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contributo inviato da salernorosario il 8 luglio 2012
           

Anno 2012 N° 28 del 08-07-2012.

IL MEGAFONO.

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

La striscia rossa del 29 giugno 2012

In economia come nel calcio l’Italia sa agire risolutamente solo nell’emergenza. Abbiamo battuto i tedeschi ma il nostro punto debole resta il rigore. Come in economia.

Mario Monti 13 luglio 1982

La modica quantità.

(di Massimo Giannini La Repubblica.it 07 luglio 2012).

ORA SI CAPISCE perché i governi preferiscono aumentare le tasse. Soprattutto nei Paesi a statalismo diffuso come l'Italia, la spesa pubblica è l'"oggetto" del contratto sociale e il cuore della costituzione materiale. Tagliare la spesa equivale a rinegoziare il primo, e a riscrivere la seconda. Per questo il decreto sulla "spending review" varato da Monti, oltre che un forte impatto economico, ha un alto costo politico.

La lama del governo affonda non solo sugli sprechi, ma nella carne viva della società italiana. La tempestività è soddisfacente. Ma ancora una volta l'equità è intermittente. Il tasso di riformismo del provvedimento non è assente, ma è insufficiente: siamo alla "modica quantità"

"Tagli versus riforme". Tommaso Padoa-Schioppa, che la "spending review" la lanciò nel 2007 da ministro del Tesoro, aveva colto (ma non sciolto) il nodo gordiano. Nell'Italia del compromesso permanente sulle spalle delle generazioni future, dei diritti acquisiti e dei privilegi consolidati, delle sinecure per gli inclusi e delle ingiustizie per gli esclusi, serve innanzitutto la "revisione della spesa", non la sua "liquidazione". Un'operazione che richiede il bisturi, non il machete. Una missione che esige un'idea di Paese, non una "ideologia della cassa".

Questo, per un governo che consideri il Welfare un valore irrinunciabile dell'Occidente e non un ferrovecchio inservibile del Novecento, significa che la spesa pubblica in molti casi va tagliata, ma in qualche altro caso va aumentata. Il saldo finale deve generare un risparmio significativo per il bilancio dello Stato. Ma insieme a questo, deve propiziare anche un "compromesso al rialzo" tra lo Stato che offre servizi e il cittadino che li produce e che se ne serve.

La "spending review" di Monti inclina più verso la voce "tagli" che non verso la voce "riforme". L'urgenza del gettito fa premio sull'efficienza del sistema. In parte era inevitabile, vista la criticità del giudizio dei mercati su un'Italia soverchiata dal suo debito sovrano e la necessità di scongiurare un nuovo giro di vite sull'Iva nel 2013. Almeno su questo, il premier ha mantenuto la promessa, costruendo una manovra estesa anche se non abbastanza profonda. Taglio per taglio. Prima di intervenire sulle "voci" più sensibili si doveva aggredire il capitolo delle spese militari, limitando o azzerando l'investimento da 12 miliardi sui caccia F-35, che servono alla Difesa come biglietto d'ingresso nelle commesse della Lockheed, ma non servono al Paese.

Risparmi per 26 miliardi non sono pochi, per un'economia che decresce da anni e per una società che sopporta sacrifici da mesi. Ma è una cura indispensabile. A dispetto del mal di pancia dei partiti, dell'ira degli enti locali, della rabbia dei sindacati e dei dubbi causidici degli economisti. Avevamo giustamente criticato il decreto Salva-Italia perché ruotava al 70% intorno agli aumenti d'imposta e rinviava i tagli di spesa. Ora che i tagli di spesa arrivano non si può opporre un dissenso uguale e contrario. Piaccia o no (e a noi questo impegno draconiano e non richiesto assunto da Tremonti non piace) l'Italia ha promesso alla Ue il pareggio di bilancio nel 2013. Per rispettare i patti, è giusto attingere con più determinazione al tesoretto "occulto" di un'evasione fiscale da 200 miliardi, e a quello "emerso" di un patrimonio alienabile da 450 miliardi. Ma non basta. E allora, delle due l'una: o si elevano le tasse, o si abbattono le spese. Non volere né l'una né l'altra è una fuga nell'irrealtà.

