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contributo inviato da salernorosario il 17 settembre 2012
           

Anno 2012 N° 38 del 16-09-2012.

IL MEGAFONO.

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

La striscia rossa 9 settembre 2012.

In Europa servono politiche di giustizia sociale per garantire i diritti fondamentali, previsti da tutte le Costituzioni, a una vita dignitosa, alla salute, al lavoro e alla cultura.

Guido Rossi.

1-Per l'Europa o contro. La scelta è  questa.

(di EUGENIO SCALFARI La Repubblica.it 09 settembre 2012).

Mario Monti è molto soddisfatto delle decisioni prese da Mario Draghi: le Borse europee sono state in netto rialzo dopo quelle decisioni, lo "spread" è in netto ribasso, la speculazione si è "accucciata". Ad un giornalista tedesco che gli domandava se l'euro avesse ancora un futuro il presidente della Bce ha risposto: "L'euro è irrinunciabile"

È vero, il piano d'azione deciso dall'Eurotower rappresenta una svolta epocale di questa crisi ed anche un rafforzamento significativo della Banca centrale, della sua indipendenza e dei suoi poteri. Ma, per quanto ci riguarda, è necessario un altro passo avanti del governo, del Parlamento e dei partiti: bisogna europeizzare l'Italia affinché l'Italia contribuisca efficacemente ad europeizzare l'Europa. L'ha detto con estrema chiarezza Giorgio Napolitano nel suo recente discorso di Venezia: l'Italia deve puntare sulla nascita d'uno Stato federale europeo e non può farlo se non europeizzando i propri comportamenti

Monti ha già iniziato questo percorso ma ora si trova anche lui di fronte ad una svolta difficile: deve accettare le nuove "condizionalità", cioè ulteriori "compiti da fare a casa" ottenendo l'okay del fondo "salva Stati", senza il quale Draghi non renderà operativo il suo intervento per quando riguarda il nostro Paese

Le Borse, l'abbiamo già detto, hanno festeggiato e lo "spread" è calato di cento punti in pochissimi giorni, la speculazione è stata bloccata, ma questi positivi risultati non dureranno a lungo se l'intervento della Bce non diventerà operativo.

Tanto più se la Spagna, come è assai probabile, accetterà di chiedere l'okay del fondo "salva Stati". Se noi restassimo fermi nella nostra posizione di non chiedere quell'aiuto, la speculazione probabilmente lascerebbe in pace la Spagna e piomberebbe addosso a noi con rinnovato vigore

Questo è dunque il passaggio che il nostro governo dovrebbe compiere e la maggioranza parlamentare che lo sostiene dovrebbe votare

Per evitarlo senza conseguenze negative Monti ha in mente di creare un organo di controllo indipendente "in ambito parlamentare" che esamini quotidianamente tutti i provvedimenti in corso e dia il suo parere vincolante. In realtà questo organo esiste già in ambito parlamentare ed è il comitato di bilancio del quale è necessario il bollino di copertura prima che le commissioni competenti procedano sul merito. Fuori dall'ambito parlamentare ma nell'architettura costituzionale c'è poi la Corte dei conti. Non si vede dunque la novità della proposta allo studio

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In che cosa consiste il piano d'intervento della Bce è noto: acquisterà sul mercato secondario titoli pubblici con scadenze fino a tre anni, anche residuali rispetto alle date di emissione; la quantità degli acquisti sarà illimitata; la Bce non sarà un creditore privilegiato; nel frattempo il fondo "salva Stati" interverrà se necessario alle aste indette dal Tesoro italiano

L'obiettivo è quello di far diminuire i tassi di interesse dei Paesi "aiutati" con l'obiettivo di armonizzare i tassi in tutta l'eurozona. Ma per ottenere questi risultati estremamente significativi i paesi interessati  -  e cioè Italia e Spagna  -  dovranno accettare ulteriori condizioni il cui adempimento sarà controllato dalla "troika" composta da Bce, Fondo monetario internazionale e Commissione di Bruxelles. Controlli trimestrali e risultati certificati dall'Eurostat

