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contributo inviato da verduccifrancesco il 10 febbraio 2012
Unimondo
 
Si è fatto un gran parlare di liberalizzazioni per quanto riguarda le categorie di mestieri, sembra, però, che nessuno abbia visto l’articolo 43 del decreto che introduce il project financing al fine di permettere la costruzione, ai privati, di nuove strutture carcerarie .  
Come si legge al comma due dell’articolo 43, il fine, secondo l’intenzione, è quello di risparmiare soldi allo stato. Ma è proprio vero?
Se consideriamo che il privato avrà, per rientrare dalle spese sostenute, il rimborso attraverso un canone fisso pagato dallo stato e la gestione della struttura per almeno vent’anni, significa che avrà un tornaconto in termini finanziari molto elevato dato che gestirà tutto l’insieme di attività inerenti alla gestione. Un carcere è, a tutti gli effetti, una comunità dove i detenuti vivono e, come tutti, hanno bisogno di determinate necessità basilari. Ed è attraverso la gestione delle necessità che il privato può trarre profitto. Queste necessità, in breve, sono: cibo, lavoro, pulizia, vestiario, lavanderia e tempo libero.
Inoltre, la gestione del carcere in mano ai privati significa renderlo un fatto puramente economico la dove, invece, è previsto che la struttura carceraria dovrebbe aiutare i detenuti a reintegrarsi nella società. Cosa che diventerà impossibile dato che il privato investe unicamente per il profitto e, coniugare profitto e aiuto ai carcerati non è possibile visto la loro condizione di esclusi dalla società e dai diritti ad essa riconducibili - questo varrà ancor più per il privato..

Cosa comporta, allora,  la gestione della struttura da parte dei privati anche considerando l’esclusione della custodia dei detenuti?
Dato che da noi il modello del carcere privato non esiste, ci si rifarà al modello degli stati uniti che, però, presenta delle contraddizioni con il modello statale teso, almeno in teoria, ad aiutare il reinserimento.
In primo luogo, il privato avrà un diverso approccio nei confronti del carcerato che sarà inteso come oggetto di guadagno. In secondo luogo, lo sfruttamento dello stesso al fine di renderlo produttivo allo scopo di renderlo redditizio.
Inoltre, dato che la gestione riguarda anche il lavoro del carcerato, c’è da presupporre che il suo lavoro verrà usato nelle incombenze interne come pulizia e altre e sarà svolto senza le coperture previste per i lavoratori “liberi” e con un salario inferiore ai lavoratori esterni.
Oltre a ciò, già oggi, il lavoro nelle carceri Italiane vale 300milioni di euro per un numero complessivo di 14mila carcerati lavoratori - ma se lavorassero tutti quelli che possono farlo, si arriverebbe a 700milioni di euro.
Ciò significa che, se oggi il lavoro carcerario rientra in un programma di reintegro nella società del carcerato e prevede precisi diritti, con la privatizzazione, potrebbe diventare unicamente fonte di guadagno per i gestori delle carceri che potrebbero applicare contratti privati personalizzati alle carceri, cioè, al di fuori delle normali normative che regolano il mercato di lavoro attualemte in vigore nelle carceri statali.

Per concludere, l’articolo 43 del decreto delle liberalizzazioni, più che un aiuto alla costruzione di nuove carceri, ha l’aspetto di una privatizzazione sia delle strutture che delle attività dei detenuti. Il lavoro dei carcerati che già oggi si svolge nelle carceri, potrebbe benissimo essere usato per ammodernare le carceri esistenti e costruirne di nuove. Perché allora regalare un fatturatro di milioni di euro ai privati che annullerebbero decenni di progressi nel recupero dei carcerati?
vedi anche: http://www.ratio.it/ratio2/ratioonline.nsf/(allegati)/498A490C23F89AFDC125768C005D72E9/$FILE/Rati7176(coop).pdf

http://www.claudiocugusi.it/cc/notizie/i-detenuti-sono-lavoratori-come-gli-altri-il-giudice-ordina-laumento-della-paga-dallunione-s
TAG:  CARCERI  PRIVATIZZAZIONE  LAVORO CARCERARIO 

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