata con cessioni di sovranità dai governi nazionali a quello europeo. In prospettiva dovrà nascere uno Stato europeo con istituzioni europee e popolo europeo.

Questo è l'obiettivo del prossimo futuro. Susciterà incomprensioni e resistenze che già sono all'opera. La strada è lunga, la crisi economica ne rende il percorso al tempo stesso più accidentato e più necessario. Tra sette mesi il governo Monti cesserà le sue attività e la legislatura sarà conclusa; negli stessi giorni il Capo dello Stato avrà concluso il suo settennato. Si tratta purtroppo di una coincidenza che rende molto visibile il vuoto al vertice delle istituzioni. Come sarà colmato quel vuoto? Chi ci rappresenterà in Europa? Chi troverà la sintesi tra il rigore economico e il rilancio dello sviluppo e dell'occupazione? Chi risolverà quella questione morale che non è soltanto la lotta alla corruzione e all'evasione ma anche il recupero dell'autonomia delle istituzioni dal predominio dei partiti?.

Manderemo Grillo a rappresentarci in Europa? Di Pietro o Diliberto a tutelare la salute degli abitanti di Taranto che respirano da mezzo secolo polvere di carbone e contemporaneamente a mantenere al lavoro i 18mila operai dell'Ilva? Manderemo Renzi a discutere con Draghi e con la Merkel sul futuro dell'euro? Oppure riaffideremo ai vecchi partiti e alle vecchie oligarchie, che hanno fallito l'obiettivo di rinnovarsi e adeguarsi alle nuove mappe del futuro, il compito di riprendere i loro posti dopo una parentesi solo dall'emergenza (che peraltro dura tuttora)?.

* * *.

I cittadini chiamati a votare nell'aprile dell'anno prossimo avranno dunque molte questioni da risolvere con il loro voto. Le seguenti:.

1 - Vogliono una nuova Europa capace di avere un suo ruolo nel mondo globale dove si confrontano i continenti, le loro economie, le loro monete, le loro politiche? Oppure rifiutano queste prospettive e preferiscono invece tornare alla lira e all'Italietta dei Montecchi e Capuleti?.

2 - Vogliono che la nuova Europa  -  e l'Italia che ne fa parte  -  abbiano una visione politica dominata dal liberismo economico oppure da un socialismo dirigista oppure da un liberalsocialismo riformista che unisca insieme la libertà di impresa e di mercato con l'equità sociale e la lotta contro le diseguaglianze?.

3 - Vogliono che l'interesse generale prevalga sulle lobby e le clientele oppure lo considerano una parola vuota di fronte alla concretezza degli interessi particolari che antepongono il presente alla costruzione del futuro?.

Il nuovo Parlamento rispecchierà le risposte che gli elettori avranno dato a queste domande sempre che la legge elettorale registri gli orientamenti degli elettori tutelando la libertà e la governabilità. Il tira e molla sulla predetta legge ha ormai raggiunto un livello non più oltre tollerabile e il Capo dello Stato ha ben ragione di elevare contro questo modo di procedere la sua più indignata protesta

Spetterà comunque al presidente della Repubblica eletto dal nuovo Parlamento di nominare il nuovo governo tenendo ovviamente conto che esso dovrà ottenere la fiducia delle Camere

Non vorremmo più vedere il nome dei leader sulle schede elettorali e neppure vorremmo vedere delegazioni di partiti nei governi. Tutto questo appartiene ad un passato che non deve più ritornare. Non si tratta di giovani o vecchi secondo l'anagrafe ma di giovani o vecchi secondo le idee, il talento, la preparazione e l'umanità. Il resto è fuffa demagogica, purtroppo in Italia ce n'è in abbondanza

La striscia rossa del 19 settembre 2012.

Dando dello scroccone allo studente che chiede un prestito per l'università Romney dimostra di non conoscere il Paese in cui vive Quando finirà questo sfoggio di incompetenza?.

New York Times Muhammad Yunus.

3-Nuova gaffe di Romney: «I poveri? Non mi interessano».

(da Mondo l'Unità.it 18 settembre 2012).

Hanno una «mentalità da vittime» e «non pagano le tasse». Un nuovo video rischia di creare imbarazzo al candidato Mitt Romney. Lo pubblica la rivista Mother Jones e sarebbe stato girato all'insaputa di Romney nel corso di una raccolta fondi alla quale la stampa non era ammessa. Romney non compare mai in volto, non è chiara la data in cui il video è stato girato e al momento non è possibile stabilire la sua veridicità.

