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contributo inviato da Achille_Passoni il 29 maggio 2012


Pubblico di seguito il testo completo dell'intervento sulla riforma del mercato del lavoro che ho pronunciato poco fa in Aula, in una versione leggermente più breve per rientrare nei tempi. Buona lettura!

Signor Presidente, Onorevoli colleghi, Signora Ministro, componenti del Governo,

la discussione del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro avviene in un momento difficilissimo per il Paese, che si trova ancora nel mezzo di una crisi devastante. Una crisi che ha riflessi enormi in primo luogo sull’occupazione, e si sta accanendo con particolare ferocia contro i giovani e chi si affaccia per la prima volta nel mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato sino a raggiungere il 36%. Una cifra spaventosa. Così come è impressionante quel 23% di giovani che appartiene ormai alla cosiddetta generazione “Neet”, ovvero coloro che non sono occupati, non studiano e sono talmente scoraggiati da non cercare nemmeno più un’occupazione.

È una crisi profonda quella che sta colpendo il Paese, che produce effetti pesantissimi proprio sulla spina dorsale dell’intero nostro tessuto industriale, ma in particolare su quel sistema di piccole e medie imprese che sta soffrendo come mai prima d’oggi, e i tragici avvenimenti che hanno coinvolto piccoli imprenditori stanno lì a dimostrarcelo. Una crisi che si può affrontare e superare soltanto creando i presupposti per la ripresa e la crescita, in un quadro di un nuovo paradigma da affermare innanzitutto in Europa. Un paradigma nel quale - all'interno della necessità assoluta di costruire una dimensione politica effettiva dell'Europa stessa - l'attenzione all'equilibrio di bilancio non deve venir meno, ma deve coniugarsi con un impegno forte sugli investimenti, con strumenti finanziari appropriati, in grado di rimettere in moto, in modo armonico, l'economia di tutto il vecchio continente, e con il coraggio delle riforme.

Quelle riforme così necessarie in Italia, per adeguare la nostra struttura economica e sociale alle sfide della competizione globale e che il nostro Paese non ha avuto il coraggio di realizzare per tempo, perché il cambiamento richiede a tutti coraggio e determinazione e, soprattutto, la rinuncia a posizioni comode, di rendita, di difesa d’interessi particolari ed egoistici. Riforme che dobbiamo fare, non perché ce le chiede l'Europa, ma perché ne ha bisogno l'Italia. E una delle riforme necessarie è proprio quella in discussione in quest’Aula, in questi giorni.

Certo, non ci si può aspettare che risolva i tanti e complessi problemi che il nostro mercato del lavoro ha accumulato nel tempo - anche per interventi legislativi sbagliati - a partire dall’insopportabile dualismo che lascia una parte importante di lavoratori in una condizione di precarietà, di diritti negati. Una riforma, questa sì, in grado di mettere in campo un nuovo paradigma, capace di realizzare, o perlomeno di avviare, un grande processo di riunificazione del mondo del lavoro e di costruire un mercato del lavoro più efficace e dinamico. Un mercato del lavoro in grado di coniugare la necessaria flessibilità per competere nel mercato globale, con l’esigenza di porre fine alla precarizzazione selvaggia del lavoro cui abbiamo assistito negli ultimi anni e di estendere progressivamente tutele e diritti.

In questo quadro, il ddl in discussione segna una positiva discontinuità con le politiche del lavoro perseguite negli ultimi anni, anche se – direi ovviamente, visto la mole dei problemi accumulati – non raggiunge pienamente l’obiettivo. Ma non vi è dubbio che una strada diversa è stata segnata. Ed è su questa strada che occorrerà andare avanti nel prossimo futuro. Una strada che deve chiudere definitivamente una stagione lunga, insopportabilmente lunga, nella quale gran parte del nostro assetto produttivo ha scelto la via bassa alla competizione, con la conseguenza sciagurata di occuparsi solo della riduzione dei costi e, quindi in primis, di quello del lavoro. E non fa nulla se questo ha costretto milioni di lavoratori, in gran parte giovani e giovani donne, a vivere una insopportabile condizione di precariato lavorativo. Una condizione già di per sé spiazzante, spersonalizzante, socialmente annichilente, che determina una insopportabile incertezza del presente e un vero e proprio esproprio dell'autonomia e della libertà di determinare il proprio futuro.

Alla rottura di questa condizione, innanzitutto personale e poi sociale ed economica, a questa sfida alta era ed è chiamata a rispondere la riforma del mercato del lavoro. Per questo motivo, quando mesi fa è iniziato il dibattito sulla riforma, ho ritenuto un grave errore strategico partire dalla modifica dell’articolo 18. Ho temuto che si potesse così sprecare un'occasione e, ancor più, produrre un danno e un ulteriore regalo a chi intende continuare in una direzione opposta a quella che giustifica, invece, una riforma del mercato del lavoro. E questi timori mi hanno accompagnato per settimane. Ho assistito ad un insensato accanimento ideologico contro l’articolo 18 - che per me rimane una sacrosanta tutela per difendere la parte più debole, il lavoratore, dagli abusi e dalle discriminazioni . Un attacco che poggiava sul considerare, assurdamente, quella tutela come la causa di tutti i mali del nostro mercato del lavoro e perfino dei mancati investimenti di capitali esteri nel nostro Paese.

