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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 31 maggio 2012

Quattordici anni fa ho lavorato a tempo determinato presso un ente pubblico della mia città. Ero molto contenta di quell’occasione, pur sapendo che sarebbe durata un anno. Ero già al primo rinnovo, due anni prima avevo fatto altri sei mesi, in un altro ufficio, e ormai stavo cominciando a impratichirmi.

Quando mi chiamarono la seconda volta, non me l’aspettavo.

Il giorno prima avevo fatto un colloquio con un’azienda privata, piccola ma dalle brillanti prospettive come si dice, per un posto interessantissimo. Si trattava di gestire i rapporti con i clienti stranieri, soprattutto sul mercato nord e sudamericano. Io conoscevo all’epoca l’inglese e lo spagnolo, e sarei stata felicissima di poterli parlare e scrivere tutto il giorno o quasi.

Avrei dovuto farmi tutti i giorni un bel po’ di kilometri in macchina, ma pensavo che mi sarei adattata, e poi lo stipendio era equo.

L’azienda operava nel settore biomedicale.

A Mirandola.

Avevo già il contratto pronto per la firma. Poi, la mattina dopo, arrivò la telefonata dell’ente pubblico: mansioni meno che mediocri ma posto di lavoro attaccato a casa, ticket restaurant, stipendio leggermente superiore a quello mirandolese.

Accettai di tornare nell’ente pubblico. Accettai un posto comodo e sicuro al posto di un lavoro brillante e adatto alle mie capacità.

 

Avrei potuto essere a Mirandola, in questo disgraziato maggio 2012.

Mi è venuto in mente, con un certo ritardo, ieri pomeriggio.

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