Ma la registrazione rischia di creare imbarazzo nella corsa alla Casa Bianca di Romney, di cui il video mostra solo le spalle e la conformazione del cranio. «C'è un 47% di americani che sono con Obama»: sono persone che «dipendono dal governo, che ritengono di essere vittime, che credono che il governo debba occuparsi di loro, che sia un diritto accedere alla copertura sanitaria e a tutto quello che vogliono». Ha questo si aggiunge il fatto che «non pagano le tasse». Questi americani «io non li convincerò mai della necessità di assumersi le proprie responsabilità» dice Romney nel video. Immediata la replica della campagna di Obama. «È scioccante che un candidato dica a porte chiuse, a un gruppo di ricchi donatori, che la metà degli americani sono vittime»

 Come capita spesso in questi casi eclatanti, l'ennesima gaffe di Mitt Romney contro gli elettori parassiti di Barack Obama, impazza su Twitter. In queste ore, nei flussi del sito di microblogging, gli hashtag, le parole chiave, dedicati al video rubato da Mother Jones sono i piu’ cliccati: in particolare va molto forte #RomneyEncore, cioè il bis di Mitt, e #47percent, tale è la percentuale di americani, secondo Romney che votano Barack Obama, che si sentono poveri e vittime, e che sopratutto a lui non interessano per nulla

La striscia rossa del 19 settembre 2012.

Contro la stupidità anche gli dei sono impotenti. Ci vorrebbe il Signore. Ma dovrebbe scendere  Lui di persona, non mandare il Figlio.

John Maynard Keynes.

4-Idv, scontri e ultimatum: resa dei conti a Vasto.

(Di Andrea Carugati  l'Unità.it 21 settembre 2012).

Tregua armata dentro l’Idv, dopo l’infuocato esecutivo di ieri pomeriggio (oltre sette ore di riunione) in cui la fronda guidata dal capogruppo Massimo Donadi ha incalzato il leader su un tema dirimente, e cioè l’alleanza col Pd alle prossime politiche. Alla fine della seduta fiume con i vertici dell’Idv (oltre un centinaio i presenti), è stata trovata una linea di mediazione «molto democristiana» (copyright di uno dei presenti). Un documento approvato dall’esecutivo che non scioglie nessuno dei nodi politici sul tavolo, ma che può essere letto dai dissidenti come una «vittoria» (cosa che ha fatto Donadi) e dai pretoriani di Tonino (vedi il capogruppo al Senato Belisario) come una conferma della linea del Capo.

Che dice dunque il testo approvato? Esprime «la volontà» del partito «di costruire insieme alle forze politiche e sociali, riformiste e di centrosinistra una coalizione basata su un programma di governo comune e che sia alternativo alla deleteria esperienza dei precedenti governi Berlusconi ed anche alle politiche dell’attuale governo Monti ed in tal senso dà mandato pieno al presidente ed all'Ufficio di Presidenza del partito di ricercare (nei modi, nei tempi e con le forme che l'agenda politica e le linee guida fondamentali del partito illustrate dal presidente del partito ed approvate permetteranno) ogni percorso utile a raggiungere l’obiettivo con il coinvolgimento attivo dei mondi utili della società civile».

Cosa avevano chiesto Donadi e gli altri frondisti? Che Tonino la finisse di corteggiare Grillo, che si adoperasse per ricomporre la frattura col Pd, a partire dalla firma della Carta d’intenti di Bersani e dalla partecipazione dell’Idv alle primarie. Due linee assai diverse, dunque. Con Donadi che ha avvertito il suo leader: «Guarda che se non ci alleiamo col Pd rendiamo ancor più probabile l’ipotesi di un Monti bis che a parole diciamo di non volere...».

Già, perché i punti su cui l’Idv sembra più unita sono proprio il no al ritorno dei tecnici e la volontà di conservare una legge elettorale che premi le coalizioni. Oggi, nel suo discorso di apertura della tre giorni di Vasto, Di Pietro ha mostrato di aver metabolizzato le esigenze dei suoi frondisti: ha rilanciato la foto di Vasto con Bersani e Vendola, ha lodato Bersani («persona perbene e competente»), si è detto persino pronto a «fare un passo indietro» sui programmi perché «noi riconosciamo al Pd il diritto-dovere come partito di maggioranza relativa della coalizione di guidarla». A una condizione, però: «Bersani deve scegliere: noi vogliamo aiutarlo a non fare tutto e il contrario di tutto».