In questo, lo dico con rammarico, ho visto primeggiare Confindustria e l'allora presidente Marcegaglia. Ma non solo: anche il Governo, a mio giudizio, ha imboccato, all’inizio, una strada che metteva a rischio la riforma, perché soggiaceva a quella furia ideologica, anziché seguire la strada di un riformismo vero e pragmatico. Un riformismo fondato sul rispetto e la tutela dei diritti di tutti e davvero in grado di leggere i problemi reali, separandoli dalle ideologie. Quel riformismo mostrato invece dal Partito Democratico, che ha consentito di ricercare, trovandola, la soluzione migliore e più ragionevole, nell’interesse del Paese. E con quella stessa ispirazione riformista, come Gruppo del Pd, abbiamo lavorato in Commissione con responsabilità per migliorare la riforma, rafforzando, per quanto è stato possibile, quel cambio di paradigma di cui parlavo. E con questo approccio, abbiamo ottenuto – voglio sottolineare: con il concorso di tutti i Commissari - risultati importanti.

A partire dall’introduzione di un compenso minimo per i collaboratori a progetto, basato sulla contrattazione collettiva e rapportato ai minimi salariali applicati per le mansioni equiparabili svolte dai lavoratori subordinati. Abbiamo introdotto modifiche per conferire valore alla contrattazione nazionale, in linea con quanto previsto dall’accordo del 28 giugno 2011 tra sindacati e Confindustria, estendendo il potere negoziale del sindacato, proprio verso la tutela di quei lavoratori più deboli che non hanno un contratto a tempo indeterminato e per governare davvero, ai vari livelli della contrattazione, l’utilizzo corretto di tipologie contrattuali diverse. Va in questa direzione anche la norma che consente alle parti sociali l’apertura alla partecipazione dei lavoratori in azienda, definendone le forme.

A mio giudizio, il modello di riferimento da seguire è quello che prevede la presenza dei lavoratori nei comitati di sorveglianza, piuttosto che quello della partecipazione agli utili, sul quale ho tantissimi dubbi e che, comunque, ritengo non maturo per il nostro Paese. Con questa norma si potrà, finalmente anche in Italia, costruire un modello partecipativo all'altezza delle sfide nuove che la competizione internazionale impone, ed estendere una cultura democratica nelle aziende e nelle relazioni industriali che, lo dico con rammarico, si contrappone a quello che, purtroppo, sta perseguendo una grande azienda italiana come la Fiat.

Voglio ora sottolineare un altro architrave della riforma che abbiamo rafforzato in modo consistente e assai opportuno. Mi riferisco all'estensione e al consolidamento delle misure di lotta alla precarietà in entrata, per separare sempre più nettamente il lavoro autonomo vero, da quello subordinato mascherato. Per la verità si poteva e doveva fare ancora di più, specie nello sfoltire la pletora di tipologie contrattuali esistenti ed eliminare quelle che in questi anni hanno contribuito maggiormente ad alimentare e incentivare la precarietà, come il lavoro a chiamata, anche se – va detto - la leva dello scoraggiare il ricorso al lavoro precario da parte dell’impresa, attraverso l’elevamento del suo costo, è sicuramente importante per la lotta al precariato. E la legge fornisce ora strumenti adeguati per intervenire contro gli abusi, favorendo la conversione dei contratti a progetto mascherati in contratti a tempo indeterminato, e delle false partite Iva in contratti a progetto, incentivando, in generale, il passaggio verso tipologie contrattuali sempre più tutelate.

Così come, va detto con chiarezza, chi giudicava negativamente la soluzione raggiunta con l’articolo 18 e ha provato, dall'interno del Parlamento e dall'esterno, a perseguire assurde rivincite attraverso un peggioramento delle norme di contrasto alla precarietà, non è riuscito a realizzare, come avrebbe voluto, il proprio obiettivo. E ancora, importante è anche la scelta di rilanciare un'idea positiva di politiche attive del lavoro. Qui dobbiamo sapere che abbiamo un problema gigantesco con il quale misurarci nel futuro prossimo. Vale a dire la reimpiegabilità dei lavoratori ultracinquantenni, una volta che la riforma delle pensioni, per come è stata realizzata, ha definitivamente sottratto alle aziende il più grande ammortizzatore sociale. Le imprese dovranno, perciò, ripensare seriamente l’organizzazione della produzione, e le istituzioni dovranno mettere in campo politiche attive in grado di affrontare il tema del reimpiego di quegli stessi lavoratori, nel caso si producesse, comunque, un'espulsione dalla produzione di lavoratori avanti negli anni.

