.
contributo inviato da fabio1963 il 7 giugno 2012

da: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_115/QEF_115.pdf

1.       Introduzione 1

 
La ricchezza rappresenta una caratteristica fondamentale per il benessere degli individui  e delle comunità nel loro complesso.  Nei paesi più ricchi si osservano  più elevati livelli di consumo, più lunghe aspettative di vita, superiori livelli di istruzione; alle  privazioni  materiali  tipiche  della  povertà,  si  accompagnano  invece  le  cattive condizioni di salute, l’elevata mortalità infantile, l’ignoranza. Esaminare la ricchezza nei suoi  vari  aspetti,  valutandone  la  dimensione  in  rapporto  ad  altri  indicatori  e  la distribuzione, l’evoluzione nel tempo e la comparazione tra paesi, vuol dire pertanto affrontare il tema della disuguaglianza in una delle sue caratteristiche centrali.
 
Gli studi sulla ricchezza si giustificano anche lungo altre direzioni. In primo luogo la ricchezza, insieme ai redditi e ai consumi, è uno degli aggregati sui quali lo Stato misura la capacità contributiva dei cittadini. Conoscerne l’ammontare e come si distribuisce tra i vari gruppi di popolazione è dunque essenziale per misurare in che modo si distribuisce, o  potrebbe  distribuirsi,  il   carico  fiscale.  È   inoltre  rilevante  l’analisi  della  sua composizione, sia perché questa pone in risalto in che modo le famiglie impiegano i loro risparmi e i livelli di rischio che sono in grado di assumersi.
 
Questo capitolo, dopo aver illustrato l’andamento della ricchezza complessiva delle famiglie in Italia dal 1965 al 2010 (paragrafo 2), esamina come i livelli di disuguaglianza della ricchezza siano evoluti nel corso del tempo e come queste evidenze si raffrontino a quelle disponibili per gli altri paesi (paragrafo 3). Il paragrafo 4, invece, analizza come si distribuisce la ricchezza sulla base delle caratteristiche famigliari e come questa distribuzione si sia modificata nel tempo. Il paragrafo 5 tratta il tema dell’origine della ricchezza, individuando fondamentalmente tre fonti: il risparmio, che è l’atto con il quale un soggetto destina parte del suo reddito corrente al consumo futuro, i trasferimenti di ricchezza (doni ed eredità) e le variazioni di valore dei beni posseduti. Quantificare il ruolo che queste componenti assumono, in media tra la popolazione, appare rilevante sia perché aiuta a comprendere  le evoluzioni della ricchezza, sia perché il giudizio sulla equità della disuguaglianza che si osserva può risentire della prevalenza di una o l’altra delle fonti.
Queste evidenze vengono pertanto analizzate contestualmente alle opinioni sulla  disuguaglianza  rilevate  sui   cittadini  tramite  indagini  statistiche,  che  sono brevemente discusse. Alcune considerazioni generali concludono il capitolo.
 
 
1 Nel corso degli anni ho avuto modo di collaborare con diversi colleghi nella scrittura di lavori riguardanti il tema della ricchezza delle famiglie italiane, o di sue componenti, e in particolare con L. Cannari, A. Brandolini, I. Faiella, R. Gambacorta e S. Iezzi. È inevitabile che quanto scritto in questo capitolo rifletta anche i contributi e le idee dei miei coautori, che pertanto ringrazio. Le opinioni espresse e le responsabilità rimangono ovviamente solo mie e non possono in alcun modo coinvolgere la Banca d’Italia.


 

 
 
 
2.       La ricchezza delle famiglie in Italia
 
La ricchezza netta delle famiglie2  in Italia ha registrato una crescita considerevole negli ultimi decenni (Figura 1). Nel 2010 la ricchezza complessiva delle famiglie era pari a circa 8.638 miliardi di euro, più di 7,5 volte il corrispondente valore del 1965 misurato sempre a prezzi 2010, con una crescita media annua del 4,6 per cento (Tavola A1). L’aggregato  pro-capite presenta un andamento  appena meno favorevole  (da 21.900 a
142.000 euro a prezzi 2010, con una crescita media annua del 4,3 per cento), dato che la popolazione  italiana  è  passata  nel  periodo  da  circa  52  a oltre  60  milioni (complessivamente circa il 15 per cento in più)3.
 
La crescita ha caratterizzato l’intero periodo sebbene in modo non costante. Periodi di forte crescita sono stati tra il 1985 e il 1993 e tra il 1996 e il 2007. Le riduzioni nel valore complessivo della ricchezza, in termini reali, non sono state però rare. Nel 1977 il calo della ricchezza netta pro capite a prezzi costanti è stato del 4,2 per cento; tra il 1981 e il 1985 la riduzione è stata complessivamente dell’8,3 per cento, mentre tra il 1993 e il
1994 il calo ha superato il 5 per cento. Infine nel solo 2008 la riduzione è stata superiore
al 2 per cento. Nel complesso, il trend crescente della ricchezza netta pro capite ha subito un rallentamento  nel corso  del tempo,  riflettendo  sia il progressivo  calo nei tassi di crescita economica del paese, sia la tendenziale riduzione del tasso di risparmio delle famiglie. Tra la fine del 2007, quando la ricchezza netta pro capite a prezzi costanti ha raggiunto il suo massimo, e il 2010, il calo è stato complessivamente di quasi il 5 per cento.
 
Il valore della ricchezza, nel breve periodo, riflette principalmente le variazioni dei prezzi delle attività e in particolare quelli delle abitazioni, che si applicano a un aggregato che negli anni più recenti rappresenta oltre la metà della ricchezza netta, e quelli delle azioni che sebbene si applichino su ammontari quantitativamente inferiori (negli anni recenti circa il 10 per cento), presentano oscillazioni in generale molto superiori a quelle delle case. Tra il 1989 e il 1992, ad esempio, la ricchezza cresce complessivamente di circa il 33 per cento in termini reali, trascinata da incrementi delle abitazioni complessivamente dell’ordine del 50 per cento che sopravanzano le riduzioni nei prezzi delle azioni (pari a circa il 30 per cento). In altri casi, le dinamiche dei prezzi tendono a compensarsi, come ad esempio nel biennio 2002-2003 dove alla crescita nel valore delle case (di circa il 20 per cento) fa da contrappeso il calo in quello delle azioni (di oltre il 30). Nel periodo più recente, tra il 1995 e il 2010, la ricchezza netta a prezzi costanti cresce di oltre il 40 per cento; circa il 56 per cento di questo incremento va attribuito al risparmio delle famiglie mentre la restante parte, più irregolare nel corso degli anni, è  dovuta ai capital gains (Tavola A2). Ovviamente, le variazioni di prezzo delle attività producono  non  solo  alterazioni  nel  valore  complessivo  della  ricchezza  ma  anche consistenti effetti redistributivi, di cui si tratterà più avanti.
 