In particolare, l’ex pm ha picchiato duro, insieme a Vendola, sull’ipotesi di alleanza Pd-Udc: «A che cosa serve allearsi con l’Udc solo per fare maggioranza? Non risolve i problemi. Noi dobbiamo tenere ferme le ragioni per cui la coalizione era nata». Naturalmente, Tonino, ha ribadito i suoi paletti di programma, a partire dalla volontà di smontare la riforma dell’articolo 18 targata Fornero e la campagna referendaria in compagnia di Ferrero e Diliberto (oltre al leader di Sel). Ma, considerando i toni delle ultime settimane, ha colpito il riferimento positivo a Monti: «Con lui all’estero non siamo più derisi».

Insomma, Tonino si è sforzato di andare incontro ai suoi dissidenti. «Questo è il Di Pietro che conosco e che mi piace. Questa è l'Idv orgogliosa delle sue idee ma saldamente inserita in una coalizione di centrosinistra», gongola il ribelle Donadi. «Sul Pd ha fatto quel passo avanti che chiedevo da mesi». Ma avverte: «Da Vasto in poi occorre essere coerenti e conseguenti con se stessi. Di Pietro ha detto cose importantissime, da domani dobbiamo aprire un confronto con il Pd perché queste diventino un progetto di governo». Già, perché i dissidenti non si fidano. E soprattutto sono consapevoli che il rapporto coi democratici è talmente logorato che saranno necessari mesi (e forse non basterà), per riuscire a ricucirlo. Anche se la presenza a Vasto di Vasco Errani, braccio destro di Bersani, e le sue parole su un'ipotetica ripresa del dialogo tra i due partiti sono un segnale molto significativo. «Dobbiamo inviare chiari ed inequivocabili di apertura ed affidabilità», insiste il capogruppo. E avverte: «Vigileremo».

Già la settimana prossima tornerà a riunirsi l’ufficio di presidenza Idv, per una prima verifica della linea uscita da Vasto. Del resto, il pressing dei dissidenti ha già suscitato molti malumori tra i pretoriani di Tonino. Il più esplicito è il deputato Francesco Barbato: «Di Pietro deve cacciare Donadi e i suoi, è ora di fare pulizia! All’esecutivo di ieri hanno dato vita a una corrente filo Pd, che io chiamerei NCO, Nuova corrente organizzata».

Il riferimento alla camorra è tutt’altro che casuale. Barbato fa nomi e cognomi di esponenti Idv sulla linea Donadi, a partire dai due consiglieri regionali campani Nicola Marrazzo e Dario Barbirotti. E li accusa addirittura di rapporti con i clan campani: «Barbirotti, quinta colonna Pd all’interno dell’Idv, è stato protagonista del “magna-magna” sulla “monnezza”, come certificato dalla procura di Salerno, per conto dell’altro Ras campano del Pd, Vincenzo de Luca». Parole che segnalano un clima avvelenato. Un clima da separati in casa che, a fatica, il voto unitario dell’esecutivo ha tentato di dissimulare. Anche se una nota dell'ufficio di presidenza ha subito preso le distanze da Barbato "che è solo alla ricerca di pubblicità". Ma la battaglia tra dipietristi e dissidenti non si placa. Felice Belisario, capogruppo in Senato e fedelissimo di Tonino, replica indispettito ai proclami di vittoria del collega Donadi: «Tonino ha confermato la linea degli ultimi mesi, sul Pd non ha detto niente di nuovo...».

La conferma che la finta unanimità su un documento volutamente ambiguo non ha risolto la guerra dentro l’Idv. Solo una tregua armata, appunto. Come finirà? Come sempre, sarà Di Pietro a dire l’ultima parola. A fiutare l’aria, e a capire dove portare il suo partito per capitalizzare l’antipolitica nelle urne. Prevarrà il Di Pietro responsabile dell’ultimo governo Prodi o il grillino che attacca a testa bassa il Capo dello Stato? Prima di rispondere, bisognerà vedere con che legge elettorale si voterà. Se resterà il Porcellum, prevarrà il Tonino soft. Con il proporzionale, dove ognuno prende i voti per sé, aspettiamoci i fuochi d’artificio. Con buona pace del mite Donadi.

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