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contributo inviato da mario cavallaro il 14 febbraio 2012
Tenere di questi tempi un incontro sul tema “Ethos repubblicano e cesarismo”, con il sottotitolo ancor più ambizioso “Etica e socializzazione politica fra mondo antico e moderno" può sembrare persino ingenuo.

Come recitava la presentazione dell’iniziativa, proposta dall’associazione Civis Romanus, animata dal giovane studioso Paolo Lombardi, in collaborazione con la Société Internationale des Amis de Cicéron e l’associazione Vivere con filosofia, il punto di partenza era l’analisi storica del rapporto fra la potenza romana ed il sofisticato sistema di formazione e reclutamento della classe dirigente a cui si ricorreva per mantenere qualità e merito.

Strumenti di tale selezione, il mos maiorum, la tradizione ideologico culturale ed etico valoriale dei patres, ed il cursus honorum, l’assunzione graduata e regolata del potere politico.

L’eccesso di competizione politica personale che può definirsi “cesarismo” ha lentamente condotto la società politica romana ad un traumatico passaggio dal modello di società censitario ma non castale dell’età repubblicana a quello castale ma non censitario tipico dell’età tardo imperiale).

E dunque, partendo dall’analisi di questi due istituti fondativi della selezione politica nel mondo antico, si è messo in luce il conflitto permanente esistente oggi nella società italiana fra ethos repubblicano e tendenze feudali e cesaristiche.

Una chiave di lettura suggestiva, che individua in questa contrapposizione anche il vero scontro politico esistente nella società italiana; uno scontro che vede contrapporsi istinto egualitario e meritocratico e chiusure castali e corporative.

Il convegno si proponeva di indagare i processi storico politici e i meccanismi antropologico culturali che sono alla base di questa contrapposizione che influisce sulle due concezioni distinte di formazione della classe dirigente e domandarsi se l’ethos repubblicano, come valore sempiterno, può ispirare, così come ha fatto per il primo rinascimento, il nuovo rinascimento italiano da tutti tanto invocato.

In filigrana è emerso dal tema di questo incontro culturale e prepolitico, a cui hanno partecipato relatori di alto prestigio scientifico, fra cui il prof. Carandini, il prof. Viroli ed il prof. Prost della SIAC, l’interesse per la “questione delle questioni” contemporanea, la fragilità e la crisi della democrazia ed i rimedi possibili al rischio quasi mortale che essa corre.

Che si tratti del prevalere della finanza sull’economia reale, che sia il potere dei giganti di cui parla Conin Crouch a farla da padrone su quello delle istituzioni democratiche, tutti siamo consapevoli che quello che continua ad essere il migliore degli imperfetti sistemi di governo fatica ad interpretare i bisogni comuni e garantire il governo dei processi socio-economici.

La crisi greca ne sta diventando un esponenziale paradigma.

L’ethos, allora, va inteso non solo come capacità morale, ma - nella sua accezione aristotelica - anche come competenza e conoscenza, e – massimamente per noi contemporanei - come spinta e tensione interiore ad operare pubblicamente nella giustizia e per il bene comune.

Il suo inscindibile rapporto con la politica e con i politici non è un tema solo di spicciola attualità, ma un tema che potremmo definire sempiterno, ricorrente ed irrisolto nella cultura politica e nell’esperienza occidentale, sicuramente risalente persino rispetto al periodo storico che la suggestione dell’incontro intendeva più direttamente esplorare, quello del passaggio fra la luce sempre più tremula della Roma repubblicana e i bagliori del nascente principato.

Dobbiamo a suggestioni sempre più solide sulla democrazia ateniese il disvelarsi che essa si basava, più che su un consolatorio sentimento comune delle classi dirigenti rappresentato retoricamente dal celebre discorso di Pericle, assai più profondamente sul continuo drammatico confronto fra demos e classe dirigente.

Di simile natura può dirsi il conflitto della Roma repubblicana, con le sue ricorrenti sovversioni talora protorivoluzionarie, dai Gracchi a Lepido a Catilina ed infine al mortale conflitto fra repubblica e principato.

Ma anche in altre epoche ed in altri cieli il conflitto si ripropone.