Non è un commissariamento tipo Grecia, specialmente per quanto riguarda l'Italia che la maggior parte dei suoi "compiti a casa" li ha già fatti, ma certo è l'assunzione di ulteriori responsabilità. Mario Draghi ha fabbricato il "bazooka" per bloccare la speculazione e Mario Monti dovrà metterselo sulla spalla e farlo funzionare. Non c'è molto tempo. Prima avverrà e meglio sarà per noi e per l'euro, cioè per l'Europa

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Non è detto che le "nuove condizioni" chieste dalla "troika" si concentrino su nuovi sacrifici, nuova fiscalità, nuovi tagli alla politica sociale. Da questo punto di vista infatti il governo Monti ha già fatto molto, a cominciare dalla riforma delle pensioni, da quella del lavoro, dalla lotta all'evasione, dalla riforma della sanità e da un inizio di riqualificazione della spesa. Il risultato è l'avanzo della spesa corrente che sfiora ormai il 4 per cento

Se l'intervento della Bce farà diminuire il tasso di interesse, ogni punto in meno di quel tasso significherà una diminuzione di 16 miliardi annui nell'onere del Tesoro per il debito pubblico

Con ogni probabilità le "nuove condizioni" riguardano dunque l'incremento della produttività, lo snellimento della pubblica amministrazione, una "spending review" più incisiva, una tassazione sulle rendite per eliminarle. Infine l'esecuzione rapida dei provvedimenti già approvati

Le "nuove condizioni" hanno dunque un obiettivo che unisce il mantenimento del rigore e i presupposti della crescita. Se il nostro governo, dopo opportuni negoziati, arriverà all'accordo, entreremo in una fase nuova dove anche le istanze sociali potranno trovare più ampio accoglimento

Ma le "nuove condizioni" hanno anche e inevitabilmente un risvolto politico: esse impegnano il nostro Paese fino a quando la crisi non sarà superata. Detto in modo ancora più chiaro, significa che il nuovo governo che si insedierà dopo le elezioni del 2013 avrà, per quanto riguarda l'economia nel suo complesso, la strada già tracciata. Alla pietanza in corso di cottura potrà aggiungere una manciata di basilico o di prezzemolo o di menta ma non molto di più.

Il rilancio contro la recessione vero e proprio sarà l'Europa tutta insieme a doverlo sostenere e un'Italia in regola potrà dare un contributo di grande importanza. Quando il nostro Presidente della Repubblica parla di europeizzare l'Italia ed europeizzare l'Europa è proprio questo che pensa e che esorta a fare. Ben per noi se seguiranno la sua esortazione

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Alcune forme d'opposizione hanno preso iniziative che si definiscono da sole. Roberto Maroni ha lanciato un referendum leghista che riserva l'uso dell'euro alle sole regioni virtuose (ovviamente del Nord). Le altre tornino alla liretta d'un tempo

Antonio Di Pietro invece ha avuto un'altra pensata: raccogliere le firme e indire un referendum per l'abolizione dell'articolo 18 del codice del lavoro. Vendola si è associato. Acqua fresca per racimolare qualche voto vagante ma incitare le piccole imprese a scomparire nel sommerso.

Immaginiamo per amore d'ipotesi che i voti populisti di questo tipo si raccolgano insieme e mettano in imbarazzo la maggioranza parlamentare futura o addirittura la scavalchino come reagirebbero i mercati? E immaginiamo che quel bel ragazzo di Matteo Renzi, abilissimo nell'arrampicarsi sulla pertica dell'"outsider", sia lui a guidare un moncone dell'ex Pd insieme ad un moncone del Pdl e spetti a lui di rappresentarci in Europa. Il presidente della Bundesbank un'ipotesi del genere per buttare l'Italia fuori dall'euro se la sogna la notte

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Angela Merkel sta attraversando un passaggio molto stretto. I falchi della Bundesbank non si limitano a manifestare il loro dissenso dalla politica di Draghi votandogli contro nel Consiglio direttivo della Bce, ma lo attaccano ripetutamente e radicalmente sui giornali di mezzo mondo in compagnia dei liberali e della Csu bavarese e perfino di alcuni "colonnelli" del partito della Cancelliera. Gran parte dell'opinione pubblica tedesca è con loro, non vuole che la Germania ceda sovranità all'Europa spendacciona. Rifiuta l'Europa ed auspica che la Corte costituzionale di cui si attende il verdetto il 12 prossimo, dichiari incostituzionali i fondi "salva Stati"