Una questione che merita di essere esaminata è quella che riguarda il rapporto tra la ricchezza delle famiglie e il debito pubblico4, debito che indirettamente appartiene ai cittadini.  Esso  viene  alimentato  dallo  sbilancio  tra le  spese  dello  Stato  rispetto  alle entrate; un bilancio in pareggio, sia che fosse stato realizzato con una minore spesa per servizi o con più tasse, avrebbe sottratto risorse alle famiglie per l’accumulazione. Debito pubblico e ricchezza delle famiglie sono dunque fenomeni collegati5.
 
Nel periodo considerato il debito pubblico è fortemente cresciuto; se nel 1965 l’ammontare totale corrispondeva a un debito verso lo Stato di ogni cittadino italiano di circa 2.700 euro (a prezzi 2010), questo ammontare si è più che decuplicato nel 2010, raggiungendo  quasi  30.500  euro. Decurtando  l’intero  debito  pubblico  dalla ricchezza netta si ottiene un indicatore che, pur presentando tassi di crescita inferiori a quelli prima mostrati, non se ne discosta in modo sostanziale. A livello pro capite, la ricchezza netta a cui è stata sottratta il debito pubblico passa da 19.100 a 112.200 euro (a prezzi 2010), con una crescita media annua del 4 per cento, contro il 4,3 per cento dell’indicatore al lordo del debito pubblico. L’incremento della ricchezza delle famiglie italiane tra il 1965 e il 2010 viene pertanto solo marginalmente ridimensionato se si considera la componente del debito pubblico.


Il rapporto  tra ricchezza  e PIL ha ovviamente  un andamento  meno pronunciato, perché il PIL è anch’esso cresciuto notevolmente nel periodo. È però notevole che il rapporto sia comunque all’incirca raddoppiato (un po’ meno, se si esclude il debito pubblico),  segnalando  che il nostro  paese ha in questi  cinquant’anni  incrementato  la propria ricchezza più di quanto abbia incrementato la produzione. Questo indicatore testimonia la crescente rilevanza delle condizioni patrimoniali rispetto a quelle reddituali nella nostra società, aspetto  che può assumere  un rilievo in termini di incentivi  allo sviluppo e in termini di disuguaglianza; la ricchezza che ci proviene dal passato è infatti oggi più rilevante di ieri in rapporto a quella che è possibile procurarsi giorno dopo giorno con l’attività lavorativa e di impresa.
 
 
2 La ricchezza è il complesso dei beni materiali o immateriali che hanno un valore di mercato di cui una famiglia dispone. Si tratta quindi di uno stock definito a un certo istante di tempo, al contrario del reddito o del risparmio che sono invece flussi definiti in un intervallo di tempo. In quanto riserva di valore, la sua destinazione economica è il consumo; la sua origine principale è il risparmio, anche se – come si vedrà più avanti – altri fattori possono risultare rilevanti. La ricchezza include le attività reali (abitazioni, terreni, ecc.) e le attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.) e, con il segno negativo, i debiti (mutui, prestiti personali, ecc.); essa può pertanto assumere valori negativi per coloro che hanno più debiti che attività.
3  Le stime  aggregate  della  ricchezza  delle  famiglie  italiane  sono  prodotte  periodicamente  dalla  Banca
d’Italia [2011].
4  In linea  generale,  andrebbe  valutato  il nesso  tra  ricchezza  privata  (quella  qui  misurata)  e ricchezza pubblica, intesa come l’ammontare del patrimonio netto che i cittadini posseggono attraverso la Stato. Purtroppo per le attività dello Stato non sono disponibili informazioni  sufficientemente  affidabili e con buona  profondità  storica,  ed  è  dunque  necessario  arrestarsi  al  legame  tra  ricchezza  privata  e  debito pubblico.  Questo aspetto andrebbe  tenuto presente  nelle comparazioni  temporali  o spaziali,  dato che il rapporto tra ricchezza privata e pubblica può modificarsi  in modo consistente  nel tempo e tra i diversi sistemi  economici  che  i  paesi  possono  adottare.  Sul  nesso  esistente  tra  il  debito  pubblico  e  il comportamento economico dei cittadini si è a lungo dibattuto nel quadro della teoria dell’equivalenza ricardiana. Si veda ad esempio Barro [1974].
5  Se nel complesso decurtare l’ammontare di debito pubblico dalla ricchezza delle famiglie non presenta
difficoltà, dal punto di vista micro l’operazione  non è altrettanto agevole, visto che non è chiaro chi e quando – attraverso la tassazione – sarà chiamato a ripianare il debito. Per questo motivo le definizioni di ricchezza netta a livello micro non tengono conto di queste componente.


3.       Comparazione nel tempo e tra paesi della disuguaglianza

 
In  Italia  i 10  individui  più  ricchi  posseggono  una  quantità  di  ricchezza  che  è all’incirca equivalente a quella dei 3 milioni di italiani più poveri [Cannari e D’Alessio 2006]; ciò esemplifica il divario che anche in un paese sviluppato come il nostro separa i ricchi dai poveri.
 
La  disuguaglianza  nella  distribuzione  della  ricchezza  è  in  effetti  assai  più pronunciata di quella sul reddito6. Considerando l’ultimo anno per cui è disponibile il dato definitivo, il 2008, si verifica che l’indice di Gini della ricchezza netta è pari a circa 0,63 contro lo 0,29 che si osserva per il reddito equivalente; il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede oltre il 40 per cento dell'intero ammontare di ricchezza netta mentre il 10 per cento delle famiglie a più alto reddito riceve invece solo il 27 per cento del reddito complessivo. Seconde stime provvisorie (Banca d’Italia [2011]), nel 2010 l’indice di Gini sarebbe  lievemente   cresciuto,  presumibilmente  a  causa  degli  effetti  della  grande recessione.
 
