.
contributo inviato da salernorosario il 9 settembre 2012
           

Anno 2012 N° 37 del 09-09-2012.

IL MEGAFONO.

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

La striscia rossa del 1 settembre 2012.

I cristiani non temono il dialogo, cercano la collaborazione di persone di diversa fede e pensiero, di chi è insodisfatto e pone domande. Con loro portano nel mondo luce e gioia di vivere.

Carlo Maria Martini

1-Carlo Maria Martini. La fede e il dubbio. IL RICORDO

(di EUGENIO SCALFARI La Repubblica. it 01 settembre 2012).

 OSO pensare che sia stato un momento sereno o addirittura felice quello di Carlo Maria Martini quando ha deciso di essere staccato dalle macchine che ancora lo tenevano in vita e consentirgli di entrare nel cielo delle beatitudini, se Dio vorrà

Ne abbiamo parlato spesso nei nostri incontri. Lui diceva che la sua fede era salda ma si confrontava ogni giorno con i dubbi. Non sulla fede ma sul modo di usarla, di farla vivere con gli altri e per gli altri. La fede - così diceva - è al tempo stesso contemplazione e azione, ma sono due movimenti dell'anima intimamente collegati. La contemplazione è solitaria, l'azione è solidale e pastorale

Io, da tutt'altro punto di vista, obiettavo che il dubbio sull'azione finisce per coinvolgere la fede nella sua interezza. Lui, quando gli feci quest'osservazione, rispose che infatti ogni giorno chi ha fede deve riconquistarla; questo è il compito del cristiano e in particolare del vescovo, successore degli apostoli: mettere la sua fede al servizio degli altri, quindi metterla in gioco e insieme agli altri, insieme alle pecore smarrite, riconquistarla

Un giorno gli domandai quale fosse per lui il momento culminante della vita di Gesù: il discorso della montagna, oppure l'ultima cena o la preghiera nell'orto del Getsemani o l'interrogatorio dinanzi a Pilato o le "stazioni" della Passione o infine la crocifissione e la morte. "No - rispose - il momento culminante è la Resurrezione, quando scoperchia il suo sepolcro e appare a Maria e a Maddalena.

E poi, trasfigurato, agli apostoli ai quali affida il compito di andare e predicare"

Martini è andato e ha predicato; si è confrontato, ha privilegiato i giovani preti e i laici più lontani ed ha considerato la morte come l'attimo in cui si varca la porta che conduce alla contemplazione eterna nella luce del Signore. L'anima abbandona il corpo dov'era rinserrata, ha fatto l'esperienza dei peccati, si è misurata con le tentazioni, ha pregato per gli altri in attesa di quel momento supremo. Per questo oso pensare che decidere di andare in pace sia stato l'attimo felice della sua vita

Io non ho la fede nell'oltremondo e non la cerco. Lui lo sapeva e non ha mai fatto nulla per convertirmi. Non era questa la sua pastoralità, almeno con me. Voleva offrirmi la sua esperienza e forse utilizzare la mia. Ma quale esperienza? Non certo quella del mondo ma quella dell'anima, degli istinti, dei sentimenti, dei pensieri

L'ultima volta che ci siamo incontrati, lo scorso inverno, gli portai il mio ultimo libro intitolato a Eros che non è certo una divinità cristiana. Lui non parlava già più, sussurrava e il suo assistente don Damiano leggeva il moto delle sue labbra e lo traduceva. Ma dopo aver rigirato tra le mani tremanti il libro, mi chiese (e don Damiano tradusse) se il protagonista del libro fosse l'amore e io risposi che sì, era un libro sull'amore e soprattutto l'amore per gli altri. E lui fece sì con la testa, per dire che gradiva il dono

L'amore per gli altri è il modo che Gesù indicò come il solo che conduce a Dio, la "caritas" l'"agape". Quello è il compito della Chiesa apostolica: la "caritas" per arrivare a Dio attraverso il figlio che si è fatto uomo

Quando ci lasciammo lui mi sussurrò nell'orecchio: "Pregherò per lei" e io risposi: io la penserò. E lui sussurrò ancora: "Eguale"

Oggi penso molto a lui. Lui, nell'immagine di quell'attimo finale, ha certo pensato che stava varcando la porta della vita eterna. E io penso che lui l'abbia pensato e questo mi consola della sua perdita.