Che cosa farà la Cancelliera nei prossimi giorni per bloccare quest'offensiva? Tra le varie ipotesi c'è quella che attribuisce alla Merkel l'intenzione di pretendere per il suo governo la supervisione sulle "nuove condizioni" da imporre ai Paesi che chiedano l'auto del "salva Stati", ma si tratta di un'ipotesi priva di senso: le "nuove condizioni"  -  se la Spagna e anche l'Italia decideranno di chiederle  -  prevedono il controllo della "troika" (Bce, Commissione Ue, Fmi). La Germania è ampiamente rappresentata in tutte e tre le istituzioni; inoltre la Bce è indipendente dai governi, sicché quest'ipotesi non sta in piedi.

In realtà la Merkel ha un'altra strada da seguire, che ha già imboccato da alcuni mesi senza però farne il centro della sua politica. Adesso è venuto il momento di porre come obiettivo primario la fondazione dello Stato federale europeo del quale la Germania non può che essere il perno di sostegno

Ciò significa dare la priorità  -  almeno per quanto riguarda la politica economica e sociale  -  all'Europa rispetto agli Stati nazionali. Se sceglierà questa la strada, la prossima campagna elettorale tedesca si svolgerà all'insegna d'una scelta tra Europa e Germania

Stando agli attuali sondaggi non c'è dubbio che l'opinione pubblica tedesca sceglierebbe la "nazionalità" e rifiuterebbe l'europeizzazione, ma un risultato del genere farebbe saltare l'intera costruzione europea a cominciare dalla moneta comune. Questa è una responsabilità che per ragioni se non altro storiche la Germania non può assumersi.

Infine: le previsioni dell'Ocse dicono che nei prossimi due trimestri il Pil tedesco sarà negativo, rispettivamente dello 0,2 e dello 0,8 per cento. Recessione dunque anche in quel paese fin qui considerato il motore del continente. Se la previsione sarà confermata la Germania avrà un disperato bisogno d'una politica di rilancio della domanda e degli investimenti, che è l'esatto contrario di quanto predicano gli avversari di Draghi.

L'europeizzazione degli Stati nazionali è la sola strada pensabile e questa è la sfida che tutti ci coinvolge, Germania in testa. La Cancelliera ha la capacità politica di percorrerla ponendola fin d'ora al primo posto nell'ordine del giorno dell'Europa

L'Italia non può che essere parte attiva di questa partita. Monti ha sempre sostenuto questo obiettivo, Napolitano altrettanto e non a caso l'ha richiamato nel suo discorso di Venezia e lo richiamerà ancora proprio oggi a Cernobbio. Noi abbiamo una campagna elettorale ormai imminente. Se le forze politiche la smetteranno di "pettinare le bambole" (come ha scritto Alfredo Reichlin sull'"Unità" di ieri) e capiranno che anche per noi è venuto il momento di porre la costruzione dell'Europa al centro della politica italiana, si sarà compiuto un passo avanti fondamentale. Oppure, nel caso contrario, un passo indietro drammatico perché il baratro in cui non siamo caduti è ancora lì, aperto e a poca distanza.

14 settembre 2012

La libertà di opinione, di espressione, di pubblicazione è una libertà che non ammette limiti, che si fa forte dello spirito di tolleranza, che si inventa un Voltaire permissivo che non è mai esistito (non è sua la frase "Disapprovo quel che dite, ma lotterò fino alla morte perché possiate dirlo"). Voltaire non avrebbe detto né tollerato bugie come quelle dette, solo per insultare, sul fondatore della religione musulmana

Barbara Spineli 14 settembre 2012

2-Tra libertà e responsabilità

(di BARBARA SPINELLI La Repubblica 14 settembre 2012)

ANCORA una volta, come l'11 settembre 2001, il volto stupefatto dell'America s'è accampato davanti ai nostri occhi. L'ambasciatore Christopher Stevens era appena stato ucciso, e Hillary Clinton non si capacitava

"Perché è potuto succedere tutto questo? Perché in un paese, la Libia, che abbiamo aiutato a liberare? In una città, Bengasi, che abbiamo salvato dalla distruzione?" Dall'attentato alle Torri sono passati undici anni, e l'angoscia resta muta, quasi l'occhio non vedesse che orrore e buio.