La voce più critica sul piano sociale riguarda la sanità. Il governo ha opportunamente rinunciato al taglio centralizzato degli ospedali minori: toccherà alle Regioni razionalizzare le strutture e portare lo standard a 3,7 posti letto ogni mille abitanti. Resta il fatto che alla sanità si chiederanno altri sacrifici per 5 miliardi in tre anni. Se si sommano agli 8 miliardi decisi dal precedente governo, il "conto" addebitato alla spesa sanitaria ammonta a 13 miliardi. Pochi, se si pensa che da noi una Tac costa il doppio che in Germania e il triplo che in Francia, e che un posto letto costa 134 mila euro l'anno in Lombardia e 200 mila in Campania. Troppi, se si pensa che l'attesa media per quella stessa Tac è di 3-6 mesi, e in molte strutture anche d'eccellenza quegli stessi posti letto mancano proprio.

Il pubblico impiego paga un dazio pesante, ma obiettivamente non devastante. Gli organici si riducono di 6.954 dipendenti e 293 dirigenti. Il ricorso alla mobilità obbligatoria fa cadere il tabù del posto fisso. Può dispiacere a un settore che da tre anni sopporta già il blocco della contrattazione. Ma è un fatto che oggi la Pubblica amministrazione paga lo stipendio a 3 milioni 458 mila 857 dipendenti che secondo la Corte dei conti, in rapporto alla popolazione residente, costano in media 2.849 euro all'anno per ciascun italiano. Più della Germania (2.830 euro), ma anche della Spagna (2.708 euro) e persino della Grecia (2.436 euro). Ed è un altro fatto che dalla produttività del settore pubblico arrivano "segnali preoccupanti". Pesano "l'assenza della meritocrazia" e la "distribuzione indifferenziata dei trattamenti accessori, al di fuori di criteri realmente selettivi e premiali".

L'amministrazione giudiziaria fa la sua parte. La "rivoluzione epocale" di cui parla il ministro Severino è un eccesso retorico, ma lo sfoltimento di 37 tribunali minori, 38 procure e 220 sezioni distaccate non può far gridare allo scandalo, né incide sui tempi biblici della giustizia civile, che richiede in media 1.210 giorni per la risoluzione di una causa. La giustizia italiana è la più cara d'Europa, costa 67 euro l'anno per ogni cittadino, contro i 46 euro della Francia e i 22 del Regno Unito. La geografia giudiziaria del Paese è difforme e squilibrata: a Bolzano c'è un giudice ogni 110 cancellieri, a Campobasso ce n'è uno ogni 221. Gli avvocati possono urlare finché vogliono il loro sdegno corporativo. Ma disboscare questa giungla è l'affermazione di un dovere, non la lesione di un diritto.

In un quadro di austerità complessiva, anche i famosi "costi della politica" subiscono un ridimensionamento. La soppressione di 60 Province è una vittoria del premier, che ha resistito alle pressioni dei cacicchi, ed è riuscito a fare quello che i partiti promettono da anni e non fanno. Se si aggiungono il dimezzamento delle auto blu, l'abbattimento dei contratti d'affitto, il taglio parziale delle poltrone nei cda delle società pubbliche e delle consulenze negli enti, non si può dire che Monti abbia ceduto alle solite lobby

Una volta tanto, il Palazzo paga il suo tributo al risanamento. E un provvidenziale ripensamento notturno ha evitato al governo la più folle delle scelte: il taglio di altri 200 milioni all'Università, per dirottare il ricavato al sostegno delle scuole private parificate. Sarebbe stato un danno simbolico ma enorme per un'istruzione pubblica già mortificata in questi anni, e una beffa per i giovani ai quali si promettono ponti d'oro sospesi sull'abisso. Per fortuna il buon senso delle istituzioni repubblicane ha fatto premio sul consenso delle gerarchie ecclesiastiche.

La "spending review" è un "metodo di governo" della cosa pubblica, e dunque è molto più che un antidoto contro il deficit. Questo decreto è solo un passo iniziale, e ancora parziale, sulla strada del cambiamento dei processi di riqualificazione della spesa. Ne serviranno altri, più convincenti. Ma intanto il primo è stato compiuto. Ugo La Malfa sosteneva che in genere "l'Italia fa riforme con spirito corporativo, quindi fa contro-riforme". Almeno questo, stavolta, non è accaduto

La striscia rossa del 2 luglio 2012

La posta in gioco è molto alta e la maggioranza dei leader europei non è né stupida né in cattiva fede. Ma la stessa cosa si diceva dei leader europei nel 1914. Possiamo solo sperare che questi siano davvero tempi diversi

Paul Krugman

Napolitano: "L'Italia deve farcela sì alla Costituente senza di me"

(di EUGENIO SCALFARI La Repubblica.it 05 luglio 2012).