La maggiore disuguaglianza  che si osserva per la ricchezza rispetto al reddito si spiega in vari modi. In primo luogo la disuguaglianza della ricchezza tende a riflettere le maggiori differenze attribuibili al diverso stadio del ciclo di vita di ciascun individuo. Se è vero che anche per il reddito si osserva il tipico profilo per età, dapprima crescente e poi decrescente dopo il pensionamento, per la ricchezza tale andamento è più pronunciato. I valori medi crescono più rapidamente dalle età giovanili a quelle centrali e decrescono con maggiore rapidità nell’età anziana. Va inoltre ricordato che gli strumenti di sostegno economico alle famiglie disagiate agiscono principalmente sui redditi, sulla base della considerazione che mentre l’assenza di reddito (cioè di risorse destinabili al consumo) è una condizione in generale fonte di particolare criticità, l’assenza di ricchezza può comunque associarsi a condizioni reddituali adeguate, e dunque non essere meritevole di sostegno economico7.
 
Oltre alla diversa capacità di reddito degli individui nell’intero arco della vita, la disuguaglianza nella ricchezza tende a riflettere altre caratteristiche degli individui. Le diverse preferenze dei soggetti in merito al differimento nel tempo dei consumi possono spingere le persone ad essere più o meno impazienti, destinando corrispondentemente più o meno risorse al consumo immediato rispetto al risparmio. L’avversione al rischio, per contro, influenza sia il tasso di risparmio, poiché modifica il livello ritenuto ottimale di ricchezza detenuta a titolo precauzionale, sia la tipologia di investimento prescelto. La presenza  e il numero  dei figli può infine  influire  sulla ricchezza  detenuta  al fine di lasciare un’eredità.
 
Effetti  rilevanti  sulla distribuzione  della ricchezza  possono  essere  attribuiti  ai capital gains, cioè alle variazioni di valore della ricchezza dovute all’andamento dei prezzi delle attività, o a esperienze familiari particolari, come ingenti esborsi dovuti a problemi di salute, esperienze di disoccupazione e così via. Particolare rilievo nel determinare i livelli di disuguaglianza della ricchezza assumono inoltre le eredità e i doni.
 
Ma  qual  è stato  l’andamento  della  disuguaglianza  della ricchezza  in  Italia  negli ultimi decenni? Rispondere a questa domanda è più difficile di quanto si pensi, a causa della limitata disponibilità di dati campionari e dei problemi di qualità che affliggono quelli disponibili8.
 
La serie degli indici di concentrazione di Gini calcolati sui dati non corretti mostra un andamento della disuguaglianza tra il 1987 e il 2008 piuttosto erratico; dopo un calo nel biennio 1989-91, la disuguaglianza si riporta pressoché sui valori del 1987 tra il 1993 e il 2000 per poi subire un nuovo calo tra l’inizio del secolo e il periodo 2004-2008 (Figura 2, Tavola A3).
 
Se si considerano i dati micro aggiustati per l’under-reporting, si osserva un calo nella disuguaglianza tra il 1989 e il 1991; l’andamento negli anni novanta appare più marcatamente  crescente rispetto alla serie dei dati grezzi mentre il calo successivo  è invece meno sensibile. Nel complesso la serie dei dati aggiustati sembra rendere conto meglio del peso crescente che sul finire del secolo assumono le attività finanziarie, caratterizzate  da  maggiori  livelli  di  concentrazione  rispetto  alle  attività  reali,  in particolare in alcuni anni. Gli indici di concentrazione delle attività reali sono invece caratterizzati da un trend decrescente di lungo periodo, che probabilmente va attribuito alla progressiva diffusione della proprietà dell’abitazione di residenza, che passa da poco più del 50 per cento nel 1977 a quasi il 70 per cento nel 2008.
 
Per il periodo 1977-1986, nel quale non venivano rilevate nell’indagine le attività finanziarie,   non  si  dispone  di  stime  campionarie   della  concentrazione  di  questa componente né dunque della ricchezza nel suo complesso. Sfruttando le informazioni sulle attività reali, che rappresentano comunque la parte preponderante della ricchezza netta, nonché alcune regolarità tra gli aggregati in questione è possibile avanzare alcune ipotesi sull’andamento della disuguaglianza della ricchezza in quel periodo.
 
In particolare è possibile fare ricorso alla scomposizione dell’indice di Gini tra componenti proposta da Pyatt, Chen e Fei [1980]. Siano Wk  (k=1,…3) le 3 componenti della ricchezza netta (attività reali, finanziarie e debiti) e Gk  i rispettivi indici di Gini, risulta che:
  
 
cioè l’indice di Gini della ricchezza netta è una combinazione lineare degli indici di Gini delle sue componenti Gk, i cui coefficienti dipendono dai valori medi delle componenti (?k) nel rapporto con quella della ricchezza nel suo complesso (?) e dal rank correlation ratio Rk. Quest’ultima componente, data dal rapporto tra la covarianza tra  la k-esima componente e la graduatoria della ricchezza e la covarianza tra la k-esima componente e la graduatoria della componente stessa, esprime la capacità della componente di influire sulla graduatoria degli individui in termini di ricchezza complessiva.
Per gli anni che vanno dal 1977 al 1986 si è proceduto a stimare sia gli indici di Gini delle attività  e passività  finanziarie  sia i rank correlation  ratio R mediante  modelli lineari che legano tali quantità ai valori medi osservati a livello macro. L’indice di Gini della ricchezza netta che si ottiene dalla composizione della parte osservata (componente reale) e di quella ricostruita (finanziaria) mostra un andamento decisamente decrescente
della disuguaglianza, coerentemente con quanto si osserva per la sola componente reale9 (e per il reddito familiare).
 
Nel complesso, dunque, la disuguaglianza della ricchezza avrebbe avuto nel medio- lungo periodo un andamento decrescente fino alla fine degli anni ottanta, crescente negli anni novanta e lievemente decrescente negli anni più recenti.
 
I livelli di disuguaglianza sono influenzati dall’andamento dei prezzi delle attività, riflettendo  la  loro  diffusione  tra  i  diversi  strati  della  popolazione.  In  generale,  un incremento nei prezzi delle azioni tende ad accrescere i livelli di disuguaglianza (perché i più ricchi tendono a possedere queste attività) mentre il contrario accade per un calo dei corsi azionari. I prezzi delle case, per contro, tendono ad avere un effetto opposto; un aumento dei prezzi delle case tende a produrre minore disuguaglianza mentre l’opposto accade quando i prezzi scendono. Poiché l’andamento nei prezzi delle case e nei corsi azionari tendono spesso ad andare in direzione opposta (la correlazione risulta pari a - 0,6), ne risulta che i due effetti in generale si sommano, amplificando l’elemento ciclico.
 