Certo, gli strettissimi vincoli di bilancio sono stati la montagna che ci ha costretto, in Commissione, a procedere su un cammino stentato e sicuramente impervio, e hanno impedito un lavoro di modifica del testo originario più marcato e positivo di quello pur realizzato. E proprio quei vincoli di bilancio ci consegnano, innanzitutto, un aumento pesantissimo di 6 punti dell’aliquota contributiva dei parasubordinati e delle partite Iva, che la farà salire al 33%, in linea col resto del mondo del lavoro. Un aumento anche giusto nella finalità previdenziale che si prefigge, ma assolutamente sproporzionato nella cadenza temporale della sua realizzazione, anche perché l'obiettivo finale a cui lavorare deve essere quello di abbassare quella stessa percentuale, per tutti i lavoratori. Un aumento che rilancia, con ancor più forza e, direi, drammaticità, il tema delle vere partite Iva iscritte alla gestione separata, che non solo non è giusto che paghino così tanto, ma è legittima la discussione che sollecitano circa la loro equiparazione al lavoro autonomo. Su questo tema, opportunamente, si intrattiene un apposito ordine del giorno a prima firma del sen. Ichino che auspichiamo venga accolto dall'Aula.

E comunque, almeno, sarebbe stato opportuno destinare parte di quell'aumento contributivo all’estensione degli ammortizzatori sociali, rafforzando l’Aspi e la mini-Aspi, nell’ottica di renderle davvero universali da subito e non tra qualche anno come - a quel punto, anche giustamente - abbiamo deciso in Commissione. Ma ancora, se vogliamo uscire da questa crisi e utilizzarla come un’opportunità per il futuro, dobbiamo dire forte e chiaro che i diritti e le tutele devono essere universali e non possono dipendere certo dal tipo di contratto con cui si viene assunti. L'ho detto e lo ripeto ancora con convinzione: la strada indicata è giusta, ma gli avanzamenti e le soluzioni date sono insufficienti - penso, in particolare, agli ammortizzatori - a causa del vincolo posto dal Governo sulle risorse. E senza risorse non si universalizza il sistema. Considero questa parte della riforma, quella su cui maggiori dovranno essere gli investimenti e più forte la capacità di monitorare gli effetti delle scelte già compiute, perché, a regime, il sistema copra adeguatamente tutti e, nella transizione fra il vecchio ed il nuovo modello, nessuno resti senza tutele.

Penso, per tutte, alla questione delle coperture assicurative e previdenziali per i destinatari di disoccupazione a requisiti ridotti, lavoratori agricoli in primis. Il problema non è stato risolto. Attenzione a che non si crei un’altra vicenda esodati: non se ne sente proprio il bisogno! Proprio a proposito degli esodati, ricordo che un apposito ordine del giorno approvato da tutta la Commissione Lavoro del Senato si pronuncia chiedendo al Governo una soluzione per tutti coloro che si trovano in quella situazione.

In conclusione, Signor Presidente, voglio anch'io sottolineare il lavoro svolto in Commissione, perché penso che le modalità con le quali quel lavoro si è svolto rappresentino un fatto politico meritevole di essere spiegato e valorizzato. Penso che non fosse assolutamente scontato raggiungere un compromesso su un tema nel quale l'alternatività tra le posizioni del Pd e quelle che il sen. Sacconi, nei lunghi anni nei quali ha ricoperto incarichi ministeriali ha condiviso col suo partito, è totale. Alternatività non solo riferita a differenze di vedute di natura politica, ma culturale, valoriale, ideale. Se nella Commissione ognuno si fosse ancorato orgogliosamente ai propri convincimenti, avremmo semplicemente "fatto chiacchiere" con risultati nulli. Invece, nel profondo rispetto delle posizioni di ognuno, i partiti che sostengono il Governo - in particolare, ma non solo loro: dò atto alle opposizioni di aver mantenuto un atteggiamento costruttivo - hanno ricercato in modo trasparente un compromesso politico.

Credo che questa modalità di lavoro rappresenti, nella situazione sociale ed economica del Paese, nel quadro politico attuale e nel pieno di una crisi di credibilità della politica stessa, una risposta. Intendiamoci, una risposta anche modesta ma pur sempre una risposta, nel segno di un’assunzione di responsabilità, da apprezzare. La politica diventa credibile quando con trasparenza assume la responsabilità quale bussola del suo agire. Responsabilità finalizzata alla soluzione dei problemi delle persone. Responsabilità nell'interesse del Paese.

Infine, signora Presidente, rivolgo un pensiero alle vittime del terremoto, un pensiero a quei lavoratori schiacciati sotto le macerie dei capannoni nei quali stavano lavorando. Grazie.

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commento di nino55 inviato il 31 maggio 2012
Esatto Achille,ma mentre noi ci trastulliamo nel trovare le soluzioni che sono le vie di mezzo per non dispiacere a nessuno, nel frattempo i dati dei giovani disoccupati crescono.
Ma ce l'abbiamo una politica per fermare questa emorragia?
Ce l'abbiamo un'idea del perchè avviene tutto questo?
Non vi vengono i dubbi,che è sbagliato da parte di tutti la concezione del 1° lavoro,cos'è la scuola,l'università se tra gli obiettivi non vi è un progetto per immettere tra le attività d'impiego tutti i giovani che adesso non hanno futuro?
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4 marzo 2010
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