Colloquio con il presidente della Repubblica: nel 2013 io lascio. "Nel vertice di Bruxelles l'Europa ha aperto una nuova strada. Sul caso Mancino il mio comportamento sempre corretto".

È UNA calda domenica di estate e l'automobile sta percorrendo il viale di Castel Porziano che porta alla residenza del presidente della Repubblica. Ai fianchi della strada si stagliano gli alti tronchi dei pini marittimi intervallati da querce. Un cinghialotto ci passa davanti e scompare nel folto del bosco. Sulle strisce di prato ai lati del viale saltella qualche merlo e un'upupa, "ilare uccello" cammina impettita con la piccola cresta sul capo. Sarà pure ilare, io invece sono preoccupato

Con il Presidente abbiamo concordato di scambiarci idee e opinioni su quanto sta accadendo in Italia e in Europa ed io metterò in carta i suoi pensieri e le sue valutazioni, ma non sarà un compito facile con i tempi che corrono e la crisi che continua ad infierire ormai da quattro anni. L'auto è arrivata al Castello. Girando a destra si va verso il mare, a sinistra una breve salita conduce alla residenza. Ci sono stato molte volte con Sandro Pertini, con Cossiga, con Ciampi ed anche con Napolitano due o tre anni fa

Ora siamo arrivati. Napolitano mi viene incontro e mi conduce in una piccola stanza. In un tavolo c'è la televisione, accanto alla finestra che guarda sul prato un tavolinetto con due sedie. Chiedo il permesso di togliermi la giacca, lui m'aiuta a sfilarmela; indossa una maglietta azzurra, io resto in maniche di camicia. Ci sediamo e la nostra conversazione comincia

Non posso tuttavia esimermi dal chiedergli le sue reazioni ad una vera e propria campagna che è stata lanciata contro di lui partendo da telefonate al Quirinale, che sono state intercettate, dell'ex ministro e vice Presidente del Csm Nicola Mancino

Giorni fa Napolitano è intervenuto direttamente, ha fornito i chiarimenti che gli erano stati richiesti da varie parti ed ha messo per quanto lo riguarda la parola fine a quella polemica, "costruita sul nulla". "La correttezza dei miei comportamenti ha trovato il più largo riconoscimento. Ho perfino resa pubblica la lettera da me inviata al Procuratore generale della Cassazione cui sono attribuiti precisi poteri per il corretto andamento dell'amministrazione della giustizia"

Ma torniamo ai temi essenziali. Alcuni ritengono che i poteri del Quirinale abbiano registrato una forzatura in questi mesi. Come se ci fosse stata, in quest'ultima fase del settennato di Giorgio Napolitano una sorta di accentuazione presidenzialista a detrimento dei partiti e del Parlamento. È così? A me non pare, ma ho davanti a me l'autore di questa supposta forzatura. Lui che ne pensa?.

Lui comincia con una constatazione comune a molti studiosi: quando il potere politico è forte il ruolo del Capo dello Stato resta ben circoscritto, quando la politica è debole esso naturalmente si espande. "Sai - mi dice - in questi sei anni al Quirinale ho potuto meglio comprendere come il presidente della Repubblica italiana sia forse il Capo di Stato europeo dotato di maggiori prerogative. I Re, dove ancora ci sono, sono figure importanti storicamente ma essenzialmente simboliche. Gli altri Capi di Stato "non esecutivi" hanno in generale poteri molto limitati. Il solo al quale, oltre a rappresentare l'unità nazionale, la Costituzione attribuisce poteri in vario modo precisi e incisivi è quello italiano. Naturalmente il presidente francese ha prerogative di rilievo molto maggiore ma in Francia c'è una forma di presidenzialismo, la nostra invece è una Repubblica parlamentare la cui Costituzione però ha riservato al Quirinale un peso effettivo. Penso sia stata una scelta molto meditata dei padri costituenti"

