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contributo inviato da Giuseppe Ardizzone il 6 luglio 2012
 

La razionalizzazione della spesa pubblica e dell’Amministrazione è stata definitivamente avviata dal Governo Monti, recependo lamentele e osservazioni che in questi anni erano state sollevate da più parti. Quello che colpisce maggiormente è forse la parte che riguarda il contenimento degli organici, con la riduzione prevista a regime del 20% dei dirigenti e del 10% degli impiegati, utilizzando a questo scopo non solo la dilazione della riforma del regime pensionistico ma anche la possibile messa in mobilità, per la durata di due anni, la riduzione dello stipendio all’80% e la possibilità che, se alla fine del periodo non si sia realizzato il passaggio ad altro settore della P.A., si proceda al licenziamento definitivo.Questo è da evitare!Quando si prende in considerazione la riduzione degli organici, pur necessaria, è sempre preferibile che questa avvenga nella maniera più indolore possibile; magari prevedendo un maggior contributo dell’utente, proporzionale al reddito, sull’utilizzo dei servizi.

Se l’operazione permetterà di evitare l’innalzamento ulteriore dell’IVA e contribuirà a raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio, pur con le avvertenze indicate, non potrà che essere condivisa..Quello che appare chiaro è che non si potrà contare su queste disponibilità per finanziare alcun progetto di crescita.

D’altra parte, se l’intera economia mondiale rallenta, come ha recentemente affermato il capo del FMI, Signora Lagarde, e, al suo interno, l’Europa mostra segnali di debolezza, come ha rilevato Mario Draghi, dopo aver ridotto allo 0.75% il tasso di riferimento,c’è poco da stare tranquilli. L’azzeramento del rendimento sui depositi delle Banche presso la BCE e le scelta di creare degli strumenti specifici, con il compito di permettere la ricapitalizzazione del sistema bancario europeo, tendono a spingere verso un ruolo centrale delle Banche nel finanziamento della crescita . Il settore bancario deve ritornare a svolgere la sua funzione essenziale d’anticipatore finanziario dei processi produttivi e degli investimenti.

In Italia, la spesa pubblica non può costituire il volano degli investimenti. La domanda interna è influenzata negativamente dalla riduzione dei consumi. I dati sull’occupazione giovanile sono pesanti e addirittura spaventosi , se li guardiamo in un’ottica meridionalistica. L’unica strada ancora percorribile sembra quella delle esportazioni ; ma, dovremmo ,in tempi brevi, essere capaci di arrivare al pareggio se non al surplus della bilancia commerciale.

E’ vero, il mercato europeo è fermo, quello americano non brilla e la stessa crescita dei paesi del BRICS risente dello stato generale negativo del mercato; tuttavia esistono ampi spazi e bisogni insoddisfatti da coprire. Per l’Italia diventa indispensabile riscoprire il proprio ruolo nel Mediterraneo, sviluppando la cooperazione ed i commerci con i popoli che vi si affacciano. Abbiamo inoltre da esportare nel mondo i nostri beni culturali e naturali sotto forma d’offerta turistica .Abbiamo ancora un ruolo leader in molti settori da rivitalizzare aumentando la nostra complessiva produttività e competitività.

La scelta Europea è discriminante nei confronti del nostro progetto di politica economica. Non possiamo contare su una svalutazione competitiva della nostra moneta per recuperare quote di mercato e maggiore produttività ; pertanto, dobbiamo puntare sulla complessiva razionalizzazione del nostro sistema economico, combattendo adeguatamente tutte le situazioni in cui invece prevale la rendita di posizione, il clientelismo, la corruzione . La crescita nazionale all’interno dell’Europa richiede anche un diverso approccio nei confronti della cosiddetta “questione meridionale”, Stare in Europa significa spezzare il blocco sociale conservatore e parassitario che ha vissuto sulle spalle del lavoro e degli trasferimenti dello Stato, condizionando al sottosviluppo larga parte dei territori del Sud. Dobbiamo utilizzare al pieno la risorsa lavoro spezzando quel cancro sociale rappresentato dalla disoccupazione , specie giovanile

La prima questione è quella del recupero della produttività del lavoro. Probabilmente si dovrà operare sia sulla riduzione dell’incidenza del costo unitario del lavoro sia sul miglioramento del valore prodotto.Si dovrà probabilmente cominciare a ragionare anche su come procedere sulla strada della riduzione delle differenze settoriali e territoriali di produttività e quindi competitività.

La conseguenza di questa divaricazione è stato il sottosviluppo, il ricorso ad un’ampia evasione fiscale necessaria per garantire la sopravvivenza delle imprese, la conseguente accettazione di un comportamento e una mentalità di diffusa illegalità, lo sviluppo di forme d’occupazione lavorativa orientate verso settori marginali , spesso controllati dal malaffare, o verso l’impiego pubblico che gode di un trasferimento di risorse da parte dello Stato centrale. Tutto questo non è più compatibile con lo sviluppo della nostra economia all’interno della comunità europea.

Da qui alle prossime elezioni politiche il confronto non potrà evitare di assumere una posizione chiara e consapevole. rispetto al modello di sviluppo economico e di crescita che intendiamo percorrere.

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