Naturalmente  queste sono considerazioni di massima, che non tengono conto del fatto  che  i prezzi  delle  case  variano  in  modo  differenziato  sul  territorio  (per  area geografica, per regione, per ubicazione rispetto al centro delle città) e a seconda di altre caratteristiche, così come le azioni non sono un unico aggregato e presentano variazioni diversificate sulla ricchezza dei possessori; gli impatti sulla disuguaglianza non sono dunque precisamente prevedibili.
 
Non appare comunque casuale che la crescita della disuguaglianza  nella seconda metà degli anni novanta avvenga in presenza di una crescita considerevole nei prezzi delle azioni, così come il calo dei primi anni duemila è probabilmente almeno in parte attribuibile al negativo andamento del mercato azionario e alla corrispondente crescita del mercato immobiliare. Queste oscillazioni non nascondono comunque il trend di lungo periodo nella disuguaglianza, che per la parte ricostruita precedente al 1987 risulta decrescente, per gli anni novanta risulta crescente e poi nuovamente in calo.
 

Ma come risultano i livelli di ricchezza e di disuguaglianza della ricchezza in Italia nel panorama internazionale?
 
Per quanto riguarda l’ammontare della ricchezza delle famiglie, le stime di Davies, Sandstrom, Shorrocks e Wolff [2009] sulla distribuzione dell’intera ricchezza del pianeta attribuiscono una posizione piuttosto favorevole all’Italia; considerato pari a 1 il peso del nostro paese in termini di popolazione, l’indice risulta pari a circa 3 in termini di PIL e a circa 4,5 in termini di ricchezza. In altri termini, il nostro paese risulta maggiormente favorito in termini di ricchezza pro capite di quanto non lo sia per il prodotto pro capite.
 
Per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, le indicazioni che si ricavano dagli studi internazionali presentano risultati non sempre convergenti. Secondo le indicazioni di Sierminska, Brandolini e Smeeding [2007], che fanno uso della banca dati del LWS10, i livelli di disuguaglianza che si osservano in Italia sarebbero inferiori a quelli
di  tutti  i  paesi  considerati  nell’analisi  (Svezia,  Stati  Uniti,  Regno  Unito,  Canada, Germania  e  Finlandia).  Questa  considerazione  rimarrebbe  inalterata  se  in  luogo dell’indice considerato da quegli autori si valutasse la posizione dell’Italia sulla base degli indici corretti prima mostrati. Altre stime [Davies, Sandstrom, Shorrocks e Wolff, 2009] mostrano che gli indici di concentrazione dell’Italia sono relativamente bassi (al 20esimo posto su 25 paesi analizzati); gli indici corretti porterebbero l’Italia verso il centro della classifica.
Le stime, come si è detto, non sono sempre coerenti11  e vanno prese con una certa cautela, in quanto scontano le differenze metodologiche tra le varie indagini e i problemi di misura che possono incidere in modo non marginale sui risultati. Per l’Italia, tuttavia, le indicazioni sembrano piuttosto convergenti nell’indicare livelli di disuguaglianza della ricchezza relativamente moderati (contrariamente a quanto si osserva per i redditi). Contribuisce a spiegare questo risultato la diffusione della proprietà dell’abitazione di residenza, superiore a quella che si riscontra in numerosi paesi europei, come Regno Unito, Svezia, Francia e Germania, risultando invece inferiore a quella riscontrata in Grecia, Irlanda e Spagna [BCE, 2003]12.
 
La ricchezza netta familiare presenta livelli e andamenti notevolmente differenziati sulla base delle caratteristiche socio-demografiche dei suoi componenti (Tavola A4).
 
Nel 1987, primo anno per il quale si dispone dei dati micro, le famiglie con persone di riferimento costituite da operai e pensionati presentavano i livelli più bassi di ricchezza netta familiari, pari a circa il 60 per cento dell’ammontare medio; a livello territoriale, le famiglie più svantaggiate risultavano quelle meridionali, con valori medi di circa il 30 per cento inferiori a quello delle famiglie residenti nel Centro e nel Nord. Le famiglie più ricche erano invece quelle dei liberi professionisti, imprenditori e lavoratori autonomi e quelle dei dirigenti, con valori medi pari a circa il doppio della media generale.
 
Tra il 1987 e il 2008 le famiglie di operai registrano una caduta nei loro livelli di ricchezza media, che passa dal 60 al 45 per cento del livello medio generale. Un calo caratterizza anche l’andamento della ricchezza delle famiglie di liberi professionisti, che tuttavia rimangono su livelli medi molto elevati (l’indice passa circa da 250 a 200); analogamente le famiglie di imprenditori e di altri lavoratori autonomi perdono qualcosa in termini relativi, ma rimangono sempre su livelli elevati (indice da 183 a 153).
 
La categoria che, per contro, registra uno notevole miglioramento nei livelli medi di ricchezza è quella dei pensionati, che passa da un indice di 61,6 a 97,8, raggiungendo quasi la media dell’intera popolazione.
 
La distribuzione della ricchezza tra le classi di età ha subito una profonda trasformazione (Figura 3); mentre nel 1987 le famiglie di giovani erano su livelli medi non lontani dal totale della popolazione, a partire dal 2000 queste famiglie vedono peggiorare decisamente la loro condizione; il contrario accade per gli anziani, che nel periodo considerato vedono migliorare nettamente la loro posizione relativa. Le classi di età intermedie riflettono lo stesso andamento delle classi più estreme, anche se in misura meno marcata; le famiglie con capofamiglia tra i 50 e i 65 anni migliorano le loro condizioni relative mentre quelle tra i 30 e i 50 le peggiorano.
 
A livello di area geografica, il Centro e il Nord presentano valori che – in modo alternato – portano l’una o l’altra area sui livelli più elevati e l’altra a seguire; oltre a una certa variabilità campionaria è possibile che pesi una certa sfasatura tra i cicli dei prezzi degli immobili nelle due aree. È invece piuttosto marcato e costante il peggioramento delle condizioni del Mezzogiorno, che vede il proprio indice tra il 1987 e il 2008 perdere circa 10 punti, passando da circa 80 a 70.
 