Domando quale sia il suo ruolo e lui spiega: sollecita quella "leale cooperazione istituzionale" che deve essere un criterio costante nei rapporti tra i vari poteri dello Stato e le diverse articolazioni della Repubblica. Presiede l'organo di autogoverno della magistratura; presiede il Consiglio Supremo di difesa che si riunisce periodicamente con la partecipazione del Presidente del Consiglio e dei ministri degli Esteri, della Difesa, dell'Interno e dell'Economia. Inoltre il Presidente nomina i senatori a vita, 5 dei 15 giudici della Corte Costituzionale e concorre alla scelta di membri di altre istituzioni pubbliche secondo quanto previsto da disposizioni di legge. Ma soprattutto spetta al Capo dello Stato il potere di sciogliere anticipatamente le Camere quando esse non siano più in grado di esprimere una maggioranza e di svolgere correttamente la loro funzione e spetta a lui la nomina del presidente del Consiglio e, su proposta di quest'ultimo, dei ministri

Così dispone la nostra Carta, gli dico, ma tu sai bene che questo fondamentale potere di nomina è stato rarissimamente esercitato. Certo che lo sa. La prima volta lo esercitò Luigi Einaudi. Era l'agosto del 1953. Einaudi si era ritirato nella villa di Caprarola e chiamò Giuseppe Pella, ministro del Tesoro del governo dimissionario. Gli comunicò che l'aveva nominato presidente del Consiglio. Lo pregò di mettere al Commercio Estero l'economista Bresciani Turroni e gli chiese di portargli la lista dei ministri entro i prossimi tre giorni

La Dc fu presa alla sprovvista; votò la fiducia a Pella ma definì "governo amico" quello da lui presieduto. Una forma di distacco? Risponde: "Il governo non può mai essere pertinenza esclusiva di un partito. È un'istituzione, il governo, e risponde a tutti gli italiani. Naturalmente deve avere la fiducia di una maggioranza parlamentare che lo consideri un governo da sostenere attivamente. Quando non fosse più così, le Camere lo sfiducerebbero. Questo è il funzionamento corretto dì una democrazia parlamentare: il Capo dello Stato nomina tenendo ben presente che il governo dovrà avere la fiducia del Parlamento"

Bene. Questa prassi è stata sempre rispettata? Vediamo. Fu seguita da Scalfaro quando nominò Ciampi nel '93 e poi quando nominò Dini un anno dopo. Poi da te nello scorso novembre quando nominasti Monti dopo averlo nominato senatore a vita. "Per nominarlo senatore a vita c'era bisogno della controfirma di Berlusconi che era ancora a Palazzo Chigi. La diede subito"

Insomma, la Costituzione esiste da 65 anni e per un atto importantissimo com'è la nomina del capo del governo è stata rispettata solo quattro volte. Qui il Presidente obbietta: "Intendiamoci, è normale, nelle democrazie parlamentari, che sia il partito cui gli elettori abbiano dato la maggioranza, anche se solo relativa, in Parlamento, a esprimere il Primo ministro. Quel partito, in Italia, è stato per oltre 40 anni la Democrazia Cristiana; e se in due occasioni (1981 e 1983), a formare il governo di coalizione imperniato sulla Dc fu chiamato un non democristiano, molto pesò la valutazione e propensione del Capo dello Stato, anche in rapporto agli equilibri politici interni alla coalizione. Altro furono i quattro casi da te citati, nei quali il Presidente della Repubblica dové esercitare il suo potere per dare soluzioni a delle crisi politiche senza sbocco"

Gli ricordo che cosa sia stato il fenomeno della partitocrazia. Risponde: "Pressioni abnormi dei partiti sono state a lungo esercitate, più che per l'individuazione del capo del governo, per la nomina dei ministri (già con Einaudi Presidente) e soprattutto per la spartizione degli incarichi negli enti pubblici e nel sottogoverno, in una condizione - per di più - di democrazia bloccata fino agli anni '90"

Napolitano ritiene i partiti insostituibili; il loro ruolo è previsto in Costituzione: contribuiscono con metodo democratico all'indirizzo politico del Paese e sono il raccordo tra il popolo e le istituzioni. Ma per farlo devono oggi profondamente rinnovarsi e operare in modo trasparente, non possono e non debbono incombere sulle istituzioni

La nomina di Monti è stata un'innovazione, ma oggi? Che cosa accadrà dopo Monti? Si ricomincerà col predominio dei partiti?.

