.
contributo inviato da xpress il 5 novembre 2011

L’Intervista a Maurizio Landini, segretario Fiom, in corteo con i metalmeccanici della Lombardia che scioperano per otto ore contro l’assenza di politiche industriali.

Il problema non è eliminare Berlusconi per mettere al suo posto qualcuno che faccia un po’ meglio le cose che indica la Bce. Il problema è che delle soluzioni proposte dal governo e dalla Banca centrale abbiamo già visto gli effetti: le ricette liberiste e il mercato senza regole ci hanno portato in questa situazione gravissima». Invece «avremmo bisogno di ridistribuire la ricchezza, introdurre la patrimoniale, tassare le transazioni finanziarie, pensare agli euro bond, convertire verso la sostenibilità ambientale il sistema di produzione delle merci, ripensare il concetto di mobilità». Tutte cose che non farà questo governo, «ma neanche un governo tecnico o una Europa unita solo dalla moneta. Soltanto un governo eletto democraticamente dai cittadini può recuperare credibilità, nei confronti del Paese e delle istituzioni internazionali». Quando gli domandi se queste cose possiamo ancora permettercele, Maurizio Landini risponde così: «Io rappresento una categoria che negli anni ha dato tutto. Che quando va bene oggi vive con milletrecento euro al mese. Se pensi invece ai pensionati e alle pensioni, in 15 anni si è passato dai 35 ai 41 anni di età contributiva per averne diritto. Non dico che vada bene lo status quo, che non ci sia la necessità di ripensare lo stato sociale. Dico solo che non si può pensare di fare cassa tagliando i diritti e le tutele di chi ha già pagato e continua a pagare colpe non proprie». Il segretario della Fiom oggi è a Milano. Insieme a Mirco Rota, segretario lombardo del sindacato, sarà in corteo con i lavoratori che scioperano otto ore contro l’assenza di soluzioni e politiche industriali del governo regionale di Formigoni e di quello centrale di Berlusconi.

Perché la Lombardia?

«Le otto ore a livello territoriale erano già state decise dall’assemblea nazionale dei delegati, dopo lo sciopero generale della Cgil. È chiaro che in questo contesto la mobilitazione in Lombardia assume un valore più ampio di uno sciopero regionale. Porta con sé la difesa del contratto nazionale di categoria, la contrarietà all’articolo otto (quello che permette la deroga ai contratti e i licenziamenti, ndr), la richiesta di una politica industriale che non esiste a livello regionale tantomeno a livello nazionale. Non dimentichiamo che questa è la Regione con la più grande struttura industriale del Paese».

Secondo i dati del suo sindacato, dall’inizio della crisi la Lombardia ha perso più dell’otto per cento del suo Pil. Un’enormità che è possibile recuperare?

«È evidente che qui, prima che in altre zone meno industrializzate del Paese, si vedono gli effetti dei cambiamenti portati da questa crisi economica e finanziaria. Stiamo parlando della crisi globale di un modello di sviluppo. Per questo per recuperare terreno non dobbiamo perseguire le politiche che sono state la causa dei problemi di oggi. Bisogna pensare ad un’altra idea di prodotto, alla riforma di settori strategici quali la mobilità o le infrastrutture. Andrebbe ridistribuita la ricchezza e ci vorrebbe meno finanza e più politica. Ma la regia di tutto questo dovrebbe essere affidata ad una Europa che non vedo. Uno dei problemi di fondo è che manca una visione d’insieme per uscire dalla crisi, perché non esiste l’Europa dei diritti o del sistema fiscale comune. Esiste solo l’Europa della moneta».

Non pensa mai che certe conquiste fatte negli anni in tema di welfare e diritti non possiamo più permettercele?

«Io rappresento chi ha fatto enormi sacrifici in questi anni. Non si può pensare di far pagare sempre gli stessi. In Italia vogliono cancellare i contratti nazionali e delegare alle leggi sul lavoro. Questo ci riporta fuori dall’Europa, all’800».

Di cosa hanno bisogno i lavoratori?

«Di diritti e regole certe. Abbiamo appena chiuso il referendum sulla nostra piattaforma contrattuale: in settemila aziende del Paese hanno votato 350mila lavoratori, il 65% di chi ha diritto e, ovviamente, non si tratta solo di nostri iscritti. Il 95% dei votanti ha detto sì alla nostra proposta. Chiediamo un contratto valido per tutti e regole sulla democrazia in fabbrica. A Mirafiori in duemila, su 500 nostri iscritti, hanno votato la piattaforma Fiom. E pensare che dal 2012, con la Fiat fuori da Confindustria, 70mila lavoratori potrebbero trovarsi senza contratto. O peggio, con quello imposto a Pomigliano». 

di Giuseppe Vespo - l’Unità

TAG:  FIOM  LAVORO  BCE 
Leggi questo post nel blog dell'autore XPRESS
http://XPRESS.ilcannocchiale.it/post/2695115.html


diffondi 

commenti a questo articolo 0
informazioni sull'autore
ISCRITTO A PDNETWORK DAL
20 settembre 2008
attivita' nel PDnetwork