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contributo inviato da baratt0907 il 22 febbraio 2012

-1Il lavoro oggi: quel poco che c’è e quel tanto che manca.



Si discute e si parla molto in questo periodo dei problemi legati al mondo del lavoro; lo si fa a ragion veduta e qualche volta si ha l’impressione che si perda di vista davvero questa emergenza. Mai come in questi ultimi anni il tema del lavoro è diventato un problema ed una emergenza sociale che investe tutti i settori produttivi e tutte le età anagrafiche.

A livello nazionale tra governo e parti sociali si sta tentando di dare risposta a tale argomento, affrontandolo con l’augurio che si riesca a trovare una soluzione condivisa da tutti; cioè senza vincitori e vinti ma con la consapevolezza che non si può e non si deve giocare sulla pelle di quelli più disagiati.

La nostra provincia e la zona della Bassa Bresciana non è immune da questa piaga e da questa emergenza; sempre di più i giovani (maschi e femmine) non riescono a trovare una collocazione nel mondo del lavoro e ciò riguarda sia coloro che hanno un titolo di studio, sia quelli che da tempo sono alla ricerca di una collocazione.

Nella “nostra” Bassa Bresciana sono scomparsi interi settori e tante aziende significative: non esiste più il settore tessile, è scomparso quello dell’abbigliamento, la calzetteria (Quinzano, Borgo San Giacomo, ecc stanno segnando il passo), ecc. Aziende storiche come la ex Fren-do (solo per citare l’ultima) hanno chiuso i battenti e spesso questi settori e queste aziende occupavano manodopera femminile; cioè a torto o a ragione era il secondo stipendio che entrava in una famiglia!

Non solo: il mondo dell’edilizia, che era spesso un impegno e un ripiego anche per molti giovani, sta attraversando una delle crisi più dure degli ultimi vent’anni. I famosi “pendolari” delle cinque del mattino che si recavano con i loro pulmini a Milano o altrove provenienti dai vari comuni quali Castrezzato, Castelcovati, Comezzano-Cizzago, Roccafranca, Rudiano, Trenzano, Chiari, ecc oggi sono fermi e non solo perché nel frattempo sono nate “società” magari di persone non italiane che stanno lavorando a prezzi ridotti rispetto a ciò che il mercato prima era disposto a pagare!

Non si era mai vista una cosa simile e non si vedono segnali di ripresa, anzi, basta frequentare il nostro ufficio di collocamento di Orzinuovi per rendersi conto dell’entità di questo fenomeno; credo di non sbagliare se affermo che presso questo ufficio di collocamento sono iscritte in cerca di lavoro tra le sette e le ottomila persone delle quali credo che almeno duemila provengano dall’edilizia!

Qualche piccolo sbocco spesso con rapporti di lavoro precari è dato dalla nascita e dallo svilupparsi di centri commerciali e supermercati. Mi è capitato di assistere ad una selezione per 40 posti di lavoro e vedere presentarsi 700 persone. Gente (specialmente ragazze giovani diplomate e laureate) disposte a lavorare sette giorni alla settimana per 1.000-1.100 € al mese e a volte in condizioni di precariato: o a tempo determinato, o con agenzie di lavoro interinale… e a volte anche tramite pseudo cooperative; cioè senza nessuna certezza per mettere su in futuro famiglia, per chiedere un mutuo, per pensare con serenità al futuro.

Bisognerebbe anche dire che la cosa che più spiace è che queste persone rischiano anche di sentirsi privilegiate, pur sentendosi dire spesso: se ti va bene è così oppure sappi che ce ne sono molte altre che aspettano… e stai attenta a non fare nel frattempo dei figli!? Cioè, manca lavoro e quel poco che c’è riduce la tua dignità di persona.

E poi perché non dirci che c’è un altro aspetto che deve essere affrontato: giustamente facciamo studiare i nostri figli (spesso con sacrifici), ma dopo il diploma quale sbocco hanno? Dove si va dopo il liceo e a volte anche dopo l’università? In qualche studio a fare praticantato fino a trent’anni, prendendo magari un rimborso di 300/400/500 € al mese?

Quando non si hanno certezze di un lavoro il giovane a volte diventa “un facile richiamo” di quella parte di società dove trionfano i vizi, la disgregazione familiare, le compagnie facili, ecc. Non voglio banalizzare, ci sono anche molti esempi di grande slancio verso il mondo del volontariato e dell’impegno sociale. E noi continuiamo a sentire le parole rivolte al precariato e all’art.18; certo, sono problemi reali e sappiamo che ad esempio l’art.18 tende a difendere diritti acquisiti e conquistati nel tempo, ma so altrettanto bene che ha almeno pari valore il licenziamento discriminatorio con un altro articolo che non è scritto, che non ha un numero (salvo nella Costituzione Italiana), cioè il diritto al lavoro.

