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contributo inviato da Gaetano77 il 18 novembre 2011

 

Elevarsi implica conoscenza; l’ansia di conoscenza è generata dal dubbio. L’incertezza del mondo moderno in quanto generatrice di un bisogno alto di vitalità diffusa può configurarsi come un motore inesauribile di progettualità. Occorre credere nella possibilità di trasformare la società civile in una grande piazza sul quale cercare stimoli per innovare. Il disagio giovanile di migliaia di precari, l’assoluta marginalizzazione dei cinquantenni fuoriusciti dal mondo del lavoro senza la prospettiva di un futuro sono fatti oggettivi che declinano speranze di soluzioni alla crisi basate sul mantenimento degli attuali equilibri.
Occorre rimettere in discussione vecchi privilegi, in nome di un welfare più equo. Ma occorre anche ricercare nuove forme di imprenditorialità diffusa in cui poter alimentare reti di conoscenza che a loro volta possono diventare elementi propulsori di ricerca, sviluppo e innovazione. Il vero capitale non soggetto a speculazioni e alla rigidità del mercato è quello umano. Ecco perché generare processi virtuosi di trasmissione della conoscenza può far emergere talenti utili al progresso civile, sociale ed economico.
Un disoccupato sia esso iperformato, con un bagaglio professionale o semplicemente di vita alla spalle, costituirà  un peso sociale quando asetticamente verrà isolato al proprio stato di vittima di un sistema economico, ingiusto e sperequativo. Quello stesso disoccupato diventerà una risorsa quando si farà in modo che il suo patrimonio esperienziale dallo stesso accumulato non passi nel dimenticatoio della depressione economica e psicologica.
Questo sistema socio-economico vecchio e malato ha bisogno di alimentarsi della rabbia, della grinta e della voglia individuale di uscire dalla crisi. Nuova energia deve essere immessa nella società. Come favorire un modello diverso di solidarizzazione del problema della disoccupazione?
Come non trasformare la politica in una sorta di macelleria sociale in grado solo di far pagare i vizi del capitalismo ai più deboli e ai meno protetti?
Come ridare al disoccupato un proprio futuro affinchè possa egli stesso contribuire al progetto di ricostruzione del nostro paese?
Ammortizzatori sociali, finanziamenti a fondo perduto, incentivi alla imprenditorialità diffusa, agevolazioni fiscali, permarrano come strumenti privi di tensione politica e persuasione sociale, se non costituiranno uno stimolo di sistema in grado di favorire meccanismi di reintegrazione dell’utilità sociale di quelle stesse unità espulse dalla crisi.
Auspico una concorrerenza competitiva diffusa, dove le energie intellettive, oggi messe in stand by da una crisi spietata, diventino parte attiva dell’implementazione di un progetto comune di salvezza nazionale.
Nell’ultimo ventennio è mancata la consapevolezza politica degli obiettivi di sviluppo economico di medio e lungo periodo che lo stato doveva perseguire. I vari governi che si sono succeduti sono stati incapaci di definire i settori strategici sul quale puntare per rinnovare gli assetti economici e favorire la nascita di un nuovo tessuto imprenditoriale.
L’impoverimento economico, la tendenziale diminuzione di iniziative imprenditoriali, l’assenza di percorsi di innovazione sono i risultati tangibili dello smarrimento della politica industriale in Italia e dell’assenza di una proposta di crescita condivisa da tutte le forze sociali.
Quella parte della politica che tenta di non fare autocritica attribuendo le cause della paralisi di sistema e della crisi dei giorni nostri al mercato unico e a Mastrich, vuole solo scaricarsi di responsabilità.
Partire dall’identificazione dei bisogni, analizzare le esigenze infrastrutturali, identificare i punti di debolezza e definire gli indirizzi economici della crescita è il percorso primordiale di ogni pianificazione sociale. Non si tratta di creare un’economia pianificata sullo stile dei sistemi socialisti, ma di tornare alla conoscenza del territorio quale premessa per le decisioni di sviluppo socio-economico e di sistema.
Riprogettare il paese presuppone che le istanze federaliste diventino presupposti per una maggiore autonomia delle periferie nel calibrare i propri rimedi alla crisi nella consapevolezza collettiva che da ciò dipende la capacità di valorizzare e mettere a sistema le singole vocazioni e distintività geografiche. Decentramento politico e  coesione sociale tra le diverse aree del paese possono convivere solo se il paese è unito da un comune progetto strategico nazionale organico all’Europa e con esso interdipendente e integrato.
Rileggendo con attenzione il documento di Bersani su Industria 2015 è possibile trovare spunti interessanti per il recupero di una riflessione propositiva alla crisi che sia una richiamo generale alla responsabilità nazionale.
I cittadini sia come singoli che come aggregazioni devono sentirsi protagonisti e artefici di una rivoluzione collettiva che ridefinisca dalle fondamenta il modo di concepire il rapporto tra politica, economia e società secondo i criteri di una collaborazione democratica e partecipata alla ricerca di soluzioni di discontinuità rispetto al passato.
Il governo Monti nella sua composizione integra competenze non conclamate dal furore dei giornali, ne dalla comunicazione mediatica, poco note al grande pubblico ma esempi di eccellenza in quei campi meritevoli di riforme strutturali.
Credo che questi 18 mesi debbano rappresentare un percorso di transizione importante per edificare la politica al suo ruolo di connettore delle migliori energie del paese.
Alle imprese, alle Associazioni Civili, alle Fondazioni, alle Banche, allo Stato, agli Enti periferici, all’Università e a tutti gli altri soggetti protagonisti del sistema produttivo e del mercato finanziario compete il difficile compito  di fare quadrato  affinchè le idee indotte dalla crisi diventino progetti esecutivi attraverso facilitatori finanziari, deregolamentazione e de burocratizzazione. Insomma, la società civile può configurarsi come una grande agenzia di sviluppo opportunamente governata verso il benessere collettivo dove iniziativa privata e pianificazione pubblica possono collaborare.
E’ forse questa la premessa essenziale per non ridurre il dibattito sulle manovre finanziarie dei governi che si succederanno ad un semplice elenco di numeri sintesi di manovre finanziarie interpretabili secondo i vincoli della contabilità di stato ma privi di qualsiasi prospettiva risolutiva di tipo strutturale ai gap di sistema.
Ripristinare il primato della politica significa non decidere sulla base degli andamenti giornalieri del mercato borsistico il cui risultato è l'assenza di visioni e il prevalere di rimedi di breve periodo che si traducono in manovre una tantum e non in riforme strutturali vere.
 
 

 

 

 

TAG:  LAVORO  SISTEMA  SVILUPPO  COESIONE 

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