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contributo inviato da Claudia Castaldini il 15 aprile 2012

Apprendiamo dai giornali di oggi che il Re di Spagna Juan Carlos si è fratturato un'anca cadendo mentre si trovava in Africa.  Che cosa faceva in Africa?   Partecipava ad un safari, di quelli veri, a caccia nientemeno che di elefanti.
In uno degli ultimi Paesi del continente più sfruttato al mondo che permettono la caccia agli elefanti dietro lauto pagamento per la concessione, il Botswana, un Capo di Stato europeo andava a cacciare gli ultimi esemplari di questa straordinaria specie considerata a serio pericolo di estinzione, minacciata com'è dai bracconieri, dalle guerre, dalla perdita dell'habitat.  In una visione del mondo e del rapporto con l'ambiente largamente fuori tempo massimo, una caduta porta accidentalmente alla conoscenza di tutti e all'attualità una pratica di sapore ottocentesco e colonialista, risucchia nel presente un atteggiamento che era sconveniente anche quando rientrava nella pratica normale, e mostra che negli atteggiamenti di alcuni il rapporto con la Natura e con gli altri popoli non ha subito cambiamenti, come se un secolo intero fosse trascorso sopra le loro teste.
Sul piano puramente animalista, ogni pratica di uccisione è da condannare, e in particolare un elefante per la sua intelligenza e sensibilità colpisce nell'animo, più che con la canna di un fucile, mentre sul piano ambientale, l'uccisione di un elefante comporta un'accelerazione del processo a forte  rischio d'estinzione della specie che ha molte cause, tutte di difficile gestione. E la difficoltà di gestire l'inestimabile patrimonio naturalistico dell'Africa è testimoniata dai vari progetti di salvaguardia, dai grandi Parchi sempre in difficoltà a fronte dei bracconieri, e dagli eventi di cui grandi aree del continente sono vittime, come le guerre e le condizioni permanenti di carestia che portano gli abitanti a fare ricorso alle proprie risorse naturali, quasi sempre destinate al mondo ricco.
In questo contesto, la pratica che abbiamo appreso oggi essere propria di Re Juan Carlos assume i contorni di una pratica di potere, di affermazione della propria possibilità di fare ciò che gli altri non possono fare, e sicuramente a maggioranza non vorrebbero fare, nonostante tutto.  Nonostante gli sforzi di organizzazioni ambientaliste, di governi, di volontari, di cittadini per realizzare progetti volti a salvare specie in pericolo e vietare cacce e safari, c'è chi può (e vuole) pagare per farlo, pagare naturalmente in un Paese povero, dando un contributo, speriamo comunque piccolo, all'eventuale fallimento dei progetti stessi.   Ci sono villaggi poverissimi nella giungla dell'India o del Bangla Desh dove viene insegnato agli abitanti come evitare la tigre senza ucciderla (e là davvero rischiano la vita), ci sono volontari europei, americani, o di altri Paesi che vanno nei luoghi degli ultimi ambienti semi-selvaggi per lavorare a progetti di protezione dell'ambiente e delle specie in pericolo, o per evitare la distruzione delle ultime aree di foresta primaria per far posto a piantagioni adatte ai consumi del mondo occidentale, si impegnano denari per intervenire direttamente e sul campo. Questa non è morale (che comunque uno a una certa età dovrebbe essersi già costruita), ma sono fatti concreti.
Non sono pochi e non tutti hanno la corona in testa coloro che continuano a ritenere di trovarsi al di fuori del contesto, e fintanto che ci sarà un buco sulla Terra in cui mettere i rifiuti e far finta che vi sparisca l'inquinamento, o le proprie inutili e crudeli cacce, continueranno a comportarsi nello stesso modo, e nel tentativo di evitare pareri giudicanti cercheranno di chiudere gli occhi anche a tutti gli altri, magari fino a quando il tonfo di un'accidentale caduta non li farà riaprire.
 

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