Arriva una telefonata e lui risponde brevemente. Stiamo chiacchierando da un'ora e gli domando se gli dà noia il fumo. "Clio fuma spesso, lo sai". Così accendo anch'io. "Vuoi fare due passi in giardino?". Meglio no, gli dico, non siamo forti di gamba nessuno dei due. Tu però non porti neanche il bastone. Telefona a Clio che ci aspetta in riva al mare per il pranzo. Le dice che abbiano ancora una mezz'ora di lavoro. Poi riprendiamo, ma parliamo di Sraffa e delle lettere di Gramsci. Lui era divenuto amico di Sraffa negli anni '60, l'aveva conosciuto attraverso Giorgio Amendola e andava a trovarlo ogni tanto al Trinity College a Cambridge. Sraffa aveva incontrato Gramsci da giovane a Torino e gli era rimasto legatissimo nei lunghi anni del carcere. Il giovane Gramsci aveva anche scritto su "Ordine Nuovo", ed era in rapporto con Piero Gobetti. Vedi, gli dico, lì i liberali si incontrarono con i comunisti. "Sì, diciamo però che Gobetti era un liberale molto sui generis".

Diciamo pure che anche Gramsci era un comunista fuori ordinanza

Mi racconta come riuscì a convincere Sraffa che custodiva una parte importante della corrispondenza gramsciana, a depositarla presso l'istituto che porta quel nome. Sraffa non si fidava. Chiese garanzie. Giorgio gliele dette in nome del partito e Sraffa si convinse. Intanto la mezz'ora è passata e lui ritelefona a Clio per spostare il pranzo alle due

Mi sembra venuto il momento di parlare dell'Europa. "Non mi domandare se ce la faremo. Io so soltanto che dobbiamo farcela". Sì, ma come? "Hanno provato ad aprire nuove strade, e con successo, a fine giugno a Bruxelles Monti, Hollande, Rajoy, Draghi e altri". La Merkel secondo te come si muove? Terreno scivoloso. Un Capo di Stato non dà giudizi sul cancelliere della Germania parlando con un amico che poi scriverà. Ma lui qualche cosa la vuole dire: "Nei diversi scambi di opinioni che ho avuto in questi anni con la signora Merkel, si è sempre espressa reciproca comprensione e fiducia tra noi. Sono in giuoco questioni complesse, si sono manifestati disaccordi non lievi, ma il rapporto tra l'Italia e la Germania, e quindi tra i due governi e le rispettive rappresentanze e opinioni pubbliche, rimane un pilastro fondamentale della costruzione europea"

 Napolitano ha incontrato pochi giorni fa l'ex cancelliere Schmidt, governò la Germania per molti anni, è stata una delle figure che fanno parte del pantheon nazionale ed europeo come Adenauer e come Kohl. Schmidt parla della solidarietà europea come di una necessità assoluta e sa bene come per uscire dalla crisi occorrano, nel rispetto delle discipline di bilancio, investimenti pubblici e interventi che mettano al sicuro il sistema bancario europeo. Nei giorni scorsi si sono in effetti prese da parte del Consiglio Europeo e dell'Euro Summit decisioni significative in questo senso. E non c'è bisogno di essere di sinistra per apprezzarle. Keynes era un liberale, Beveridge era un liberale, ma il primo, per dominare la crisi rilanciando la domanda, volle a suo tempo l'intervento pubblico, e l'altro tracciò, già alla fine della seconda guerra mondiale, le linee del welfare state

"Io posso citare Luigi Einaudi, a te che sei liberale farà piacere. Ad esempio, l'Einaudi delle "Lezioni di politica sociale". La libertà è un principio fondamentale e l'eguaglianza pure: così si costruiscono le libere società e si fa crescere la democrazia"

Appunto. Da tempo ho la sensazione che Napolitano, da Presidente della Repubblica, sia più attento al pensiero di Einaudi. Ad un certo punto mi ha ricordato una pagina dello "Scrittoio del presidente" sulla quale Einaudi scrisse che uno dei suoi compiti era quello di trasmettere intatte le prerogative costituzionali del Capo dello Stato ai suoi successori. Questo è anche l'impegno di Napolitano, non ne fa un mistero anzi lo considera un dovere

