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contributo inviato da salernorosario il 2 settembre 2012
           

Anno 2012 N° 36 del 02-09-2012.

IL MEGAFONO.

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

1 settembre 2012

Fino a quanto si può alzare il tono della voce, fino a dove si può spingere la violenza delle immagini per sovrastare le voci altrui?.

Cristoforo Boni l'Unità.it  1 settembre 2012

1-Colle «incaprettato»? Basta con le parole macabre e violente.

(Di Cristoforo Boni l'Unità.it  1 settembre 2012).

A dividerci da Marco Travaglio non è solo la sua scelta di attaccare il Quirinale, fino al punto di sostenere la stessa tesi della destra berlusconiana. Non è solo una diversa concezione della lotta politica, che dovrebbe porsi il limite della tutela dei valori costituzionali (con quale logica si può chiedere la divulgazione dell’intercettazione tra Napolitano e Mancino, prima della decisione che prenderà la Consulta sul quesito posto dal Capo dello Stato?). C’è anche un problema di linguaggio, che sta creando un solco incolmabile e pone problemi etici e culturali da non sottovalutare.

Ieri Travaglio per descrivere la «trappola» nella quale, a suo giudizio, il Capo dello Stato è caduto (manco a dirlo, dopo essersela «fabbricata con le sue mani»), ha paragonato Napolitano a un «incaprettato». Sì, ha usato l’immagine degli incaprettati per portare il suo affondo polemico contro il presidente della Repubblica: «Gli incaprettati - ha scritto - si dibattono per liberarsi dal cappio, ma non fanno che stringerselo vieppiù al collo. Anzi, al Colle»

Gli incaprettati, è bene ricordarlo, sono le vittime della ferocia mafiosa, sono persone assassinate. Ma si rende conto Travaglio di cosa sta dicendo? Di quali sentimenti evoca? E si rende conto di quanto incide questo linguaggio sul contenuto stesso della battaglia politica? Fino a quanto si può alzare il tono della voce, fino a dove si può spingere la violenza delle immagini per sovrastare le voci altrui?.

Non tutto è mercato dove conta imporsi, non importa a quale prezzo. E la storia purtroppo ci ha già insegnato che quando il linguaggio violento domina il vocabolario della politica, presto quelle parole prendono forme tragiche. Purtroppo questo linguaggio macabro sta diventando moneta corrente nell’aggressivo fronte populista. Polemizzare è cosa buona e giusta. E aiuta a formare le opinioni. Si discuta con tutte le asprezze del caso. Ma attenti alle parole della violenza e dell’odio. Perché generano mostri.

31 agosto 2012.

Destra senza scrupoli e populismo giustizialista, compreso quello annidato a sinistra. Entrambe queste forze vogliono impedire la ricostruzione. Vogliono distruggere tutto ciò che rimane perché esse prosperano nella sfiducia e nella paura.

Claudio Sardo l'Unità 31 agosto 2012

2-Una tenaglia eversiva.

(di Claudio Sardo l'Unità 31 agosto 2012).

Questa volta l’attacco al Quirinale ha le forme più subdole e ipocrite, degne della moralità dei suoi autori. Non si citano verbali secretati o testimoni più o meno diretti, ma si scrive, sulla base di pettegolezzi e supposizioni, che Giorgio Napolitano, nella famosa telefonata intercettata con Nicola Mancino, avrebbe espresso apprezzamenti poco lusinghieri su questo o quel personaggio pubblico. Il pettegolezzo ha il compito di occultare l’attacco infamante e, al tempo stesso, di confondere ogni traccia di verità. E gli ipocriti si fingono persino benevoli: il Capo dello Stato non vuole rendere pubblico il contenuto del colloquio telefonico proprio per quelle parole sconvenienti, anche se non c’è nulla di scorretto nel suo comportamento

Gli ipocriti assalitori, poi, si dividono in due fronti.