Ancora una volta si risponde con le armi o con i droni, ma la parola è lenta a venire. Ieri Hillary Clinton ha denunciato il video anti-Islam, ma l'attonimento iniziale è significativo. L'occidente lancia al mondo la sua domanda - Perché non ci amate? - e mai fornisce una risposta, mai lo sguardo smette d'appannarsi, disperatamente miope. Il male è nero, e il nero non è dicibile. C'è il rischio di giustificarlo, se provi a vederlo, a capirlo. C'è il rischio di sovvertire il bene di cui ti credi l'artefice: le rivoluzioni arabe, le primavere democratiche, la guerra senza screzi in Libia. Il dilemma è comprensibile: se fai "parlare" il male, gli dai diritto di parola e di esistenza

Invece bisogna capirlo, il nemico: e studiarlo, osservarlo, anche quando lo combatti, proprio se lo vuoi combattere. È evidente che il video sul Corano è un pretesto, che dopo l'uccisione di Bin Laden si voleva punire l'America, nell'anniversario dell'11 settembre, e scommettere sul peggio: la disfatta elettorale di Obama. Cercare di capire è tutt'altra cosa che giustificare, e non è nemmeno restare neutrali. Nella sua Teoria del Partigiano, Carl Schmitt scrive una cosa su cui vale la pena riflettere, in questi giorni d'ira contro il filmato trasmesso da organizzazioni vicine a Terry Jones, il reverendo che invoca i roghi del Corano: "Il nemico è la forma che assume la nostra questione". Conoscerlo e misurarlo significa conoscere se stessi, la "questione su chi siamo"

Un video distruttore della figura di Maometto ha scatenato in vari paesi musulmani la furia di piccoli ma bene armati gruppi di estremisti. Furia divenuta sanguinaria, a Bengasi: non stupisce che abbia colpito un giusto, un ambasciatore che il Corano lo conosceva e lo rispettava. Anche i morti nel crollo delle Torri, nel 2001, erano innocenti - a loro modo giusti - delle malvagie politiche attribuite ai governi americani.

Ma se vogliamo analizzare quello che chiamiamo nemico, e non ripetere sempre la stessa intontita domanda davanti alle telecamere, dobbiamo tentare qualche risposta, e cominciare a formulare quel che la violenza in Libia, Egitto, Yemen dice su di noi, sulle nostre illusioni, sulla "nostra questione".

La nostra questione è la forza prima infamante e infine incendiaria che può emanare da un video diffuso mondialmente su YouTube. Può emanare anche da vignette anti-islamiche, come si è visto in Danimarca nel 2005, o più recentemente da un libro, come quello scritto da Richard Millet in Francia (Langue fantôme - Lingua fantasma, Gallimard). Questa forza di offendere ha un nome sacro, sancito dalle leggi liberali e specialmente inviolabile nella cultura politica statunitense: si chiama libertà di opinione, di espressione, di pubblicazione.

È una libertà che non ammette limiti, che si fa forte dello spirito di tolleranza, che si inventa un Voltaire permissivo che non è mai esistito (non è sua la frase "Disapprovo quel che dite, ma lotterò fino alla morte perché possiate dirlo"). Voltaire difese dalla censura dei benpensanti testi e autori che esecrava: bisognava tuttavia che i testi contenessero qualcosa che per lui era una "verità, anche se triviale". Wikileaks e Assange per esempio portano alla luce fatti veri, e il loro diritto di parola va difeso: cosa che non accade. Non sputano bugie come quelle dette, solo per insultare, sul fondatore della religione musulmana

La libertà d'opinione professata in democrazia diventa una questione nostra - interpella innanzitutto noi occidentali, dice qualcosa su di noi - quando si trasforma in forza sovranamente indifferente alle conseguenze di quel che viene detto, ignara del rapporto fra parola e azione, negatrice della propria responsabilità. Quest'ultima non ha come scudo leggi egualmente cogenti, e articoli inviolabili delle costituzioni liberali. La responsabilità per le conseguenze di quel che diciamo o scriviamo o filmiamo non è egualmente protetta.