Bisogna cioè, a mio avviso, ragionare di più sul lavoro che manca piuttosto che sulla tutela di coloro che già ce l’hanno. Non voglio certamente banalizzare e so che dobbiamo continuare a tutelare questi diritti acquisiti, ma so altrettanto bene cosa significa avere un figlio o una figlia di 20-22...28 anni a casa in cerca di un lavoro! Così come non va dimenticato che oggi la piaga sociale della disoccupazione tocca purtroppo anche padri e madri di famiglia, sicchè lo spaccato di questa società rischia di essere questo: a 20 anni non trovi un lavoro e a 40-45 lo perdi perché le aziende vanno in crisi e licenziano. Quale società ci si presenterà nei prossimi anni se queste sono le premesse? E’ un interrogativo che ci dobbiamo porre tutti, lasciando perdere le nostre appartenenze politiche, partitiche, gli egoismi, la demagogia, le facili risposte! Necessita invece che tutti ci si senta imegnati con coraggio e con decisione su alcune scelte e sostenerle ognuno per ciò che conta a tutti i livelli politici, amministrativi, istituzionali.


  1. Rilanciare gli istituti professionali e tecnici che sempre di più dovranno essere collegati strettamente al mondo del lavoro, dove cioè si ha più possibilità alla fine della scuola di trovare un posto; forse continuare a sfornare migliaia di maestri e di ragionieri crea delle aspettative di lavoro che poi non si concretizzano.

  2. Incentivare quelle aziende che assumono a tempo indeterminato i giovani, concedendo loro degli sgravi contributivi; altro che assunzioni, come succede spesso, della durata di una settimana, di un mese e poi… incertezza!

  3. Rivedere la legge sull’apprendistato, che deve servire tramite la formazione (che spesso non si fa) ad avere una collocazione lavorativa certa.

  4. Agevolare quelle aziende che assumono operaie ed operai ultra quaranta/cinquantenni espulsi dal mondo del lavoro (non dimentichiamo che spesso sono padri e madri di famiglia).

  5. Rilanciare tramite una legge il part-time, anche nelle aziende, in modo particolare per le donne che possono combinare così la famiglia, gli affetti con il lavoro, o giovani che possono allo stesso modo studiare e lavorare.

  6. Siamo il Paese europeo dove la percentuale di part-time è tra le più basse, e spesso esiste solo nei supermercati (magari perché così facendo si produce di più e si sbaglia di meno).


Bisogna cioè rimettere al centro il diritto al lavoro e creare le condizioni perché questo ci sia: non cresce una società dove esistono solo precariato, evasione fiscale e contributiva, facili guadagni, illeciti… che portano solo alla disgregazione dei giovani e della società.

Sono queste alcune considerazioni e proposte che mi auguro vengano affrontate e risolte a livello nazionale; da parte nostra dobbiamo avere un maggior rapporto tra amministrazioni comunali e attività produttive. A livello di zona dovremmo osare un po’ di più: è giusto pensare alle strade, alle scuole, alle palestre, al problema degli anziani, ecc ma se fossimo in grado di consorziare tra i vari comuni un po’ di più anche l’aspetto lavoro forse riusciremmo a dare delle risposte che devono essere sempre di più intercomunali. Ricercare ad esempio aree sovracomunali che possano essere appetibili per insediamenti industriali, dando la possibilità di ottenere queste aree a basso costo avendo però come contropartita l’impegno da parte di queste aziende a rimanere poi sul territorio evitando che dopo alcuni anni se ne vadano dopo aver fatto solo il proprio interesse o affare.

Poniamoci almeno il problema, perché Manerbio, Verolanuova, Chiari, Ghedi, Pontevico, ecc si sono sviluppati anche industrialmente (pur avendo avuto anche loro grandi crisi aziendali). Possiamo pensare anche noi di mettere in atto una sinergia per questi comuni della Bassa Bresciana che coinvolga enti comunali, industrie, istituti di credito, ecc affinchè oltre ai centri commerciali, che pure ci vogliono, si creino però iniziative industriali in grado di dare risposta a quei tanti giovani, uomini e donne che oggi pagano la piaga della disoccupazione.

Rimettiamo cioè al centro del nostro essere e del nostro fare questa tematica e facciamo sì che la politica a tutti i livelli si interessi e dia risposte decise e concrete.

Così facendo forse non avremmo fatto altro che il nostro dovere di persone impegnate; se non sapremo dare una risposta certa a questa domanda tutto perderà significato. Una società civile che si dica tale ha almeno un dovere nei confronti dei propri figli: dare loro diritto e dignità sociale con il lavoro.

Il lavoro: quel poco che c’è e quel tanto che oggi manca a tutti.


Giovanni Ferrari

(uno che si pone delle domande e cerca di dare delle risposte)

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