Quanto al confronto tra i generi, si rileva che le famiglie con persona di riferimento uomo presentano valori significativamente superiori a quelli delle famiglie con persona di riferimento donna. Tale divario, tuttavia, risente di numerosi fattori, tra i quali il fatto che le famiglie con persona di riferimento donna sono spesso più anziane o con un minor numero di componenti.
 
Una  comparazione  più  accurata  della  ricchezza  per  genere  richiederebbe  di individuare  all’interno  delle  famiglie  quanto  spetta  a  ciascun  componente,  nella ripartizione della ricchezza familiare tra i suoi membri. Se la ricchezza viene associata alle caratteristiche individuali a seguito di una ripartizione paritaria, la quota complessivamente spettante alle donne risulta inferiore a quella degli uomini di circa il 2-3 per cento. Tale criterio di ripartizione, tuttavia, potrebbe non riflettere pienamente i divari intra-familiari nel controllo delle risorse economiche. Un altro criterio possibile è quello che fa riferimento alle intestazioni legali dei beni, sebbene queste possono essere influenzate da aspetti pratici o fiscali e dunque non necessariamente esprimono l’effettiva disponibilità dei beni posseduti. Purtroppo l’IBF rileva gli intestatari del bene soltanto per gli immobili mentre le attività e le passività finanziarie sono invece rilevate a livello familiare; non è quindi possibile una valutazione piena, riferita al complesso della ricchezza. Con riferimento al solo patrimonio immobiliare, è però notevole che mentre alla fine degli anni ottanta risultava intestato a uomini circa il 60 per cento del totale, nelle indagini più recenti la quota risulti sbilanciata a favore degli uomini in misura assai minore, 53 contro 47 per cento. Il gap si è dunque notevolmente ridotto.
 
 
5.       Origini della ricchezza e opinioni sulla disuguaglianza
 
Finora, abbiamo misurato la disuguaglianza in termini di ricchezza nel paese, ne abbiamo  analizzato  l’andamento  nel  tempo  e  l’abbiamo  confrontato  le  evidenze disponibili per l’Italia con quelle di altri paesi; abbiamo inoltre valutato i divari tra le aree geografiche e le categorie di famiglie. Ma come possiamo giudicare questi livelli di disuguaglianza in assoluto? I livelli di disuguaglianza che osserviamo nel nostro paese sono eccessivi o sono invece accettabili?
 
La risposta a questa domanda non ammette un’unica risposta; la sensibilità verso il tema della disuguaglianza varia da paese a paese e da individuo a individuo, sulla base delle condizioni materiali e dei giudizi di valore di ciascuno13.
 
Secondo le indicazione che si ricavano dalla World Value Survey (WVS), gli italiani avrebbero un’attenzione verso i temi dell’uguaglianza relativamente più marcata rispetto a quella presente in altri paesi. Ad esempio, al quesito che chiede agli intervistati di scegliere  quale dei due valori tra uguaglianza  e libertà  sia ritenuto più rilevante,  gli italiani risultano in terza posizione, su 32 paesi, nel preferire l’uguaglianza alla libertà. La quota di italiani che seleziona l’uguaglianza infatti sopravanza di circa 10 punti quella
relativa alla libertà (49 contro 40 per cento, con un restante 11 per cento di indecisi); nell’ottanta per cento dei casi, incluso paesi europei come Francia Spagna e Germania, risulta invece maggioritaria la quota di coloro che selezionano la libertà come prevalente.
 
Questa connotazione marcatamente egalitaria del nostro paese si ridimensiona parzialmente analizzando le domande riguardanti la redistribuzione del reddito. La quota di italiani che ritiene sia molto importante eliminare le grandi disparità nei redditi è pari al 35 per cento, quota all’incirca mediana tra gli oltre 30 paesi analizzati. Anche nella domanda  che  chiede  se  andrebbe  ridotta  la  disuguaglianza  nei  redditi  o  se  invece andrebbe ampliata, per fornire maggiori incentivi alla produzione, l’Italia si colloca in una posizione intermedia; tra i paesi più sviluppati, quelli europei propendono in maniera più forte rispetto all’Italia per una maggiore uguaglianza mentre Stati Uniti e Giappone propendono maggiormente per la scelta alternativa.
 
Il giudizio sull’uguaglianza e sull’opportunità di limitarla attraverso l’intervento pubblico è a sua volta influenzato da alcune valutazioni sul funzionamento della società. Negli Stati Uniti, ad esempio, è piuttosto diffusa la convinzione che lo stato di povertà sia fondamentalmente determinato da comportamenti e modi di essere dei poveri stessi (ad es. mancanza di volontà, 61 per cento) e che sia dunque ascrivibile – almeno in buona misura  – alla loro  stessa  responsabilità.  Questa  stessa  opinione  è invece  assai  meno diffusa nei paesi europei (ad esempio la Germania con il 13,4 per cento e la Spagna con il 18,8  per  cento),  che  al  contrario  privilegiano  l’opinione  che  la  povertà  sia prevalentemente  il  frutto  di una società ingiusta. 
Anche per l’Italia, secondo i datidell’IBF, l’opinione  che  la  povertà  sia  ascrivibile  a  comportamenti  di  scarsa responsabilità dei poveri stessi non raccoglie particolari consensi14.
 
Un ulteriore elemento che caratterizza l’Italia rispetto agli altri paesi è quello relativo alla diffusa opinione che l’impegno personale giochi uno ruolo modesto nel determinare il successo economico, che sarebbe invece maggiormente ascrivibile alla fortuna e alle relazioni familiari. Sulla base delle risposte fornite dagli intervistati, con un punteggio lungo una scala che va da 1 a 10 (dove 1 indica l’opinione per cui “a lungo andare un serio impegno porta a una vita migliore” e 10 che “un serio impegno non conduce al successo; è più questione di fortuna e di relazioni”) si rileva che l’Italia è agli ultimi posti per il ruolo assegnato all’impegno e al lavoro (48esimo posto sui 55 paesi per cui è disponibile  l’indicatore).  Il  punteggio  medio  dell’Italia  (5,3)  è  simile  a quello  della Francia (5,3) ma inferiore a quello di quasi tutti gli altri paesi occidentali (Germania 4,8; Olanda e Norvegia 4,9; Giappone 5; Gran Bretagna e Svezia 4,5; Spagna 4,2; Canada 4; Stati Uniti 3,9).
 