È l'uomo pensante che mette insieme quel che l'istinto bruto disgiunge: la libertà e la responsabilità, il diritto di dire qualsiasi cosa capiti e il dovere di non sprezzare e declassare persone e religioni diverse. Un dovere che nelle società liberali abbiamo comunque, con o senza reciprocità

Gli autori del video non sentivano questo dovere pensante, erano solo sicuri della propria libertà e delle leggi che la tutelano. Che importa se dico che Muhammed era un pedofilo, o quant'altro? Importa invece molto, come Max Weber insegna a proposito della vocazione dell'intellettuale e del politico: chi esercita tali professioni deve saper combinare l'etica delle convinzioni e quella della responsabilità, senza far prevalere l'una sull'altra e sapendo che l'equilibrio fra le due è fragile e sempre scabroso

La libertà senza confini pensa di essere puro convincimento, e per questo la sua energia desta spesso ammirazione. Ma quando viene meno la responsabilità anche la convinzione vacilla, perde la purezza cui pretende: diventa non solo irresponsabile, ma falsificatrice della realtà. È quel che viene da dire sulle convinzioni dello scrittore Millet. Il suo libro, che sta dividendo i francesi, contiene una riflessione sull'attentato di Breivik nell'isola norvegese di Utoya, il 22 luglio 2011 (69 morti, più otto uccisi a Oslo).

La convinzione di Millet è la seguente: Breivik è "il segno disperato, e disperante, del fatto che l'Europa ha sottostimato le devastazioni del multiculturalismo, e segnala anche la disfatta dello spirituale a vantaggio del denaro". I giovani uccisi nel meeting socialdemocratico incarnano un'Europa "uscita dalla Storia", perché islamizzata e contrassegnata dalla "conversione dell'individuo in piccolo-borghese meticciato, mondializzato, incolto e socialdemocratico - ossia la tipologia delle persone uccise da Breivik"

Contrariamente a Millet, non credo che l'eccidio di Utoya sia una catastrofe perché gli europei sono affetti dalle malattie elencate nel libro (più precisamente, nel brano che ha per titolo "Elogio letterario di Anders Breivik", apparso sul Foglio il 30 agosto): malattie cui l'autore dà il nome di nichilismo multiculturale, perdita di identità, islamizzazione, denatalità, irenica fraternità.

Quel che è stato veramente tragico a Utoya, è più semplice e quasi indicibile. Perché i ragazzi presenti nella riunione socialdemocratica non hanno organizzato una difesa, a Utoya?  Perché non hanno escogitato espedienti, gettando sassi o tendendo tranelli, per limitare la furia di Breivik? Come mai sono andati come agnelli al macello?.

Alcuni di loro hanno reagito: tre adolescenti ceceni, abituati a una vita di guerriglia, hanno salvato ventitré ragazzi, prima gettando pietre poi nascondendoli in una grotta, e in Norvegia sono ricordati come eroi. Anche le vittime hanno responsabilità: questo è quasi indicibile. Il tremendo è che a volte, perché imprigionati o minacciati, hanno solo quella. Ecco un'altra questione nostra. Ma è diversa da quella di Millet o dei video anti-musulmani

Lasciamo stare le false citazioni di Voltaire, quando parliamo di tolleranza. Voltaire non ha detto che bisogna esser tolleranti con gli intolleranti. Limitiamoci a constatare che la scelta è tragica (ci sono perle incomparabili nei pamphlet più antisemiti di Céline, non ve ne sono, pare, nel libro di Millet e tanto meno nei video contro il Corano) e che la frontiera tra libertà e responsabilità è un'esilissima linea. Ma una risposta dobbiamo cercarla, in noi stessi, se davanti alla violenza non vogliamo divenire sordomuti senza speranza.

