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contributo inviato da verduccifrancesco il 10 marzo 2012
La Presse

Undici anni di guerra non sono bastati a scalfire la società patriarcale Afghana.
E’ di alcuni giorni fa la notizia che il presidente Hamid Karzai ha approvato un nuovo codice di condotta proposto dal consiglio religioso Ulema (massimo organo religioso) che ripropone in massima parte il codice talebano.
Un atto distensivo verso gli insorti, tra cui i talebani, giustificato dal presidente come necessario per porre fine alla guerra, ma che risulta lesivo dei diritti delle donne afgane che si vedono catapultate nell’oscurantismo talebano dove la donna era considerata proprietà della famiglia patriarcale.
Questo ci riporta a considerare che le guerre, se pur avviate con tutti i buoni propositi dell’universo - cosa alquanto improbabile dato che le guerre hanno sempre avuto, e sempre avranno anche se mascherato dai buoni propositi, come scopo la conquista dei territori che oggi si traduce in conquista dei mercati -, alla fine producono sempre e solo morti e dolori alle popolazioni coinvolte.
Non fa eccezione quella in Afghanistan che, avviata ufficialmente dopo la distruzione delle torri gemelli a New York l’11 settembre 2001 con la giustificante di far fronte al dilagare del terrorismo internazionale e islamico, divenne gradualmente la base della teoria “dell’esportazione della democrazia” nei paesi a regime totalitario - ma solo nei paesi islamici, chissà perché!

Comunque sia e a parte le giustificazioni ufficiali, il punto rimane la sua crudeltà di fronte alla resistenza dei popoli interessati le cui culture millenarie, fortemente radicate nella popolazione - nel caso specifico e nel mondo mussulmano in generale -, non si lasciano coinvolgere dai presupposti su cui si basa la cultura degli “invasori” che pretenderebbero di imporre la democrazia senza tener conto della cultura preesistente.
La resistenza, in massima parte ,vale anche per le donne che, pur essendo fortemente penalizzate dalla cultura islamica - e pertanto, secondo noi, maggiormente motivate -, non si lasciano ammaliare dalle promesse di libertà pur desiderandola. Questo perché anch’esse vogliono il cambiamento in sintonia con la cultura islamica.
Un esempio reale ci viene dalla “primavera araba” dove, la dove si sono svolte le libere elezioni, hanno vinto i movimenti islamici.

Questo ci porta, o dovrebbe portarci, a considerare che ogni popolo ha il diritto di evolversi indipendentemente dal mondo circostante e in base alla propria cultura -  la storia italiana e europea dovrebbe insegnarci molto in proposito.
Che ogni popolo deve trovare da se la strada verso una società più giusta e equa. L’imposizione è sempre un fattore destabilizzante delle culture e, di conseguenza, si troverà sempre di fronte una forte reazione che invaliderà ogni tentativo di avvicinamento delle diverse culture esistenti.

Se, dopo 11 anni di guerra, non si è riusciti a scalfire - che anzi, rischia ora di riportare indietro la popolazione al punto di partenza - minimamente la cultura islamica in Afghanistan, la ragione sta proprio nel non aver rispettato la cultura esistente perché, al di la delle nostre convinzioni, rimane sempre il punto di riferimento di un popolo.
TAG:  AFGHANISTAN  GUERRA  DONNE  CULTURE 

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