I primi sono quelli che, muovendo dal caso del Quirinale, vogliono depotenziare le intercettazioni come strumento investigativo. Napolitano, dicono, è una vittima innocente come tanti altri prima di lui, quindi bisogna rimettere mano alla legge e, guarda caso, non puntano tanto a ridurre l’area della pubblicità delle trascrizioni quanto a impoverire la magistrutura di strumenti d’indagine. Il tentativo di ricatto sul Quirinale è fin troppo esplicito: ma è anche evidente che Napolitano non c’entra nulla. L’intercettazione incidentale del Capo dello Stato non ha alcuna parentela giuridica con le intercettazioni di chiunque altro. Il conflitto di attribuzione sollevato dal presidente resterebbe tal quale, qualunque fosse la legislazione sulle intercettazioni. Napolitano ha semplicemente rimesso alla Consulta la decisione su un punto controverso: può una conversazione del Capo dello Stato finire in un’inchiesta giudiziaria quando la Costituzione limita la responsabilità penale del presidente ai soli reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione? Ci ricordiamo bene che Berlusconi ha più volte tentato di estendere le guarantigie del presidente ad altre figure istituzionali: ma ciò non è avvenuto (per fortuna) e va detto con chiarezza che togliere al presidente-garante l’unicità della sua posizione nell’ordinamento vuol dire scardinare l’intero sistema di equilibri e la stessa forma di governo parlamentare

Ma c’è anche un’altra categoria di ipocriti assalitori. Quelli che dicono: se davvero il Capo dello Stato non ha nulla da nascondere perché non chiede lui stesso di pubblicare quelle telefonate private. Qui l’attacco e la provocazione assumono aspetti addirittura grotteschi: ma come? Si tenta un volgare ricatto fondato su chiacchiere raccolte al mercato o al bar e poi si chiede, nientemeno, al presidente della Repubblica di capitolare, di auto-delegittimarsi, di rinunciare non per sé a una prerogativa e a una collocazione di garanzia, esterna alla dialettica tra poteri e organi dello Stato, ma addirittura per i suoi successori (perché questo sarà l’oggetto della sentenza della Consulta)?

È il più vergognoso ribaltamento dell’onere della prova: Napolitano dovrebbe correggere la propria posizione istituzionale perché colpito da insinuazioni torbidamente fabbricate. Per ciò che Napolitano ha fatto e rappresentato fin qui, siamo certi che non cederà a questa offensiva destabilizzante

Tuttavia, i democratici devono stare molto attenti. Perché non è in questione solo la solidarietà verso un uomo, Giorgio Napolitano, a cui l’Italia e ciascuno di noi deve molto, un uomo che ha riproposto con forza il tema dell’unità nazionale quando i fattori corrosivi sembrano prevalere, che ha condotto la transizione politica nel dopo Berlusconi preservando le istituzioni come luogo della ricostruzione democratica, che tuttora è presidio di una credibilità internazionale, senza la quale il Paese sarebbe più fragile ed esposto alle turbolenze esterne

Ecco, l’obiettivo di questa campagna a tenaglia di delegittimazione del Quirinale è esattamente quello di colpire, di demolire la figura oggi più credibile nelle istituzioni, quella che gode di maggiore fiducia popolare. Se riuscisse l’impresa ci troveremmo in un deserto.

Questa impresa, è bene dirlo senza infingimenti, ha un carattere eversivo. Delegittimare il Capo dello Stato in un contesto così critico per la politica – dove alla sfiducia, alla paura dei cittadini per la crisi, si unisce l’eccezionalità di un governo tecnico che esalta inevitabilmente le debolezze dei partiti – vuol dire delegittimare il finale di legislatura, le candidature e le alleanze elettorali, insomma le stesse forze che saranno chiamate dai cittadini a guidare il Paese dopo il voto

Questo spiega la tenaglia, l’alleanza di fatto tra la destra senza scrupoli e il populismo giustizialista, compreso quello annidato a sinistra. Entrambe queste forze vogliono impedire la ricostruzione. Vogliono distruggere tutto ciò che rimane perché esse prosperano nella sfiducia e nella paura. Il Capo dello Stato è il simbolo più visibile ai cittadini di un riscatto possibile. Per questo è il bersaglio. Le intercettazioni sono solo armi, magari non convenzionali. Ma la ragione dell’attacco è tutta politica. Si vuole impedire che l’Italia abbia, come i maggiori Paesi europei, una competizione tra alternative politiche legittime. Si vuole impedire che dopo il voto emerga un cambiamento. Anzi, si vuole dimostrare che il cambiamento è impossibile, lasciando il campo a oligarchi e nuovi populisti

31 agosto 2012.

Un consiglio al leader dell'Idv: «Spero che Di Pietro si concentri su un'agenda programmatica: viviamo su un cumulo di macerie, non bisogna investire sulle macerie ma sulla ricostruzione».