La striscia rossa del 2 settembre 2012.

Amici miei, tenete a mente questo: non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori.

Victor Hugo

2-«Martini voleva andare avanti E noi abbiamo avuto paura».

(Intervista al Card. Bettazzi di Roberto Monteforte l'Unità.it 2 settembre 2012).

 È stato un riferimento per molti, anche nella Chiesa il cardinale Carlo Maria Martini. Soprattutto per il suo coraggio e per la sua libertà, alimentata dalla forza del Vangelo, di parlare all’uomo contemporaneo. Da qui anche la sua fedeltà al Concilio Vaticano II e la sua capacità di guardare con fiducia al futuro. È il biblista che si fa pastore e profeta. Così lo ricorda monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e uomo del Concilio.

Monsignor Bettazzi, come risponderebbe a una delle ultime domande poste dal cardinale Martini: perché la Chiesa ha paura di avere coraggio?

«Perché cercando di incarnare il Vangelo nelle situazioni storiche che è un suo dovere troppo spesso si è rimasti fermi al passato. Quando il Papa era anche re, si dava un’impronta alla Chiesa adatta a quei tempi, ma non certo all’oggi. La Chiesa invecchia quando perde il rapporto con la storia che muta. Per questo Giovanni XXIII ha voluto un Concilio Vaticano II pastorale e non dogmatico. Che aiuti la Chiesa a camminare con la gente. Forse abbiamo avuto paura che ciò portasse ad eccessivi rinnovamenti e tutti assieme gerarchia e popolo di Dio abbiamo avuto paura ad andare avanti. Questo avrebbe richiesto una purificazione dei nostri modi di pensare e di agire che forse richiedevano troppo sacrificio. A questa purificazione e al superamento di certi modi del passato ci ha chiamato il cardinale Martini, lui così radicato nella Parola di Dio, da sentire quanto forte fosse il richiamo a viverla nel nostro tempo»

Cosa è stato per lei?

«Un punto di riferimento. Non ho avuto molte occasioni di contatti personali con lui. Era un uomo di grande levatura, sia per la sua profonda conoscenza delle scritture, che per la sua preparazione. Sapeva illuminare le situazioni. Ho avuto modo di frequentarlo negli ultimi tempi a Gallarate, quando gli abbiamo presentato un progetto di rilancio del Concilio. Abbiamo trovato una certa consonanza, una simpatia. Durante uno di questi incontri mi ha chiesto di presiedere l’eucarestia familiare. Lo ricordo con molta commozione e gratitudine»

Cosa è stato per la Chiesa in Italia?

«Lo ripeto. Un punto di riferimento. L’insieme della Chiesa ufficiale gli riconosceva la sua grande personalità. Ma restava molto legata all’idea della tradizione come continuità da conservare. In latino tradere vuole dire trasmettere, quindi saper rinnovare i principi forti secondo le situazioni di un mondo che si sviluppa. Come dicevano gli antichi: nelle cose necessarie bisogna essere uniti, in quelle opinabili liberi, purché in tutte ci sia la carità. Era questo lo stile di Martini: da una parte l’attenzione alla Bibbia e dall’altra il dialogo con “la cattedra per i non credenti”. Il rinnovamento che cercava di vivere nella sua diocesi a Milano, non poteva non diventare motivo di attenzione per il resto della Chiesa. Il dialogo con i non credenti, ad esempio, che allora creò scalpore, alla fine è stato riproposto da papa Benedetto XVI all’incontro di preghiera per la pace tra le religioni tenutosi ad Assisi lo scorso anno. Ha voluto che ci fosse anche un non credente»

Ma intervenendo nel 2005 alla riunione dei cardinali che precedette l’elezione del successore di Giovanni Paolo II ha posto con chiarezza l’esigenza di un rinnovamento nella Chiesa..

