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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 26 aprile 2012

“John Reddy Heart” è un’astrazione. Una scatola vuota. Un feticcio. È l’insostituibile oggetto - suo malgrado, contro la sua volontà e in gran parte a sua insaputa - di un’isteria collettiva, di un divismo si potrebbe impropriamente dire, che durerà per tutta la vita di chi lo ha conosciuto nell’adolescenza, permeando di magia la banalità delle loro biografie, colonizzando i loro ingenui sogni erotici o eroici, i loro ideali, i loro diari, i loro pettegolezzi, le loro cronache nere e rosa, ispirando le opere d’arte che qualcuno di loro poi comporrà, riscattando nella loro immaginazione l’intercambiabilità di corpi che invecchiano, si ammalano, muoiono all’improvviso, si laureano, trovano ottimi lavori, si sposano e non sanno mai se sono stati veramente felici, tranne che in quella mitizzata adolescenza.

 

Ma John Reddy Heart, bambino derubato della sua infanzia, adolescente più che responsabile e poi uomo fatto, altro non è che una brava persona, un figlio devoto, l’agnello sacrificale (e consapevole) della sua disastrata famiglia. 

 

John Heart non più Reddy, ormai adulto e abile artigiano, vive in una roulotte e preferisce farsi chiamare Mister Tuttofare; ama ricambiato le donne, ma il suo passato lo costringerà sempre a scappare e a vagare, solitario. E non ci trova nulla di romantico nel suo destino, lui. John Heart vorrebbe essere solo dimenticato, ma non ci riuscirà mai. 

 

Perché per il Noi Narrante di questa storia, ragazzi e ragazze della sua scuola, “John Reddy Heart” è il Sole, è Dio-Mitra-Cristo-San Sebastiano, è il Tutto.

 

Bellissimo e diverso dalla media Wasp, taciturno, esotico e oscuramente maledetto, “John Reddy Heart” è sia oggetto di culto che oggetto sessuale da cultura pop. Così come oggetto sessuale è sua madre, femme fatale per necessità, la quale si è cucita addosso un nome, “Dahlia Heart”, e un’immagine indimenticabile che infine provocheranno la rovina e la diaspora della sua famiglia.

 

Come tanti Andy Warhol, i diligenti compagni di scuola di “John Reddy Heart” custodiranno (alcuni nasconderanno) per anni il suo ricordo, la sua leggenda e la sua immaginetta ritagliata dai quotidiani: un capro espiatorio, un innocente a priori, un Ecce Homo insanguinato e pestato dalla polizia, dopo la fuga e prima dei processi.

Gli attribuiranno eroiche sentenze che passeranno di bocca in bocca modificandosi e distorcendosi: “Fate quel che dovete”; “Anche Gesù era un lebbroso”; “Non basta dimostrare qualcosa per dire che è la verità”.

Addirittura, un’orrenda canzone rock ne celebrerà le gesta pseudocriminali dotandolo di occhi blu che non ha mai avuto e di tutti gli stereotipi dell’eroe byroniano.

 

John Reddy Heart non sente il bisogno di essere capito, o forse sa che è impossibile.

John Reddy Heart è invisibile.

John Reddy Heart è inconoscibile.

John Reddy Heart è il dio del fraintendimento.

 

Joyce Carol Oates

La ballata di John Reddy Heart

Il Saggiatore Tascabili

2011

TAG:  LETTERATURA  CULTURA  LIBRO  RECENSIONE  JOYCE CAROL OATES  LA BALLATA DI JOHN REDDY HEART 

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