9 settembre 2012

Quando si è prigionieri della sindrome populista evidentemente non si riesce più nemmeno a discernere il vero dal falso. Quella che Grillo chiama con enfasi «iper-democrazia» si sta rivelando niente di più che la regola ferrea di una caserma governata con gli insulti e i diktat

Pietro Spataro  9 settembre 2012

3-La strana idea di democrazia che aleggia in testa a Travaglio.

(Di Pietro Spataro  9 settembre 2012).

OCCHIELLO: Per Travaglio, la denuncia fuorionda di Favia contro il metodo con cui Grillo e Casaleggio governano i Cinque Stelle è sintomo di «salute e di vitalità», lo scandalo è altrove.

Che un consigliere abbia paura di dire pubblicamente ciò che pensa è un fatto molto preoccupante. Che non riesca a dire apertamente che nel movimento a cui appartiene non c’è democrazia e vige un sistema padronale dominato da un personaggio «spietato e vendicativo», è il sintomo evidente di una grave anomalia.

Per Marco Travaglio, invece, la denuncia fuorionda di Giovanni Favia contro il metodo con cui Grillo e Casaleggio governano i Cinque Stelle è il sintomo evidente di «salute e di vitalità».

Lo scandalo è altrove, ovviamente: cioè in quella «fogna chiamata politica» dove s’aggirano solo «ladri, mignotte e vecchie muffe». E dove, come ci spiega il Fatto di ieri qualche pagina più avanti, vige la «democrazia dei brogli» con «tessere finte e congressi truccati».

Diciamo la verità: è una strana idea di democrazia quella che aleggia nei pensieri di Travaglio. Se consentire al capo di un partito di dettare comunicati e impartire ordini ai suoi adepti attraverso un computer, se assolvere o condannare usando un blog o espellere i dissidenti con un battito di web sono considerati atti democratici, vuol dire che si è persa completamente la bussola.

Quando si è prigionieri della sindrome populista evidentemente non si riesce più nemmeno a discernere il vero dal falso. Quella che Grillo chiama con enfasi «iper-democrazia» si sta rivelando niente di più che la regola ferrea di una caserma governata con gli insulti e i diktat. Nella quale le idee degli altri, nonostante la demagogia delle consultazioni on line, contano meno di zero se non sono in sintonia con quelle dei due grandi capi.

Tant’è che un signore che aveva provato a dire la sua, Tavolazzi, è stato cacciato senza nemmeno l’ombra di un regolare processo e l’onere della prova. Lo stesso Favia ora viene accusato di aver ordito il complotto con un fuorionda concordato e non rubato e vedrete che sarà messo alla porta. E il sindaco di Parma Pizzarotti, che si era permesso di dire in un’intervista che serve un congresso, è stato costretto a fare autocritica e a rettificare in malo modo.

Definire tutto questo un sintomo di vitalità ce ne vuole. Farlo sembra invece solo un esercizio di equilibrismo tipico di un giornale che pensa di difendere la verità rivelata e considera nemici tutti quelli che possono metterla in discussione. Che il Fatto sia diventato l’organo ufficiale di Grillo e Casaleggio è ormai un dato, basta leggere ogni giorno quel che scrive.

Problemi loro, naturalmente. Ma un po’ di sobrietà nel difendere l’indifendibile non guasterebbe da parte di chi impartisce lezioni di moralità e di giustizia. D’altra parte però che cosa ci si può aspettare di più da Travaglio? Tempo fa confessò di aver votato Bossi, che dirigeva un partito nel quale la democrazia non è riuscita a trovare nemmeno uno scomodo strapuntino.

Evidentemente Travaglio è affascinato dagli uomini forti: quelli che, come diceva una vecchia pubblicità, non devono chiedere mai

12 settembre 2012

«Nel Movimento abbiamo questi due o tre ragazzi che hanno fatto due mandati e non si possono più ripresentare e così sono entrati nel panico. Erano disoccupati e per un po’ d’anni si sono trovati a prendere uno stipendio e a gestire un po’ di potere. Adesso devono lasciare. Così vanno in televisione a straparlare di democrazia. »

«Il “grano” e il “poterino” purtroppo sono un problema»

La filosofia di Beppe Grillo

4-Grillo sfiducia Favia Ma è rivolta sul blog «Non siamo sudditi».