«Non da candidato al pontificato. D’altra parte era già malato. Pare che abbia invitato tutti i porporati a votare per Ratzinger, chiedendo però al futuro Benedetto XVI di impegnarsi per il Concilio, per la collegialità e per l’ecumenismo. Sono i punti che il nuovo Papa affronterà nel suo primo discorso dopo l’elezione al Conclave. Quando due anni fa Martini si è recato in udienza dal Papa, non avrebbe parlato della successione alla diocesi di Milano, ma posto l’esigenza di un rilancio del Concilio a 50 anni dalla sua apertura»

Ha avuto ascolto..

«Non poteva non averlo. Poneva le sue idee con moderazione. Ed anche chi divergeva da lui, non poteva non guardare alla sue idee. Non poteva ignorare che nascevano da un uomo profondamente radicato nella parola di Dio. Una parola che, ci ha aiutato a capire, non è un deposito delle verità di fede, ma l’invenzione di Dio per metterci a tu per tu il popolo antico e quello nuovo composta da ciascuno di noi-conLui. E se sei“a tu per tu con Dio” hai la forza anche per sacrificare modi di valutare le cose che in passato potevano essere utili alla Chiesa, ma che oggi non lo sono più. È così che può parlare al cuore del tempo e quindi anche ai giovani, con le loro sensibilità e mentalità diverse dalla nostra. Lo chiede il Concilio che con il documento sulla Chiesa pone con nettezza la centralità del popolo di Dio nella Chiesa. Il laicato, prima di dover obbedire alla gerarchia, deve vedere questa mettersi al suo servizio».

Sono stati punti fermi per Martini..

«...Che non chiese mai la convocazione di un Concilio Vaticano III. Sapeva bene che vi era il rischio che si mettessero in discussione punti importanti del Vaticano II. Quello che ha chiesto è che su alcuni punti particolari, come la sessualità, la bioetica, la pastorale dei divorziati e sui punti oggi caldi per la Chiesa tutti i vescovi del mondo venissero a Roma per decidere con l’autorevolezza del Concilio e con il Papa. Sarebbe il modo di vivere la collegialità superando i limiti dei Sinodi»

Saranno accolte queste richieste poste da un profeta che ha avuto la libertà di guardare oltre?.

«Me lo auguro. A volte i profeti da morti hanno più influenza che da vivi. Direbbe Martini: è il principio evangelico, quello del frutto di frumento che in terra se vive resta solo, se muore dà molto frutto».

La striscia rossa del 30 agosto 2012.

La prova del progresso non sta nell’aggiungere qualcosa all’abbondanza di quanti hanno molto, ma nel provvedere abbastanza per coloro che hanno troppo poco

Franklin Delano Roosevelt.

3-Mali antichi insidiano il nostro fragile paese ESc 2-9-12.

(di EUGENIO SCALFARI 02 settembre 2012).

Ho ancora nel mio cuore e nei miei pensieri l'immagine di Carlo Maria Martini mentre il popolo sfila davanti al suo feretro e gremisce il Duomo e la grande piazza di Milano dove per tanti anni esercitò la sua missione di Vescovo. Se n'è andato un padre che poteva anche essere un Papa alla guida della Chiesa in tempi così procellosi?.

No, non poteva essere un Papa e non era un padre. È stata una presenza ancora più toccante e inquietante: è stato un riformatore che si era posto il problema dell'incontro tra la Chiesa e la modernità, tra il dogma e la libertà, tra la fede e la conoscenza. "Non sono i peccatori che debbono riaccostarsi alla Chiesa ma è il pastore che deve cercare e ritrovare la pecora smarrita". Così diceva e così faceva

È morto nel pomeriggio di venerdì, i medici l'avevano già sedato, ma la mattina di giovedì aveva ancora celebrato la messa e mormorato dentro di sé il Vangelo perché la voce era del tutto scomparsa, le mani non reggevano più neppure l'ostia e non deglutiva. Ma la mente era vigile, la fede intatta e lui sorretto davanti all'altare ne era la prova vivente

