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contributo inviato da verduccifrancesco il 13 febbraio 2012
Solitaria se ne sta, là, nell’angolo più remoto del parco,
sotto l’ombroso ombrello dell’Ippocastano secolare.
Ormai vecchia e decrepita che, ad ogni foglia che d’autunno,
sulle sue assi s’appoggia, scricchiola in un lieve lamento


Ma sola non è! Sempre arriva,  come un patriarca d’altri tempi,
l’anziano che, tutti i giorni si siede, lontano dal chiasso,
calmo e tranquillo, a contemplare se stesso.
E la panchina l’osserva, e ascolta! le mille assurde storie
d’una vita in se felice e solitaria, avventurosa e tranquilla.

Sembra, l’anziano, a chi non lo conosce, che parli da solo,
come un pazzo immerso nella sua tenebrosa solitudine.
Ma la panchina sa che l’anziano non è solo;
i suoi sfoghi, che, però, sfoghi non sono
ma un naturale ritorno al suo tempo, a lei sono rivolti,
eletta depositaria di un sapere remoto.

E ascolta, attenta a non perdere nemmeno una sillaba
di quanto racconta l’anziano; non sia mai, pensa,
che un giorno mi chieda ragione del tempo
con lei trascorso a tramandare i suoi pensieri.

Ma, ormai abituata ai monologhi solitari
- che, anzi, si rammarica quando l’anziano
è assente, e pure si preoccupa che, forse
qualcosa gli è successo e non possa più venire -,
sa la panchina della vita che un tempo scorreva
in quelle vene ormai rinsecchite dal tempo,
in quel corpo un tempo liscio e scattante
di una gioventù tenbrosa e solare.

Ma sa anche che, un giorno tutto avrà fine,
che l’anziano mancherà all’appuntamento,
e spera che, magari, sulle sue vecchie assi
deponga la testa nell’ultimo sospiro d’addio
che sempre, pur nella sua vecchiaia,
con immenso piacere ne ha sopportato il peso.
TAG:  POESIA  ANZIANITÀ  SOLITUDINE 

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