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contributo inviato da team_realacci il 8 agosto 2012

TRINO. Dal nostro inviato
Il caldo, umido, e l'aria quasi irrespirabile. Quando il microfono del treno regionale annuncia "Trino, stazione di Trino" e le sue porte si aprono bastano davvero pochi minuti per iniziare a sentire i primi effetti del clima di questo paesino piemontese che non arriva a 8mila abitanti. Diventato famoso perché qui nel 1965 venne inauguarata la centrale nucleare Enrico Fermi, la più avanzata e più potente del mondo. All'epoca. In poche centinaia di metri si arriva dalla stazione al centro. Non c'è nessuno in giro, nemmeno nel giorno in cui la quiete irreale delle 10 di mattina è interrotta dalla notizia del decreto del ministero dello Sviluppo economico per la disattivazione della centrale nucleare dove fino al 1987, lavoravano quasi 200 persone. La vita di Trino si intreccia con quello che, ancora per qualche anno, sarà uno dei simboli della nostra storia nucleare. Non è un caso che qui il referendum abrogativo del 1987 che ha fermato le centrali nucleari italiane non ebbe lo stesso successo che altrove e in molti andassero orgogliosi dell'Enrico Fermi.

Tra questi c'è anche l'ingegnere Davide Galli. «Ero quello lì nella foto, quello con i capelli neri», racconta additando una stampa che raffigura alcuni lavoratori mentre stanno caricando il reattore. Ieri è stato un giorno importante per l'Enrico Fermi perché il decreto che segue il parere dell'Ispra di inizio luglio era atteso da 11 anni. L'ingegner Galli è uno dei pochi che hanno visto praticamente tutta la parabola della centrale e conservano ancora tutto il know how. Oggi è il direttore della disattivazione centrali e impianti nord della Sogin, la società di Stato responsabile della bonifica ambientale dei siti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi prodotti dalle attività medico-sanitarie, industriali e di ricerca. Adesso il percorso dovrebbe procedere in modo molto spedito. «Il decreto approvato – commenta l'ad di Sogin, Giuseppe Nucci – il primo in Italia per la bonifica di una centrale nucleare, permette di avviare subito le attività di progettazione per lo smantellamento e la decontaminazione dell'isola nucleare. In tal modo raggiungeremo l'obiettivo di terminare la bonifica del sito di Trino nel 2024». Per quell'anno l'area «ritornerà un pioppeto, come era in origine», spiega Nunzia Maria Radatti, project manager plant decommissioning di Trino.

Dal punto di vista fisico quello che si trova dopo avere superato i controlli all'ingresso del sito è una parte di quel che c'era a fine anni '80: «Il 40% degli impianti è già stata smantellata», spiega Galli. Tra il 1994 e il 2011. E così non c'è più traccia, per esempio, delle torri di raffreddamento o della torre metereologica. Bisogna immaginarselo un po', come era questo posto. E come sarà.

Lo smantellamento costerà in totale 234 milioni di euro e sarà coperto da quella quota della componente A2 in bolletta pari a circa 1,6 euro l'anno per utente elettrico medio. Adesso, dopo 11 anni, inizia la seconda fase, molto più complessa. Partirà con l'allontamento del combustibile in piscina. Vedere per credere, allora, cosa c'è dentro l'isola nucleare. Entriamo. Siamo dentro quello che dalla strada provinciale sembra un enorme cilindro di cemento. Ci si ferma brevemente in uno spogliatoio per la vestizione, prima di entrare nel cuore della centrale disattivata ormai da 25 anni. Nel viaggio a ritroso in un tempo e in un'attività che non esistono più, è compreso anche questo. Prima il camice, poi la cuffia, i guanti e i copriscarpe. Così vestiti si attraversa un lungo corridoio che porta a un montacarichi. Saliamo. Viene aperta la prima porta. Poi ancora un corridoio e si arriva a un enorme e pesantissimo portellone di ferro che ricorda quelli di un sottomarino sovietico dell'epoca della guerra fredda. In due iniziano a girare la pesante maniglia circolare finché il portellone si apre. Entriamo. Si richiude. A questo punto sono due le maniglie da girare per far aprire il secondo portellone, quello che porta alla piscina. A compiere le manovre sono due tecnici che come Galli rappresentano la memoria storica di tutti i processi della centrale. Uomini preziosissimi, che sotto la supervisione di Radatti fanno da guida in questo labirinto di scale, tubi e passaggi su passerelle che portano alla piscina. Tubi smagriti rispetto a come erano in origine perché ripuliti dall'amianto. L'acqua bluastra racchiude ancora 47 elementi di combustibile, un terzo dei 112 che c'erano a regime. Prenderanno la via della Francia, saranno spediti a La Hague. A guardare in alto si è sovrastati da enormi travi di ferro che così vicine sembrano più grandi di quelle di un ponte ferroviario. È difficile immaginare come, ma tutti i materiali dell'isola nucleare dovranno essere tagliati e ridotti alle dimensioni di un metro cubo per agevolare il controllo, il trasporto e il riciclo. La caratterizzazione prevede che su ogni pezzo sia prima che dopo il taglio sia indicata la tipologia dei radioisotopi.

Lo smantellamento del sito di Trino produrrà in totale 200mila tonnellate di materiale tra cemento, metallo, acciaio. Di queste i rifiuti che dovranno andare al sito nazionale, ancora da individuare, sono 4mila. Tutto il resto, il 98% verrà decontaminato e riciclato. Tranquilli, «con l'alluminio ci si potranno fare anche padelle», assicura Galli. A Trino invece tornerà un grande pioppeto.

Fonte: Il Sole 24 Ore
Autore: Cristina Casadei
7 agosto 2012

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