Pochi giorni prima aveva risposto ad un suo confratello che gli chiedeva quale fosse lo stato della Chiesa: "C'è ancora una brace ardente nel braciere, ma lo strato di cenere che la ricopre ha un tale spessore che rischia di spegnerla del tutto. Perciò bisogna disperdere quella cenere perché il fuoco torni a riaccendersi"

Chi l'ha seguito condividendone la fede dovrà ora impegnarsi a disperdere quella cenere ma dubito molto che si riesca. Chi ne ha apprezzato il coraggio e la modernità di pensiero dovrà farne uso per evitare che la modernità si incanaglisca nello schiamazzo e si impantani negli egoismi e nella palude dell'indifferenza

Questo è il tema che oggi voglio affrontare. Lo dedico a lui per la sua lotta contro tutte le simonie. Quella lotta è anche la nostra e la sua immagine ci incita a restarle fedele

* * *.

Noi viviamo in un Paese arrabbiato, in un continente arrabbiato, in un mondo arrabbiato. Questa situazione non è normale. La rabbia sociale è un elemento permanente in ogni epoca perché in ogni epoca ci sono ingiustizie, invidie, rancori. Ma non dovunque, non in tutto il pianeta contemporaneamente. Questo invece sta accadendo. C'è rabbia in Siria, in Iran, in Palestina, in tutto il continente africano dal nord al sud e dall'est all'ovest; c'è rabbia in Russia, in Ucraina, in Cina, in Giappone, nelle Filippine. E in tutti i Paesi di antica opulenza, oggi in crisi, in perdita di velocità e costretti a darsi carico delle rabbie altrui e delle proprie

La rabbia sociale accresce gli egoismi e ottunde la consapevolezza. Chi odia è posseduto da nevrosi di gelosa invidia e da istinti distruttivi. Chi odia vuole distruggere. La rabbia divide e al tempo stesso unisce, gli individui arrabbiati diventano folla, la folla è una forza anonima sensibilissima alle emozioni che evocano i demagoghi

La demagogia è il climax ideale di questa fase e di solito  -  così insegna la storia  -  non ha altro sbocco se non la perdita della libertà. I demagoghi lo sanno ma rimuovono questo pericolo confidando nel loro virtuosismo di trattenere le folle agganciate al loro precario carisma

Rabbie sociali, folle emotive, demagoghi che cavalcano quelle emozioni e ne diventano le icone; poi quelle stesse folle applaudiranno e isseranno sulle loro spalle i dittatori che imbavaglieranno le loro bocche e li legheranno alla catena della servitù

La storia è gremita di esempi, ma noi ne abbiamo avuti in casa di recenti. L'arma di cui si servono sia i demagoghi sia i dittatori, che spesso sono le stesse persone e coprono gli stessi interessi, è la semplificazione. Le folle non sopportano i ragionamenti complessi, vogliono risposte immediate, vogliono emozioni forti, vogliono il nemico da abbattere, il traditore da linciare, il bersaglio sul quale concentrare i colpi

I Paesi di antica democrazia possiedono anticorpi robusti che riescono di solito a contenere e a vincere il virus demagogico. Ma noi italiani non viviamo in un Paese di antica e solida democrazia

La democrazia ha come condizione preliminare l'esistenza dello Stato. L'Italia ha uno Stato, creato appena 150 anni fa, che la maggioranza degli italiani non ha mai amato. Non lo amò quando nacque, si ribellò contro di esso tutte le volte che poté. Il fascismo nacque da una ribellione contro lo Stato che nasceva da sinistra e fu utilizzata dalla destra. Ne venne fuori lo Stato totalitario, cioè la negazione della democrazia

Poi la democrazia arrivò, frutto delle catastrofi della guerra, ma quanto fragile! Basta una spinta, basta un buon venditore di slogan, basta una dose di antipolitica per ammaccarla e mandarla in pezzi

Il procuratore generale dell'antimafia ha detto l'altro giorno che "menti finissime sono al lavoro per colpire le Procure e il capo dello Stato". Può darsi che sia così, ma non credo ci vogliano menti finissime. In un Paese nel quale alligna la furbizia e il disprezzo delle regole, basta una ciurma di demagoghi da strapazzo per provocare un incendio. I piromani mandano a fuoco ogni estate decine di migliaia di ettari di bosco e ancora non si è capito il perché

* * *.

