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contributo inviato da Claudia Castaldini il 25 giugno 2012

La Conferenza di Rio 20 anni dopo, ovvero l'incontro internazionale delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile due decenni dopo il meeting di Rio del 1992, ha prodotto ben poco di concreto, ma molte parole riunite in dichiarazioni di stampo direi umanistico, e ben poco o per nulla scientifico.  Un nuovo umanesimo, sia chiaro, va benissimo se costituisce un contesto in grado di aprire le porte di una società futura che sia realmente migliore e inclusiva, ma senza i dati e le considerazioni scientifiche non si attuerà mai ciò che viene comunemente chiamato "sviluppo sostenibile". Quest'ultimo non è soltanto uno sviluppo più equo e adatto alla vita anche delle generazioni future, sulle quali bisognerebbe ragionare in termini concreti a partire per esempio dal numero previsto, ma è uno sviluppo legato alle leggi che regolano l'ambiente naturale, gli ecosistemi, il bilancio energetico terrestre, le leggi fisiche che stanno alla base del funzionamento del nostro mondo. Una volta riconosciuta l'interdipendenza della società umana e dei sistemi naturali, vanno esaminati i parametri che ne caratterizzano l'evoluzione. L'IPCC svolge un'azione di questo tipo, ma resta il fatto che si fatica a trovare un rapporto fra documenti specifici e documenti generici redatti nelle sedi internazionali dell'ONU.   Quest'ultimo che conclude Rio+20 è generico, anche se è stato osservato che in esso trova posto per la prima volta una definizione di green economy, anch'essa alquanto opinabile.  Forse sarebbe più opportuno riparlare di economia ecologica, che ha una base concreta nella teoria economica e una definizione chiara.
Coma accade ormai da anni, l'esito degli incontri internazionali su questi temi fatica dunque a concentrarsi sugli obiettivi e soprattutto non li rende vincolanti, come conseguenza dei veti incrociati che sono sempre tesi a salvaguardare gli interessi del proprio Paese, e soltanto secondariamente gli interessi generali. Che cosa ci sia poi di più generale e importante dell'ambiente terrestre in cui dobbiamo vivere non è dato sapere.
Dicevo che le dichiarazioni non sono scientifiche, non sono economiche, e non lo è nemmeno il documento finale, dal titolo beneaugurante "Il futuro che vogliamo" - e che speriamo anche di realizzare.   Si fatica infatti a trovare riferimenti alle cause del cambiamento del sistema climatico, al sistema economico che insiste sull'ambiente mediante il prelievo delle risorse e la dispersione delle sostanze di rifiuto, al consumo di ambienti naturali da parte di Paesi poveri costretti in tal modo a resistere ad un sistema che li emargina, all'alterazione del ciclo idrico come causa della riduzione della disponibilità di acqua. Ciò che esprime è condivisibile, ma di scarso impatto.
Nel frattempo, le alterazioni dell'ambiente che abbiamo causato e continuiamo a causare mettono comunque in moto meccanismi in grado di modificare i sistemi naturali con una tempistica propria che non aspetterà le nostre faticose, incerte, e lentissime decisioni.

Perciò, aggiungo infine un appello, indirizzato soprattutto al mio partito ad ogni livello:  che nella discussione politica interna al posto di diatribe, attacchi, discussioni troppo spesso pressochè inutili, si parli di questi temi, come di altri temi concreti, in vista delle primarie, delle elezioni, e delle successive pratiche di governo.

Il documento finale "The future we want" si trova al seguente indirizzo:
http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N12/381/64/PDF/N1238164.pdf?OpenElement

TAG:  POLITICA  AMBIENTE  INQUINAMENTO  ENERGIA  FUTURO  ECONOMIA  ONU  SVILUPPO SOSTENIBILE  IPCC  ECONOMIA ECOLOGICA  GREEN ECONOMY  ECONOMIA VERDE  RIO+20  CONFERENZA DI RIO  IL FUTURO CHE VOGLIAMO 

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