Nichi Vendola.

3-Un giornale, le procure e il Quirinale.

(di EZIO MAURO La Repubblica 24 agosto 2012).

Gli italiani hanno il diritto di conoscere la verità sulla trattativa Stato-mafia dopo vent'anni di depistaggi. L'inchiesta di Palermo è meritoria ma è un falso palese dire che si vuole fermare il lavoro dei magistrati. Anzi, è un inganno ai cittadini in buona fede

MA IO, che cosa penso? Me lo chiedono gli avversari di sempre, stupiti di trovare su questo giornale (che hanno presentato per anni come un partito) ciò che sono incapaci di avere sui loro, e cioè un dibattito aperto tra idee diverse, nate da uno stesso filone culturale: una prova di libertà e di ricchezza, soprattutto quando ad argomentare sono persone come Eugenio Scalfari e Gustavo Zagrebelsky, con la loro autorità e la loro passione democratica

Sconcertati per la libertà di "Repubblica", sperano almeno di trovare me in difficoltà: Gustavo è per una fortuna della vita un mio grande amico, discutere con lui mi appassiona, lo faccio ogni volta che posso  -  anche da lontano  -  e imparo sempre qualcosa. Con Eugenio c'è qualcosa (molto) di più dell'amicizia. C'è un'avventura comune per noi importantissima, che si chiama "Repubblica" e va al di là di noi, c'è il fatto che ci siamo scelti tanti anni fa e continuiamo a farlo ogni giorno

Tutto questo complica? No, semplifica, perché obbliga alla verità. Noi tre conosciamo non solo le idee l'uno dell'altro ma anche i punti di dissenso di cui parliamo spesso, conosciamo soprattutto la nostra natura, che è alla base delle amicizie vere

Infine e prima di tutto, c'è poi per me il giornalismo. E poiché molti lettori mi chiedono un'opinione è soprattutto a loro che rispondo. Con le parole di due mesi fa. Perché il giornalismo ha questo.

di bello: che le parole dette o scritte in pubblico restano, e non si cancellano

Appena è nato il caso della trattativa Stato-mafia e del contrasto tra la Procura di Palermo e il Quirinale ne ho parlato più volte a "Repubblica domani", davanti a due milioni e mezzo di utenti unici del nostro sito che trasmette ogni giorno (salvo il mese delle ferie) la riunione di redazione di "Repubblica", con gli archivi a disposizione di tutti. Che cosa dicevo allora, ed era la fine di giugno? Quel che penso oggi e che riassumo qui

Prima di tutto gli italiani hanno il diritto di conoscere la verità sulla trattativa Stato-mafia dopo vent'anni di nascondimenti, di menzogne e depistaggi.

Compito delle Procure non è scrivere la storia ma accertare gli illeciti. Bene, l'indagine della Procura di Palermo, indagando tutto ciò che si è mosso sotto la linea d'ombra delle legalità, può aiutarci a capire cos'è successo tra Stato e crimine organizzato in anni terribili per la Repubblica, all'insaputa dei cittadini, senza alcuna discussione pubblica sulla trattativa, nessuna trasparenza, quindi senza nessuna assunzione politica di responsabilità

Dunque l'indagine è meritoria, come dicevo due mesi fa. Ma oggi  -  aggiungo  -  chi la ostacola? La Procura l'ha conclusa con le richieste di rinvio a giudizio, in piena libertà, com'è giusto, ora tocca al Gip decidere sugli indagati eccellenti. E allora? È un falso palese dire che si vuole bloccare il lavoro di Palermo, anzi è un inganno ai cittadini in buona fede. La Procura continuerà su altre strade  -  immagino  -  il suo difficile lavoro di frontiera, una frontiera impegnativa, per cui il compito dei magistrati di Palermo va seguito con attenzione e rispetto. Ma senza evocare fantasmi che non esistono, alla prova dei fatti

E veniamo al secondo punto. Un testimone di rango, poi indagato, l'ex ministro degli Interni Mancino, si agita molto per l'inchiesta. Essendo stato presidente del Senato e vicepresidente del Csm ha accesso al Quirinale, ai collaboratori più stretti del Presidente, ai quali telefona continuamente senza sapere di essere intercettato. Così come parla col Capo dello Stato. Ho già detto, e ripetuto, che il comportamento dei consiglieri di Napolitano secondo quelle telefonate è imprudente e improprio, perché sembrano consigliare più il testimone Mancino che il Presidente della Repubblica: e innescano iniziative del Colle tutte legittime, ma sollecitate da una parte in causa  -  Mancino  -  che ha una possibilità di accesso al Quirinale che altri cittadini non hanno