I risultati desunti dall’IBF sul 2006 che poneva agli intervistati alcune domande qualitative sul tema confermano quanto espresso sulla base dei dati della WVS, e cioè che gli italiani hanno, in generale, una consistente avversione alla disuguaglianza (Tavola A5). Questa è più sentita nei confronti delle situazioni estreme (il grado di accordo maggiore si raccoglie sull’affermazione “Tutti dovrebbero avere almeno il minimo necessario per vivere”, con un punteggio medio di 8,5 su 10) e giustifica l’intervento dello Stato (8,1). Gli intervistati riconoscono il ruolo della fortuna (7,9), quello dell’impegno (7,4) e della famiglia di origine (7,3). Vi è comunque un buon grado di accordo sul fatto che “chi si impegna di più dovrebbe essere più ricco degli altri” (7) e che dunque non tutte le disuguaglianze siano da considerare negativamente. Come già detto, limitato è il supporto all’affermazione che i poveri siano pigri (4,7).
 
Le opinioni possono riflettere, oltre che i diversi tratti culturali delle popolazioni residenti nei vari contesti, anche i differenti assetti sociali e istituzionali; è cioè possibile, ad esempio, che la società statunitense attribuisca un maggiore ruolo al merito non solo sul  piano  del  riferimento  culturale  –  il  cosiddetto  sogno  americano  –  ma  anche supportando un più elevato livello di meritocrazia rispetto a quanto si riscontra in Europa, e in Italia in particolare15.
 
I giudizi inerenti l’origine della ricchezza e il ruolo dei vari fattori analizzati nel determinare il successo di un individuo sono correlati all’avversione alla disuguaglianza; coloro  che ritengono  che la fortuna  e i genitori  abbiano  un peso  rilevante  sono  più propensi a considerare forme intervento dello Stato per limitare la disuguaglianza. L’opposto si verifica per quelli che invece ritengono che il successo dipenda fondamentalmente dall’impegno e che la povertà sia determinata da libere scelte degli individui.
 
A livello territoriale emergono alcune differenze nella direzione attesa, con un Mezzogiorno leggermente spostato verso una posizione più fatalista (ruolo del caso) e che risente  di un  ambiente  economico  meno  dinamico  (ruolo  delle  origini  familiari) rispetto al Centro e al Nord, che invece presentano valori medi più elevati per le affermazioni che fanno riferimento alla responsabilità degli individui nel successo e alla povertà. Più in generale, e comprensibilmente, le famiglie più povere sono più propense alla redistribuzione di quelle più ricche. Come nel caso dei divari geografici, tuttavia, le differenze, sebbene statisticamente significative, non sono particolarmente marcate; ad esempio, l’affermazione che lo Stato dovrebbe limitare le disuguaglianze passa da un grado di accordo medio di 8,3 tra i più poveri a 7,8 tra i più ricchi. Nel complesso emerge un quadro di valori e di opinioni di riferimento inerenti la disuguaglianza che si differenziano a livello individuale, ma in misura piuttosto limitata sulla base dell’area geografica di residenza o della classe di ricchezza.
 
Ma quali sono le evidenze statistiche disponibili nel rapporto tra ricchezza e caratteristiche degli individui? Uno dei fattori principali che contribuisce a spiegare le origini della ricchezza a livello di individuo sono le eredità e i doni che questi ricevono dalla famiglia di origine. Secondo stime riferite al 2002, i trasferimenti ricevuti sotto forma di eredità o donazioni rappresentano una quota consistente della ricchezza netta delle famiglie, valutabile tra il 30 e il 55 per cento a seconda se si attribuiscano al trasferimento anche i redditi nel tempo prodotti. Questa quota ha mostrato una tendenza alla crescita; le stesse misure riferite al 1991 risultavano più basse di circa 3 e 5 punti percentuali16. Sebbene l’osservazione dei soli trasferimenti ricevuti porti a sovrastimare il ruolo delle eredità come fattore di disuguaglianza nella ricchezza, non considerando i trasferimenti attesi per il futuro soprattutto dai soggetti più giovani, non vi è dubbio che i trasferimenti di ricchezza ereditaria siano relativamente concentrati e fonte di disuguaglianza 17.
 
Un ulteriore aspetto assai rilevante per spiegare la distribuzione della ricchezza tra individui riguarda i capital gains, cioè delle variazioni di valore delle attività. Secondo alcune stime riferite agli ultimi decenni [Cannari, D’Alessio Gambacorta, 2007], i capital gains hanno nel breve periodo (circa 1-2 anni) un ruolo quantitativamente simile a quello del risparmio e superiore a quello delle eredità e delle donazioni nel determinare mediamente le variazioni di ricchezza delle famiglie. In periodi più lunghi il ruolo dei capital gains tende a ridursi mentre quello del risparmio tende a crescere; infatti, mentre le  variazioni  di  valore  nel  corso  del  tempo  tendono  talvolta  a  compensarsi,  i comportamenti di risparmio seguono percorsi meno erratici e producono dunque risultati che alla lunga risultano dominanti. Nel medio-lungo periodo, tuttavia, il contributo dei capital gains, pur se inferiore a quello del risparmio, sarebbe stato di tutto rispetto, dell’ordine di grandezza di quello delle eredità e dei doni.
 
Se  per  un  verso  si può  sostenere  che  i  capital  gains  derivino  dalle  scelte  di investimento e dalle attitudini degli individui a rischiare il proprio capitale, va anche riconosciuto che, in larga parte, essi sono il risultato di eventi casuali, imprevedibili; un pacchetto azionario comprato nel momento giusto, un’abitazione acquistata lì dove poi sorgerà una stazione di metropolitana; un debito a tasso fisso ottenuto appena prima di un forte (e inatteso) incremento dei tassi. In altri termini, la fortuna ha certamente un ruolo molto rilevante sui capital gains e dunque sulla ricchezza delle famiglie.
 