Senza alcuna pretesa di una generalizzazione, come non ascrivere a questo eterno drammatico contrasto le tensioni della rivoluzione francese, che parte dalla meravigliosa affermazione delle tre virtù pubbliche liberté, égalité, fraternité per poi approdare all’intransigenza della rivoluzione e al principato imperiale napoleonico?

Come non ritenere che la stessa grande democrazia americana si basi su un complesso rapporto di bilanciamento non più solo di poteri secondo l’insegnamento tradizionale, ma di classi dirigenti sostanzialmente oligarchiche, aperte agli homines novi con sempre maggior fatica e con regole sempre meno certe di affermazione del merito e del consenso, per l’impatto della forza del potere economico e di quello mediatico e della comunicazione?

E noi, noi italiani? Democratici più fragili ancora di altri, per una tradizione di realismo antico che sconfina nel disincanto, con padri nobili come Machiavelli e Guicciardini, che fanno intuire al grande giurista Cassese che siamo una società senza Stato, che ha voltato le spalle da un ventennio, scansione temporale ricorrente dei mali italici endemici, al blando ma sostanzioso pedagogismo delle classi dirigenti nate dalla resistenza, dalla crescita economica del dopoguerra e dalla prodigiosa miscela costituzionale con cui la democrazia cristiana e poi il primo centro sinistra dialettico costruirono la base della repubblica, talmente solida che ha resistito ad ogni picconatura, pur mostrandone anche sui muri portanti e sulle travi i frutti in profonde crepe e diffusi crolli.

Fenomeni, dicevamo, tutt’altro che recenti, se già Calamandrei definiva non più rappresentanti del popolo, ma impiegati dei partiti i deputati ed i senatori della remota e ben diversa epoca sua.

Occorre dunque riprendere il filo lacerato della tessitura di un’ethos civile come base per la ricostruzione morale delle classi dirigenti.

E qui i cattolici possono dare un grande contributo seriamente laico, proprio nel cercare non tanto valori non negoziabili come frutto di una propria intangibile visione religiosa, ma l’etica condivisa come punto di incontro, basato sul valore intrinseco ed intangibile della persona umana e della sua dignità, pur nel rispetto di ogni fede ed ogni progetto culturale.

Non è allora un sogno arcaicizzante il ripristino della virtus nel senso romano più alto, dell’??et? greca che si trasforma da predisposizione dell’animo in valore nell’azione; non è un’illusione la speranza di una nuova stagione delle virtù civiche, delle declinazioni pratiche che il politico dovrebbe dare della virtù morale nella sua opera quotidiana.

Non è un desiderio astratto quello di ridare centralità nella vita sociale alla legge, essa si immanente e non negoziabile.

Occorre rifondare sugli antichi costumi le basi per il comune sentimento di identità nazionale, fatto di rigore, di sana moralità che non teme di farsi definire quasi impropriamente moralismo se con tale definizione si intende l’intransigenza, di scelte consapevoli che pongono la questione morale a fondamento di quella civile.

Non a caso, è necessario che alla riforma delle istituzioni e a quella elettorale, pur indispensabili, si affianchi quella, di cui si parla troppo poco, e solo quando essi dimostrano di essere nell’epicentro della patologia del sistema, dei partiti e dei corpi sociali, che del resto fu indicata essenziale dal lungimirante e persino profetico legislatore costituzionale.

Ormai si sente parlare diffusamente e genericamente della politica solo per i suoi vizi, le sue deviazioni dal fine del bene comune, i suoi sperperi veri, presunti o amplificati che siano, la sua autoreferenzialità, la sua debole rappresentatività, i suoi riti e miti sovente assai poveri di moralità e, quel che è peggio, essa viene sempre più spesso rappresentata come antagonista al mondo delle competenze, del merito, della professionalità, che un tempo si ispirava alla metafora generica della società civile ed ora si incarna nella professoralità dello stesso governo.

Ogni sforzo sarà vano se l’attenzione dell’opinione pubblica continuerà ad appuntarsi su questi avvilenti stereotipi piuttosto che, proprio per i tempi difficili che ci attendono, sull’alta qualità e l’inflessibile rigore che alla politica dovremo chiedere, sui metodi anche severi con cui ottenerli, e sulle antiche e solide radici storiche e culturali su cui fondare questa nuova stagione.

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