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contributo inviato da Claudia Castaldini il 11 dicembre 2011

Meno male, viene da dire, date le premesse. La conferenza internazionale Onu di Durban sul clima si è chiusa con un accordo alle 4 di questa mattina di domenica, dopo un prolungamento di ben 36 ore del dibattito rispetto ai tempi previsti, due notti e un giorno praticamente ininterrotti.  L'intesa finale stabilisce l'impegno a mantenere in vigore le regole del Protocollo di Kyoto fino al prossimo vertice, fissato per il dicembre 2012 in Qatar.  Si stabilisce poi di definire un accordo globale che sarà siglato nel 2015 e diventerà operativo nel 2020, sul quale si comincerà a lavorare l’anno prossimo.  Il percorso del prossimo periodo su cui è stata trovata un'intesa si basa su una proposta dell'Unione Europea, dell'Alleanza delle piccole isole e dei Paesi meno sviluppati, che partiva dalla necessità di un accordo "legalmente vincolante" sui limiti delle emissioni climalteranti, osteggiata dall'India e da alcuni dei Paesi più inquinatori, come Cina e USA. Il compromesso è stato poi raggiunto con la formula di un accordo con "forza legale". Dunque, si dovrà definire entro il 2015 "un protocollo, uno strumento legale o una soluzione concertata avente forza di legge". Sarà inoltre operativo un Fondo Verde da 100 miliardi di dollari l'anno per aiutare i  paesi più poveri a sostenere il passaggio tecnologico necessario a ridurre le emissioni di gas ad effetto-serra.
Per quanto riguarda l'Italia, il Ministro dell'Ambiente ha lavorato bene, distanziandosi dal suo predecessore con l'abbandono della linea oscurantista e attendista (finalmente), e manifestando la consapevolezza dell'opportunità offerta da uno sviluppo sostenibile. Ha dichiarato il nostro Paese disponibile ad un secondo periodo di impegni nell'ambito del Protocollo di Kyoto, nel quadro di un passaggio verso un accordo globale.
L'Italia si trova oggi in una posizione intermedia riguardo le politiche a protezione del clima. In una graduatoria preparata dall'organizzazione non governativa Germanwatch, in collaborazione con Climate Action Network Europe e Legambiente, e presentata a Durban, si trova infatti in 30° posizione. Abbiamo cioè la possibilità di intervenire positivamente a partire da basi difficoltose, ma non negative.  La classifica "Climate Change Performance Index" 2012  è stata compilata sulla base di un punteggio complessivo e valutazioni sul livello delle emissioni, della tendenza e delle scelte a protezione del clima:  è significativo il fatto che le prime tre posizioni siano vuote, a testimoniare che anche i Paesi più virtuosi hanno ancora strada da fare.  Al 4°, 5° e 6° posto si trovano la Svezia, il Regno Unito, e la Germania, tutte in ascesa nella classifica rispetto agli anni precedenti. L'Italia è in 30° posizione, in ascesa ma con una certa difficoltà soprattutto per la carenza di climate policy adeguata. In fondo alla graduatoria si trovano i Paesi maggiormente inquinatori e più ostili ad ogni accordo, soprattutto se "vincolante":  al 52° posto figurano gli  USA, al 54° il Canada, al 55° la Russia, al 56° la Polonia, al 57° la Cina, mentre l'India si trova ora nella buona posizione 23, ma in peggioramento rispetto agli anni scorsi.
Frattanto, i rilievi scientifici del WMO dell'Onu ci dicono che il periodo 2002-2011 è stato il decennio più caldo da quando sono state effettuate le misurazioni, nel 1850, mentre in precedenza lo era il decennio precedente, a testimonianza del fatto che la temperatura globale media si sta innalzando di continuo. Pur nella enorme importanza dell'attuazione di accordi internazionali a protezione del clima, è molto probabile che l'intesa raggiunta a Durban sia insufficiente e lenta, come lo sono le misure attuali nonostante funzionino, rispetto al fenomeno che dobbiamo affrontare.

TAG:  INQUINAMENTO  CLIMA  CAMBIAMENTI CLIMATICI  RISCALDAMENTO GLOBALE  EMISSIONI  PROTOCOLLO DI KYOTO  DURBAN  GREEN ECONOMY  ECONOMIA VERDE  EFFETTO-SERRA 

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