Gli domando se è favorevole allo Stato federale europeo, lui che rappresenta lo Stato italiano. Certo, bisogna muovere in quella direzione senza remore e tabù. "Gli Stati nazionali, dice, garantiscono una tradizione, una cultura, una storia, ma soltanto l'unione politica dell'Europa, secondo l'originaria ispirazione federale, garantisce la speranza del futuro". C'è chi vuole uscire dall'euro. "Sciocchezze o peggio pura demagogia"

Gli pongo l'ultima domanda: si può passare dalla Repubblica parlamentare a quella presidenziale con un emendamento e nel quadro delle modifiche previste dall'articolo 138? La risposta è un secco no a ogni approccio improvvisato e parziale. "Non mi pronuncio nel merito di progetti volti a cambiare l'architettura costituzionale, ma occorre in ogni caso una visione ponderata dei nuovi equilibri da stabilire tra le istituzioni e tra i poteri, una visione ponderata alla luce di fondamentali principi e garanzie. E' stata appena presentata la proposta della elezione di un'Assemblea costituente, e dopo trent'anni di tentativi abortiti di riforma costituzionale non si può negare che questo approccio abbia una sua motivazione. Tocca al Parlamento valutare quella e altre proposte"

Montiamo in macchina e finalmente raggiungiamo Clio a tavola. Parliamo di comuni amici. Di vacanze. Lui ne farà poche. Di solito va a Stromboli e poi sta qui. Finché tocca a lui, deve stare al pezzo. "Però conto i giorni alla rovescia fino al maggio del '13". Tu sai come la penso, gli dico. Ma mi ferma subito. Prendo congedo con un "a presto" reciproco

Durante il ritorno a Roma rimugino su quanto ci siamo detti. L'Europa si può suicidare? Sembra impossibile ma un colpo può partire per caso ed esser fatale, perciò con le pistole  politiche e mediatiche non bisogna giocare

Quando ci siamo lasciati, Giorgio mi ha regalato il "Doppio diario" di Giaime Pintor, una copia sua con molte sottolineature. Una frase (della lettera al fratello Luigi) sottolineata due volte è questa: "La corsa dei migliori verso la politica è un fenomeno che si produce quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze d'una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere ad un estremo pericolo"

Questo è un testamento: Giaime morì poco dopo mentre attraversava le linee tedesche. Era il 1943 e lui aveva 24 anni. Vale la pena di ricordarla la storia di quel giovane e insegnarla ai giovani d'oggi. Quella "corsa verso la politica" di cui egli parlava condusse alla libertà e alla democrazia. Dove mai può condurre  -  si chiede Napolitano  -  il fenomeno opposto, la allarmante tendenza attuale a una "fuga dalla politica"?.

La striscia rossa del 3 luglio 2012

Noi viviamo molto vicini Quindi il nostro scopo nella vita è aiutare gli altri. E se non possiamo aiutarli almeno non facciamo loro del male

Dalai Lama

Condanne G8, interviene Manganelli "Questo è il momento delle scuse".

(Repubblica -Cronaca 06 luglio 2012).

Il capo della Polizia dopo la sentenza Diaz: "Mi rivolgo ai cittadini che hanno subito danni e a chi esige da noi sempre più professionalità ed esperienza". Il ministro dell'Interno: "Fiducia a chi lavora per la sicurezza del Paese giorno dopo giorno". L'associazione dei funzionari di Polizia. "Mai più ripetere errori".

ROMA - Dopo undici anni, questo è "il momento delle scuse". Antonio Manganelli, capo della Polizia, commenta così la sentenza di condanna per i fatti accaduti nella scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001. "Scuse dovute", dice Manganelli. Soprattutto  ai cittadini "che hanno subito danni". E anche a quelli che, avendo fiducia nella Polizia, "l'hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza". Le parole del capo della Polizia giungono all'indomani del verdetto della Cassazione che ha confermato le condanne d'Appello per falso nei confronti della catena di comando all'epoca del G8 di Genova, causando come effetto collaterale l'azzeramento degli attuali vertici dell'anticrimine, che dovranno lasciare i loro incarichi ed essere sostituiti