Napolitano, per dichiarazione degli stessi procuratori e di chi li guida, non compie alcun atto illegittimo e soprattutto non dice nella conversazione registrata con Mancino nulla che abbia qualche rilevanza con l'indagine. Ma il Presidente non ritiene che i testi delle sue conversazioni private debbano essere divulgati, a tutela delle sue prerogative più che del caso specifico. Solleva un conflitto di attribuzione su un "buco" normativo: può il Capo dello Stato essere intercettato, sia pure indirettamente? Questo conflitto è perfettamente legittimo. Può non essere opportuno, ed è una valutazione politica: io non lo avrei aperto. Ma è legittimo e a mio parere non vale dal punto di vista logico (lo dico al mio amico Gustavo che conosce quel che penso) l'argomentazione secondo cui il peso delle parti è squilibrato essendo il Quirinale troppo più forte di una Procura: perché allora tanto varrebbe non prevedere la possibilità di ricorrere all'arbitrato della Consulta, per manifesta superiorità del Quirinale

Ma sollevo una questione di semplice buon senso repubblicano, di cui non si è ancora parlato. Il lavoro del Presidente della Repubblica, fuori dagli impegni istituzionali solenni e pubblici, è in gran parte fatto di colloqui, incontri, conversazioni (anche telefoniche) attraverso i quali il Capo dello Stato raccoglie elementi di conoscenza e di valutazione e esercita la sua moral suasion al servizio della Costituzione. Ora, rispondiamo a una domanda: è interesse di Napolitano (posto che non si parla in alcun modo di reati) o è interesse della Repubblica che queste conversazioni non vengano divulgate? Secondo me è interesse di tutti, con buona pace di chi allude senza alcuna sostanza a misteriosi segreti da proteggere, già esclusi da tutti gli inquirenti. Facciamo un'ipotesi astratta, di scuola

Quante telefonate avrà dovuto fare il Capo dello Stato nelle due settimane che hanno preceduto le dimissioni di Berlusconi da palazzo Chigi? Quante conversazioni avrà avuto, quando le cancellerie europee non parlavano più con il governo, i mercati impazzivano, il Paese era allo sbando senza una guida esecutiva e molti di noi temevano il colpo di coda del Caimano? Se quelle conversazioni  -  che hanno necessariamente preceduto e preparato l'epilogo istituzionale di vent'anni di berlusconismo  -  fossero diventate pubbliche, quell'esito sarebbe stato più facile o sarebbe al contrario precipitato nelle polemiche di parte più infuocate, fino a rivelarsi impossibile?.

Questa realtà semplice ed evidente viene incupita da sospetti e distorta da allusioni ed evocazioni complottistiche come se fossimo davanti a chissà quale mistero di Stato, o come se il Quirinale fosse addirittura il principale problema del Paese, il centro dei suoi mali. Tutto questo, prima ancora che falso sarebbe ridicolo, se non fosse un nuovo inganno ai danni dei cittadini

Ecco perché due mesi fa parlavo di manovra contro il Quirinale, vedendola nascere. Con quel che l'Italia ha passato in questi vent'anni, e con l'emergenza economico-finanziaria che ci getta ai margini dell'Europa, togliendo lavoro e futuro ai giovani, com'è possibile rappresentare la crisi italiana come una manovra di palazzo, orchestrata da un uomo che gli altri Paesi considerano come uno dei pochi punti fermi della nostra democrazia?.

