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contributo inviato da Achille_Passoni il 21 febbraio 2012


Purtroppo, è diventato un classico: ogni volta che Walter Veltroni dice una cosa pubblicamente, invita ad una riflessione, insomma, batte un colpo, si scatena un finimondo. Ingiurie, accuse di intelligenza col nemico, attacchi all’unità del partito e via cantando. È così dal documento dei 75 di due anni fa. Possono variare i soggetti che più urlano – nel senso che alcuni, col tempo, si ricredono e si rendono semplicemente più disponibili a discutere – ma la sostanza è la stessa. Stavolta è Stefano Fassina, peraltro recidivo, che tira la volata con toni e argomenti che si commentano da sè. Ma poco importa, e a nulla serve mantenersi su quel terreno di polemica. Peccato per lui che perde un’altra occasione per riflettere con più serenità e per misurare le parole, come dovrebbe essere la norma per un dirigente politico ancor più quando si tratta di rapporti tra persone dello stesso partito.

Tantomeno mi interessa commentare le parole del “sognatore-narratore” leader di Sel, o di qualcun altro di quello stesso partito. Ogni forza politica ha le sue idee e persegue le proprie strategie. Mi interessa però il senso vero – o quello che a mio giudizio ritengo tale – delle cose che Veltroni dice nell’intervista a Repubblica, al netto della risposta sull’articolo 18, che assurge alla cronaca come dirompente, ma che era del tutto marginale nel contesto del ragionamento. E, comunque come ha avuto modo di commentare lo stesso Veltroni, molto al di sotto di quel che, nel merito della necessità di metter mano in un qualche modo all’articolo 18, hanno detto altri autorevoli dirigenti del Pd, Fassina compreso, che , com’è noto, ha aderito alla cosiddetta mediazione della Cisl.

Il punto che merita di essere discusso e sul quale sono assolutamente d’accordo con Veltroni è il senso vero del nostro appoggio al governo Monti, il giudizio di merito sul suo operato e le prospettive verso cui si intende lavorare sin da subito. Qui c’è la diversità vera con settori nient’affatto marginali del nostro partito che intendono questo Governo come una parentesi subìta, una necessità finalizzata al solo cacciare Berlusconi. Va da sé, quindi, che fioccano giudizi sulla natura “di destra” dell’Esecutivo, sul considerarlo “altro da noi”, valutazioni che portano poi a giudizi di merito come quelli, sempre di Fassina, sulla natura brutale e iniqua della manovra.

E allora, qui e oggi si apre un problema che dobbiamo discutere, pena il non farci capire più nessuno. O diciamo con chiarezza che questo Governo sta cambiando il Paese, che sta facendo riforme necessarie ed orientate nella giusta direzione - altro che di destra - e che in questo ciclopico sforzo noi siamo al suo fianco, oppure davvero nessuno ci capirà più. E più si evocano attese per non meglio definiti contenuti strategici alternativi e per futuri scenari che collocherebbero il Partito Democraitco “a sinistra”, più gli interrogativi fra gli elettori crescono e il disorientamento nel corpo del nostro stesso partito si fa preoccupante.

Conclusione, gli elettori si rifugiano (per fortuna, come si palesa dai sondaggi) da subito nel consenso a Monti e cresce in loro la disaffezione ai partiti, e i nostri militanti fanno lo stesso (per fortuna) per quanto riguarda il consenso al Presidente del Consiglio, ma sul resto rimangono sconcertati. E così, anche le stesse proposte di miglioramento che giustamente avanziamo sui singoli provvedimenti del Governo rischiano di annacquarsi e mescolarsi in un indistinto, presidiato indiscutibilmente da chi la fiducia al Governo non l’ha votata. Un esempio per tutti: le pensioni. O si dice che il fondamento della riforma – metodo contributivo per tutti, in particolare – è sacrosanto, anzi che andava fatto tanti anni fa, oppure i problemi che abbiamo sollevato, in primis gli esodati e i precoci, finiscono in un elenco di critiche, alla fine del quale si rischia di portare nulla di buono a chi davvero ha subito danni serissimi da parte della riforma.

Ma gli esempi possono continuare, basti pensare alle liberalizzazioni e alla battaglia che stiamo conducendo in Senato per migliorare il testo per immettere più competizione nella società, aiutando la volontà stessa del Governo – ne è prova indubbia l’impegno di Monti nello svolgimento del suo incarico di Commissario europeo alla concorrenza - frenata dal centrodestra che vuole una società bloccata e gestita da caste, corporazioni, interessi derivanti da posizioni dominanti ormai antistoriche.

Ciò detto, le prospettive per la prossima legislatura non potranno prescindere da quel che avverrà in quest’ultimo scorcio di quella in corso. Se alla fine di questo percorso, come è universalmente riconosciuto, nulla sarà come prima, allora sarà decisivo come viviamo questa fase, come ci rendiamo co-protagonisti del cambiamento in atto, come co-determiniamo il tasso di riformismo – sì, di riformismo - di questo Governo, non del prossimo.

Ps: chiudo soltanto ricordando che sapete bene come la penso sull’articolo 18, e non ho certo cambiato idea. Infine, per quanto riguarda il negoziato sul mercato del lavoro, dico di lasciar lavorare in pace le parti e confido che il Governo sappia trovare un’intesa soddisfacente per tutti.
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