Naturalmente un ruolo di primo piano nell’accumulazione della ricchezza è costituito dal  risparmio,  che  si  collega  alla  capacità  di guadagno  di  ciascuno.  Non  va  però dimenticato che numerosi studi mostrano che anche i redditi da lavoro sono a loro volta influenzati dalle condizioni della famiglia di origine. Ciò accade perché i figli di persone più istruite tendono ad essere essi stessi più istruiti e perchè tendono frequentemente verso le stesse professioni dei padri18, sia perché possono giovarsi di un ambiente che ne agevola  la  formazione  in  quella  direzione  sia  perché  possono  sfruttare  la  rete  di conoscenze dei loro genitori. Ad ogni modo, quali che ne siano i motivi, non si può non osservare una significativa persistenza nelle forme di stratificazione sociale, ciò che costituisce una forma di disuguaglianza verso cui i tradizionali strumenti di policy (ad esempio la scuola pubblica) non riescono a opporre che timidi argini. Va infine ricordato che alcuni elevati livelli di ricchezza possono talvolta trovare giustificazione sia nella diffusa evasione fiscale che caratterizza alcune categorie nel nostro paese, sia in attività più propriamente criminose.
In sintesi, le evidenze disponibili segnalano che – in media – il ruolo giocato dalle proprie  scelte  nel determinare  il proprio  livello  di ricchezza  non è poi  così  elevato, fornendo  una  conferma  alle  opinioni  espresse  dai  cittadini  italiani  nelle  indagini qualitative sopra richiamate e giustificando una certa propensione alla redistribuzione.
 
 
13  Sul tema del rapporto  tra disuguaglianza,  valori e politiche  redistributive,  si veda Bénabou  e Tirole [2006]. Sul rapporto tra disuguaglianza  e giustizia si veda Sen [2010a e 2010b]. Nell’ambito  del filone della economics of happiness, si veda il contributo di Biancotti e D’Alessio [2008] sul rapporto tra valori, disuguaglianza e benessere.
14  Alla affermazione “Le persone povere sono pigre” gli intervistati, chiamati a fornire un grado di accordo con un punteggio da 1 a 10, forniscono solo nel 39,2 per cento pari o valori superiori al 6; la media delle risposte risulta pari a 4,7.
15     Per  un  recente  confronto  internazionale,  dal  quale  emerge  tra  l’altro  una  ridotta  mobilità intergenerazionale dell’Italia, si veda OCSE [2010].
16  Ulteriori misure [Cannari e D’Alessio, 2007a] sembrano confermare questa tendenza alla crescita del
ruolo della ricchezza ereditata sul totale; ad esempio, le abitazioni ricevute in eredità o in dono, che nel 1987 rappresentavano il 32,2 per cento della ricchezza netta, nel 2008 rappresentavano una quota superiore di oltre  4 punti  percentuali;  includendo  nel  trasferimento  il flusso  di  reddito  prodotto  dalla  ricchezza trasferita, si passa dal 47,7 al 60,3 per cento.
17 Secondo Cannari e D’Alessio [2007a] l’indice di Gini dei trasferimenti ricevuti risulta pari a 0,89, mentre
l’aggregato che include anche i trasferimenti attesi per il futuro ha un indice di Gini leggermente inferiore (0,86). Il 5 per cento di famiglie con più elevati valori di trasferimenti ricevuti e da ricevere assorbe oltre la metà del totale dei trasferimenti.
18 Si veda Schizzerotto [2002], Fabbri e Rossi [1997].

 

 
6.       Conclusioni
 
L’Italia è un paese relativamente ricco, con un livello di disuguaglianza comparabile a quello di altri paesi europei. Le famiglie italiane mostrano una diffusa avversione alla disuguaglianza che risulta nella sostanza condivisa nei diversi strati sociali e nelle aree geografiche del paese.
 
Il sostegno delle famiglie meno agiate trova probabilmente un supporto nelle forme culturali che attraversano il nostro paese, da quella di derivazione cristiana a quella socialista. Si associa a questa motivazione la convinzione piuttosto diffusa tra la popolazione che il benessere di ciascuno sia legato a quello di chi ci circonda. A queste motivazioni si aggiungono moventi almeno parzialmente più opportunistici, basati sulla considerazione che la minore presenza di poveri ed emarginati rende più sicure le città e più vivibile la nostra società. Nel caso della ricchezza, si aggiunge la circostanza che - secondo le misure disponibili – essa non sempre appare legata alle scelte e ai comportamenti degli individui; spesso dipende da fortuna e da altre circostanze. La percezione di un’ampia evasione fiscale che caratterizza il nostro paese [Cannari e D’Alessio, 2007b] tende anch’essa a ridurre la legittimità della disuguaglianza.
 
Il rapporto tra la ricchezza e il reddito è all’incirca raddoppiato negli ultimi decenni; corrispondentemente  è aumentato  il ruolo  dei  redditi  da capitale  rispetto  a quelli  da lavoro. In altri termini, la ricchezza sta assumendo un ruolo via via crescente tra le risorse economiche che definiscono la condizione di benessere di un individuo. In questo quadro, è notevole  che nel nostro  paese  il carico  fiscale  sulla ricchezza  all’inizio  degli anni duemila fosse tra i più bassi d’Europa [Cremer e Pestieau, 2003] e che, al netto dei condoni, sia diminuito sensibilmente nel corso del decennio [Banca d’Italia, 2010]19. Pur riconoscendo che il disegno di un sistema impositivo è una questione che richiede la
valutazione  di  molti  aspetti,  non  ultimo  quello  relativo  alla  competizione  tra  le legislazioni  sul  mercato  internazionale  dei  capitali,  l’inversione  di  questa  tendenza occorsa con il decreto di fine 2011 è apparsa opportuna. Va peraltro osservato che la ricchezza, in particolare quella immobiliare, è più difficilmente occultabile nei confronti delle  autorità  fiscali;  il suo  utilizzo  in  quanto  base  imponibile  può  rivelarsi  utile  in contesti, come quello italiano, di elevata evasione fiscale.
 
Naturalmente i livelli di disuguaglianza nella ricchezza possono essere mitigati anche in modo più duraturo agendo sui meccanismi che la determinano, ad esempio attraverso politiche in grado di assicurare che il godimento di alcuni diritti fondamentali raggiunga più  pienamente  e  uniformemente  la  popolazione.  La  scuola  pubblica,  ad  esempio, erogando un servizio a tutti, tende a ridurre la disuguaglianza tra i cittadini in termini di conoscenze  e di  abilità,  presupposto  di  una  quota  rilevante  di  quella  in  termini  di ricchezza, riducendo in particolare il divario che caratterizza coloro che provengono dalle classi sociali più svantaggiate. Analogamente le politiche volte a rendere il livello dei servizi pubblici del Mezzogiorno (ad esempio in termini di sicurezza o di dotazioni infrastrutturali), comparabile a quello delle altre aree del paese, sono politiche che promuovono una maggiore uguaglianza tra i territori e indirettamente tra le ricchezze di quanti vi risiedono. Infine la disuguaglianza che caratterizza i giovani, in termini di condizioni  attuali di ricchezza,  non può che essere affrontata  sul terreno  da cui trae origine, cioè con interventi sul mercato del lavoro e sul welfare.
 