Io ho una mia risposta, che non piacerà ai miei critici sui due spalti contrapposti. Il fatto è che l'onda anomala del berlusconismo ha spinto nella nostra metà del campo (che noi chiamiamo sinistra) forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono oggettivamente di destra. Una destra diversa dal berlusconismo, evidentemente, ma sempre destra: zero spirito repubblicano, senso istituzionale sottozero (come se lo Stato fosse nemico), totale insensibilità sociale ai temi del lavoro, della disuguaglianza e dell'emancipazione, delega alle Procure non per la giustizia ma per la redenzione della politica, considerata tutta da buttare, come una cosa sporca

Si capisce perfettamente che per chi ha questa posizione la cosiddetta "casta" non contempla differenze al suo interno, chi ha umiliato il parlamento sostenendo col voto che la ragazza Ruby era nipote di Mubarak è e deve essere uguale a chi ha resistito votando contro: facendo di ogni erba un fascio in modo da legittimare il lanciafiamme che redima il sistema

Io penso al contrario che il compito di ogni organizzazione culturale, politica, giornalistica, intellettuale, sia quello di fornire ai cittadini non la famigerata "narrazione", bensì gli strumenti utili per poter distinguere, che è l'unico modo per potere davvero giudicare, dunque prendere parte

Ma per chi ha queste posizioni, cultura è già una brutta parola. Meglio alzare ogni giorno di più i toni chiamando i politici "larve", "moribondi", "morti". Meglio alimentare la confusione, fingere che la destra sia uguale alla sinistra, che è il vero nemico, come il riformismo è stato sempre il nemico del massimalismo,.

Ecco perché per coloro che sostengono queste posizioni Berlusconi non è mai stato il vero avversario, ma semplicemente lo strumento con cui suonare la loro musica. Per questa nuova destra, Napolitano e Berlusconi devono essere uguali, ingannando i cittadini. E infatti, mentre D'Avanzo rivolgeva le nostre dieci domande a Berlusconi ogni giorno, la nuova destra canzonava il Cavaliere in un linguaggio da Bagaglino, con un "calandrinismo" che rompeva la cornice drammatica in cui stava avvenendo quella prova di forza: deridendo i nomi (incolpevoli, almeno loro) delle persone, scherzando coi loro difetti fisici, stilemi tipici da sempre della destra peggiore. Non Montanelli, per favore, ma il Borghese degli anni più torvi

Altro che guerra civile a sinistra. Siamo davanti a parole e opere tipiche di una nuova destra che lavora trasversalmente e insidia il campo "democratico" per la debolezza culturale e lo scarso spirito di battaglia della sinistra italiana, e per l'eccessiva indulgenza che tutti abbiamo avuto con l'antipolitica, davanti all'inconcludenza della politica italiana. Finché questo equivoco finirà, e dopo la definitiva uscita di scena di Berlusconi la destra starà finalmente con la destra e la sinistra con la sinistra

Ecco quel che io penso. Ce n'è abbastanza perché "Repubblica" faccia ricorso a tutte le sue intelligenze e le sue passioni per portare avanti le battaglie di sempre, anche se in minoranza e anche se controvento, a partire dalla tutela della libertà di cronaca se verrà manomessa la normativa sulle intercettazioni telefoniche. Semplicemente in difesa della democrazia e della Costituzione, parlando anche a chi è attratto dall'antipolitica ma non è né antipolitico, né di destra. Nell'interesse di un Paese con il diritto di sapere che non vive in un eterno complotto: ma in una democrazia che dobbiamo rinnovare e migliorare, ma nella quale possiamo persino credere.

27 agosto 2012

«Ribadisco una cosa molto precisa: parlare di cadaveri, di seppellimenti e zombi, è o non è usare un linguaggio fascista? A questa domanda vorrei una risposta. Toni e linguaggi del genere non vanno usati con nessuno».

Bersani alla FESTA DEL PARTITO DEMOCRATICO 27 agosto 2012

4-FESTA DEL PARTITO DEMOCRATICO. Benigni ospite di Bersani: «Tra Casini e Vendola scelgo Vendola».

(Politica Italia l'Unità.it 27 agosto 2012).

«Provate a chiedermi chi sceglierei tra Vendola e Casini. Mi tengo Vendola». Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, arrivando alla Festa democratica di Reggio Emilia.

Ai giornalisti presenti Bersani ha poi spiegato: «l'alleanza noi la facciamo con i partiti del centrosinistra che ci stanno a governare e Casini non è una forza di centrosinistra. Dopo di che diciamo che questo centrosinistra dev'essere aperto ad una proposta di legislatura con forze moderate e forze di centro, ma anche forze che vengono dalla società civile».

Nel frattempo, però, «ciascuno organizza il suo campo, io organizzo il mio e Casini organizzerà il suo», ha concluso Bersani. …

TAG:  UNA TENAGLIA EVERSIVA 

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