I focolai dell'incendio sono numerosi ma il più esteso deriva dal fatto che l'economia europea è da un anno in recessione e ci resterà per un altro anno ancora. Noi siamo purtroppo in testa a questa classifica per una ragione evidente: siamo in coda nel tasso di produttività, di crescita e di investimenti; per di più abbiamo accumulato uno dei debiti pubblici più grandi del mondo

Responsabilità? Generali. La politica ne ha molte perché ha sempre preferito guardare all'oggi anziché al domani; una responsabilità non minore ce l'hanno il capitalismo italiano, le lobby, le clientele. Anche i sindacati, forse un po' meno di altri ma comunque non trascurabili: hanno difeso più il posto di lavoro che il lavoro, favorendo in questo modo l'ingessatura del sistema produttivo e rendendo difficile la mobilità sociale. Questo non è un errore da poco, caro Landini

Adesso molti di questi nodi sono arrivati al pettine e i sacrifici sono diventati necessari. Ma i sacrifici non piacciono a nessuno e scatenano la rabbia sociale. "Vengono colpiti i soliti noti". In gran parte è vero ma bisognerebbe anche capire che mille euro tolti a 20 milioni di persone dovrebbero salire a duecentomila euro se le persone fossero soltanto centomila di numero. Gli evasori ovviamente sono infinitamente di più e per quanto li riguarda il problema è la loro rintracciabilità

Comunque: i sacrifici non piacciono a nessuno ed è quindi normale che creino disagio, in certi casi anche molto acuto. Poi ci sono focolai di incendio più ristretti nella loro estensione ma molto più intensi

* * *.

Uno di questi è certamente l'Alcoa che gestisce le miniere sarde di carbone allo zolfo. Quelle miniere  -  lo ricorda Alessandro Penati su la Repubblica di ieri  -  furono aperte a metà dell'Ottocento. Poi furono chiuse perché il carbone di quella qualità non aveva mercato e la sua produzione era antieconomica. Ma poiché in quella zona della Sardegna non c'erano altre risorse per creare lavoro, la sequenza di aperture, chiusure e riaperture delle miniere fu continua ed è durata fino ad oggi passando dallo Stato all'Iri, all'Enel, all'Eni. Infine anche l'Eni chiuse perché il carbone allo zolfo non lo comprava nessuno

Lo Stato però riuscì a vendere le miniere alla società canadese Alcoa che produce alluminio ed ha bisogno di carbone. Il costo di quello del Sulcis era fuori mercato e l'Alcoa accettò il contratto solo se lo Stato gli avesse fornito l'energia elettrica necessaria alla produzione di alluminio a prezzo sussidiato. Il contratto è durato 15 anni, il sussidio è stato pagato da ciascuno di noi nella bolletta dell'energia elettrica. Adesso è scaduto e lo Stato non lo ha rinnovato, per cui l'Alcoa se ne va salvo nuove trattative per nuove soluzioni

La rabbia dei cinquecento minatori si è almeno in parte placata dopo l'annuncio dato dal ministro Passera a trecento metri di profondità e forse una soluzione sta per essere trovata

È invece ancora in altissimo mare la questione dell'Ilva di Taranto. La riassumo con le parole del giovane attore Riondino che è uno degli esponenti nel movimento di protesta tarantino: "I lavoratori dell'Ilva, compreso l'indotto, sono diciottomila. Diciamo pure che considerando il sub-indotto arrivino a trentamila. Sono molti e la chiusura dell'azienda per loro è una catastrofe. Ma la popolazione di Taranto, compresi quei trentamila lavoratori, è di 186 mila abitanti, tutti quanti, bambini e neonati compresi, respirano polvere di carbone dalla mattina alla sera: un'incubazione che passa da una generazione all'altra e che mette Taranto al più alto livello di tumori delle vie respiratorie"