Il rispetto della magistratura. Manganelli si dice poi "orgoglioso di essere il Capo di donne e uomini che quotidianamente garantiscono la sicurezza e la democrazia di questo Paese". Un orgoglio che non mette in discussione nè il "rispetto della magistratura", nè "del principio costituzionale della presunzione d'innocenza dell'imputato, fino a sentenza definitiva". Per questo, "l'istituzione che ho l'onore di dirigere ha sempre ritenuto fondamentale che venisse salvaguardato a tutti i poliziotti un normale percorso professionale, anche alla luce dei non pochi risultati operativi da loro raggiunti". E dopo le scuse, l'impegno: "Assicurare al Paese democrazia, serenità e trasparenza dell'operato delle forze dell'ordine, garantendo il principio del quieto vivere dei cittadini"

Cancellieri: "Non è una condanna per chi fa il proprio dovere". A Genova sono stati commessi "gravi errori". Ee è giusto che "i responsabili paghino". Così il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri. Che aggiunge:"Il G8 di Genova è una pagina dolorosa per la Polizia e questo mi ferisce". Ancora: "Ho visto come tutti le immagini di quello che è successo all'interno della Diaz e posso dire che non condivido nulla di quella operazione. Di fronte a errori gravi è giusto che i responsabili subiscano le conseguenze". Per il ministro però, "questa non può diventare la condanna di tutte quelle migliaia di uomini e donne che ogni giorno, indossando la divisa, fanno il proprio dovere"

I funzionari di polizia. Dalle sentenze non vanno tratti "nè motivi di soddisfazione nè di amarezza". Ma insegnamenti a "non ripetere gli errori e la Polizia di Stato lo sta facendo da tempo". E' quanto si legge in una nota dell'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia. "A Genova fu fatale l'adozione di un approccio ispirato alla militarizzazione della città per gestire l'evento, mediante una impostazione rigida, impreparata a governare una situazione complessa e ricca di diversità. Noi come gli organizzatori del Social Forum abbiamo la responsabilità di non aver saputo interpretare i fermenti avvelenati che circolavano nell'evento". Ancora: "Sono anni che la Polizia non commette più errori collettivi, sono anni che non ha reazioni che travalichino i limiti imposti dalla legge, fino al punto che qualcuno ci rimprovera di essere afflitti dalla 'sindrome del G8'. Vogliamo essere molto espliciti: non è nella missione della Polizia usare violenza nemmeno in risposta alla violenza"

La striscia rossa del 7 luglio 2012

Sai che cosa penso che se non ha un senso. Domani arriverà lo stesso. Senti che bel vento. Non basta mai il tempo. Domani un altro giorno arriverà...

Vasco Rossi (ieri sposo)

Sallusti e Schifani. Le manovre della doppia S sulla Rai.

(di Maria Novella Oppo, Fronte del video l'Unità.it 06 luglio 2012).

Ieri mattina, accendendo la tv su Omnibus, ci siamo imbattuti nella faccia di Sallusti (e già è un’esperienza dura, in avvio di giornata) e la prima frase che gli abbiamo sentito pronunciare è esattamente questa: «Il centrodestra ha diritto di governare la Rai perché è stato votato da 12 milioni di italiani». Ovviamente era inutile ricordare al direttore de il Giornale che il governo nel frattempo è cambiato e che il Pdl al momento raccoglie meno consensi di Beppe Grillo. Perché, quando si tratta di Rai, i berluscones non sentono ragioni, ma solo gli ordini del boss

Come sembra sia successo al presidente del Senato Renato Schifani, che ha rovinato in un giorno anni di tentativi personali per sembrare quasi degno della seconda carica della Repubblica. Schifani ha sostituito al volo un componente pidiellino della Commissione di vigilanza Rai, che aveva dichiarato di voler votare liberamente e secondo coscienza. Il che avrebbe significato votare per il cda Rai un nome non voluto da Berlusconi e neppure dalla Lega (che, come avevamo previsto nei giorni scorsi, si è adeguata in attesa di contropartita)

Cosicché, dopo giorni in cui la ex maggioranza aveva cincischiato e tergiversato, è stata trovata la pezza peggiore del buco e Schifani ci ha messo la faccia in attesa di chissà quali prospettive future

A noi non resta che consolarci con le solite «dure reazioni», tra le quali a fare più scalpore, per il rilievo istituzionale, è stata quella di Gianfranco Fini. Mentre quella che, personalmente, ci ha impressionato di più è questa di Casini: «È incredibile. Si cambia in corso d’opera il corpo elettorale». Ci preoccupa il fatto che possa succedere la stessa cosa anche in campo nazionale; cioè che, non avendo più voti, Berlusconi decida di cambiare i votanti

 

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