(di Toni Jop l'Unità.it  12 settembre 2012).

Favia tiene duro? Insiste con le sue lamentele nei confronti della coppia Grillo Casaleggio e del modo in cui gestiscono, senza democrazia, milioni di consensi? Allora prenda questo: «Io non caccio nessuno, ma Favia non ha più la mia fiducia». Così scriveva ieri Grillo sul suo blog privato l’indomani dell’intervista del consigliere regionale eretico a “Otto e mezzo”; ma la terra, questa volta, non ha tremato di fronte a parole così pregne di sofferto disgusto. E questa è una notizia: lo specchio del blog, in coda alla autorevole comunicazione di servizio, non ha dedicato al capo supremo la fervente accoglienza di rito, anzi. In molti si e gli chiedono da dove gli venga quest’aria da spaccone, benché il sintetico messaggio informi la platea che la coppia leader – non sappiamo se d’accordo o meno – ha rinunciato al desiderio di spazzare Favia – il detrito – dalle falangi grilline

Il fatto è che Favia, con il suo outing ha spalancato le finestre su un mondo fin qui tenuto in freezer con l’incanto della terra promessa ed ora in molti chiedono conto di ciò che è stato e di ciò, soprattutto, che non è stato, nonostante gli annunci e le morgane della democrazia diretta

Un passo indietro: mentre i fans, più o meno delusi e allarmati, leggevano e rileggevano quella riga scarna, Grillo, in costume da bagno – così raccontavano alcuni quotidiani on line – diceva la sua ad un grappolo di bagnanti liguri accorsi attorno al suo costume, sta scritto, «rosso». Ed è proprio in braghetta rossa che Grillo ha rincarato la dose nei confronti di Favia con uno stile poco brillante. «Nel Movimento – racconta – abbiamo questi due o tre ragazzi che hanno fatto due mandati e non si possono più ripresentare e così sono entrati nel panico», questa è la lettura politica di quel che è accaduto. Poi, l’affondo tra le cozze della politica: «Li capisco, per carità. Erano disoccupati e per un po’ d’anni si sono trovati a prendere uno stipendio da tremila euro al mese e a gestire un po’ di potere e adesso si sentono l’acqua alla gola perché devono lasciare. Così vanno in televisione a straparlare di democrazia. Il “grano” e il “poterino” purtroppo sono un problema»

Chissà perché per lui il suo grano e il suo poterino non sono un problema: è vaccinato? Oppure il problema non esiste finché anche lui non va in tv a straparlare di democrazia? Uscita debole, come la righetta sul blog: il gran capo è all’angolo, almeno sembra, non può come al solito menare le mani.

E sono i suoi i primi a mettere in crisi l’aura di santità che ha sempre difeso la sua illustre figura: «Gravissimo quanto detto – annota Luigi Carlo Illuminati – Se pensi che il Movimento sia una cosa di tua proprietà è ora che tu faccia un esame di coscienza… stai sbagliando»; «Credo che Favia sia un ragazzo onesto – scrive Maurizio B. – A Roma se ci arriviamo impreparati siamo finiti. E questo voleva dire Favia…». L’onda non è sempre così composta: «Grillo ma che c…o dici? Chi se ne frega se Favia ha o meno la tua fiducia. Sei un grande ma non sei dio…»; «Beppe, il problema sei tu e Casaleggio – franchezza per franchezza, ndr – dovete chiarire il vostro ruolo nel movimento altrimenti sarà la fine…»: Enzo D. non sta facendo il bagno, è chiaro. Mimmo Scaracchio incalza: «Il ruolo di Casaleggio andrebbe chiarito – e dagli – Buttare a mare chiunque non sia d’accordo con una impostazione autoritaria non è cosa rassicurante». Ecco perché Grillo non ha cacciato Favia. E adesso come ne esce?

 

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