 
19 Gli interventi più rilevanti degli ultimi anni hanno riguardato l’abolizione della tassa sulle eredità, poi ripristinata ma con un’ampia franchigia, pari a 1 milione di euro, e l’abolizione pressoché totale dell’ICI sulle case di residenza. Sia pure con caratteristiche particolari, rientrano nella categoria delle imposte sul patrimonio anche gli introiti derivanti dal cosiddetto “scudo fiscale”. L’introduzione dell’imposta di bollo sul conto titoli nella manovra del luglio 2011 non ha modificato sostanzialmente la tendenza evidenziata. Con il decreto di fine 2011 sono state invece introdotte imposte di un certo rilievo sugli immobili e sui conti di deposito delle attività finanziarie.

 Di Giovanni D'alessio - Banca D'Italia

 

  CLIKKA QUI X HOME PAGE - INDICE

Licenza Creative Commons
Blook: The future of Homo Sapiens (Sapiens?) by Fabio Marinelli - Italia - MRNFBA6.. is licensed under aCreative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at fabiomarinelli.ilcannocchiale.it.
Permissions beyond the scope of this license may be available at f.marinelli@alice.it

TAG:   

diffondi 

commenti a questo articolo 0
commento di fabio1963 inviato il 11 giugno 2012
Incredibile la Camusso la pensa come me:
http://www.lettera43.it/economia/macro/bankitalia-camusso-l-italia-si-impoverisce_4367554029.htm
commento di pasquino50 inviato il 10 giugno 2012
La "diseguaglianza" voluta cercata e perseguita ancora è il corollario del sistema, anzi direi che ne è il cuore pulsante. Non credo che le politiche che perpetrano tale "concetto" siano arrendevoli dinanzi a ciò, compreso il pseudoriformismo progressista, che le possa mettere in discussione o ancor meno "rivoluzionarle".
In punto di morte accadono conversioni, ma pare che tale detto non si applichi al "liberismo" che interpreta se stesso come mitologica fenice.
Non è ne sarà facile disperderle quelle ceneri, per mai più compattarle.
Altrimenti perchè appare normale che ancora oggi il gruppo bilderberg abbia ragione di esistere? Se poi si vanno a "notare" i componenti italiani...

Lista partecipanti riunione del gruppo Bilderberg 2012:

http://www.informarexresistere.fr/2012/06/02/lista-partecipanti-riunione-del-gruppo-bilderberg-2012/#axzz1xP5aifpO


commento di fabio1963 inviato il 9 giugno 2012
Se si vuole redistribuire la ricchezza in un paese, bisogna quindi aumentare le tasse di successione e aumentare il prestigio della scuola pubblica a danno della privata.
Invece in Italia si sta facendo il contrario, con appartenenti ad una scuola privata (Bocconi) al potere: essi non riusciranno mai a trovare ricette per superare la crisi, perché sono esponenti conservatori di un vecchio mondo in crisi e sono i referenti di un capitalismo oligofamilistico amorale, ereditario, demeritocratico, elitario. Essi sono i più bravi ad applicare le teorie economiche neoclassiche che insegnano alla Bocconi che hanno ridotto il mondo sul lastrico.
Per guarire dalla malattia non si possono chiamare medici medievali che ancora applicano il salasso, quando invece è necessario idratare il paziente!
commento di fabio1963 inviato il 9 giugno 2012
Ma secondo me va rivista l'idea di crescita facendosi questa domanda:

E' ancora possibile (o lo è stato mai) in Italia arricchirsi lavorando onestamente?

Dai dati presenti nell'articolo che ho segnalato, è chiaro che si arricchisce per:
eredità, matrimonio e furto (evasione fiscale, corruzione ecc. ecc. quindi furto).
Quindi per crescere mediante il lavoro bisogna mettere una tassa sulle successioni, e impedire l'evasione (elusione) fiscale, la corruzione e il furto!
Anche la finanziarizzazione dell'economia con i derivati e strumenti poco chiari è un furto che impedisce una sana crescita mediante una base manifatturiera del lavoro che si aggancia al terziario post-industriale in maniera fisiologica.
commento di magnagrecia inviato il 9 giugno 2012
Che cosa hai modificato, ché s'è azzerato il contatore dei commenti?
commento di magnagrecia inviato il 8 giugno 2012
“Purtroppo per le attività dello Stato non sono disponibili informazioni sufficientemente affidabili”

Per la verità, questo succede anche per le attività dei privati, relativamente agli immobili. Nel mio ‘post’ Analisi quali-quantitative/14/Imposta patrimoniale ho già segnalato:

1) Il 21.7 u.s., da questo ‘post’ del blog “Percentualmente” di Repubblica http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/07/19/il-paese-delle-disuguaglianze , ho rilevato una notevole differenza del dato della ricchezza degli immobili residenziali tra l’Agenzia del Territorio (che il giorno 18.7 scorso ha presentato i dati del suo studio) e la Banca d’Italia, la nostra più importante ed affidabile tecnostruttura (cfr. “La ricchezza delle famiglie italiane nel 2009” che ho allegato qui in passato, (v. Lettera di PDnetwork http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html , nota2): 6.335 mld contro 4.800 mld, con un divario di ben 1.535 mld.
Ho fatto una breve indagine e telefonato alla Banca d’Italia ed ho scoperto che… (il resto nel primo ‘post’ allegato sopra).
E’ soltanto una curiosità, non c’è relazione tra i due numeri, e tuttavia si ricava facilmente che il solo patrimonio immobiliare residenziale italiano vale tra i 4.800 e i 6.335 miliardi di €, cioè 2,60 volte, nell’ipotesi minima, e 3,43 volte, nell’ipotesi massima, l’enorme debito pubblico italiano, pari a fine 2010 a 1.843 mld.

informazioni sull'autore
ISCRITTO A PDNETWORK DAL
25 gennaio 2010
attivita' nel PDnetwork