Questo è il problema. La rabbia dei lavoratori si somma a quella di tutti gli abitanti per due ragioni diverse anzi opposte: il lavoro e la salute. I sindacati e le parti politiche di riferimento vorrebbero conciliare le due cose, ma ci vuole molto tempo e moltissimi soldi che lo Stato non ha. E quindi la rabbia infuria

Di esempi analoghi c'è una lista lunghissima. Ciascuno produce rabbia. I motivi, le cause, le responsabilità sono diversi, ma tutto si unifica. Agitate con energia e il cocktail è pronto

* * *.

Tanti fiumi più o meno fangosi si uniscono a valle in un solo grande fiume e un solo delta, ma quel delta diventa palude perché manca  -  vedi caso  -  la liquidità

Nel caso specifico la liquidità è Draghi che dovrebbe darla e a quanto risulta sembra deciso a farlo. Darà battaglia il 6 prossimo al Consiglio direttivo della Bce e aspetterà il 12 la sentenza della Corte costituzionale tedesca sul fondo salva-Stati. Poi si muoverà. Forse, per superare l'opposizione della Bundesbank, chiederà l'ok dell'Ue e Monti dovrà fare in modo di farglielo avere impegnandosi ad un calendario rigoroso per attuare iniziative già approvate dal Parlamento che attendono però i decreti attuativi

L'intervento di Draghi sarà della massima importanza per uscire dal pantano, mitigare le rabbie, depotenziare i demagoghi e consentire che Monti porti a termine il suo lavoro con l'appoggio indispensabile del presidente della Repubblica, senza il quale saremmo da un pezzo finiti nell'immondezzaio dell'Europa

Ma è anche necessario uno sfondo politico per un'Europa politica. Ci sarà?.

Il cardinale Martini si occupò anche di questo problema e lo espose con parole chiarissime dinanzi al Parlamento di Strasburgo dove fu invitato a parlare nel 1997. Trascrivo le sue parole a chiusura di questo articolo che ho a lui dedicato

"L'Europa si trova dinanzi a un bivio decisivo della sua storia. Da un lato si apre la strada d'una più stretta integrazione politica che coinvolga i popoli europei e le loro istituzioni. Dall'altro ci può essere un arresto del processo di unificazione o una sua riduzione solo da alcuni aspetti economici e limitatamente ad alcuni Paesi"

Questo è il dilemma: la nascita d'una vera Europa in un mondo globale o la sua irrilevanza politica e storica. Gli italiani responsabili non possono essere indifferenti di fronte a questo dilemma

La striscia rossa del 31 agosto 2012.

Il popolo è sovrano. Ma se immagino una coalizione fra Silvio Berlusconi e Beppe Grillo non vedo un buon segnale per il futuro dell’Europa. Forse per la televisione...

Martin Schulz

4-A chi gioverebbero le dimissioni di Napolitano ?.

(Commento di RAR bpf su "Il Messaggero.it" 30 Agosto 2012).

L'uso della stampa di proprietà riduce a zero la credibilità di quanto scrivono i vari "Il Giornale", Libero e adesso Panorama, tutti facenti parte dell'universo berlusconiano. A cosa mirano ?.

Lo vedremo prestissimo, quando dal PdL emergerà la richiesta di dimissioni del Presidente Napolitano. A chi potrebbero giovare tali eventuali dimissioni ?.

E' chiaro: allo stesso Berlusconi che oggi ancora dispone, nelle due camere, di una maggioranza numerica, recuperata nel mercato boario dei deputati in vendita

Ultima occasione per tentare la scalata al Colle e ottenere la protezione dai processi in corso e da quelli che ancora devono iniziare

 

TAG:  MALI ANTICHI INSIDIANO IL NOSTRO FRAGILE PAESE 

diffondi 

commenti a questo articolo 0
informazioni sull'autore
ISCRITTO A PDNETWORK DAL
28 dicembre 2008
attivita' nel PDnetwork