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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 3 novembre 2011

Ma George Papandreou sa di essere odiato? Probabilmente sì.

Due notti fa, secondo i comunicati ufficiali, hanno ricoverato d’urgenza il suo ministro delle finanze Venizelos per dolori addominali (in realtà era incazzato nero e, come Tremonti, si è dissociato dall’improvvisa e improvvida sortita del suo primo ministro).

Io credo che se fossi al posto di questi uomini, mi sarebbe già venuto molto di più di un doloretto di pancia.

 

Ieri il Corrierone definiva scellerato il referendum proposto da Papandreou ai greci. Giornalisti e intellettuali lo accusano di confusione mentale. Da non addetta ai lavori, mi permetto di dissentire.

Mi preoccupa molto di più l’altra mossa notturna del primo ministro ellenico, cioè la sostituzione dei vertici delle forze armate: gli osservatori dicono che, storicamente, in Grecia questa è la premessa ad altri cambiamenti istituzionali, che i premier fanno per garantirsi la fedeltà e stabilità dell’esercito qualunque cosa succeda.

 

Invece, benché sia improvvisa, azzardata, non concertata con i cani da guardia franco-tedeschi, io, davanti alla richiesta di Papandreou ai suoi concittadini, mi tolgo il cappello.

La democrazia, nata con tutti i suoi limiti di allora e di oggi, proprio ad Atene nel VI secolo avanti Cristo, ad Atene ha oggi la sua nemesi più imprevedibile. È il potere che chiede ai sudditi di condividere la decisione e la responsabilità di misure che tutti pagheranno, ma soprattutto i più deboli e soprattutto gli innocenti.

 
Reykjavik 2008: la rivolta delle pentole

A questo proposito non possiamo e non dobbiamo dimenticare il caso islandese. Nel 2008 l’Islanda era tecnicamente un Paese in ginocchio; in default, come elegantemente diciamo oggi.

Questo termine meriterebbe una parentesi sul modo in cui noi italiani ci siamo messi a coprire le nostre miserie aggiornando la terminologia, così che una prostituta, se la chiami escort, non dovrebbe più essere considerata una prostituta; si depenalizzerebbe quindi per magia il portarsela in una sede istituzionale, l’esserne ricattati, il telefonare a una Procura per farne rilasciare una, minorenne, dei cui servizi ci si è avvalsi, etc.

Ma in questo momento vorrei ripensare all’Islanda. Io c’ero, nel Natale 2008, a Reykjavìk. Ho visto e fotografato i primi indignados della storia, noti anche come “quelli delle pentole”.

La vicenda islandese resterà nei libri di storia, se i libri di storia del futuro saranno un minimo obiettivi.

 

Che cosa accomuna i discendenti di Achille agli eredi di Thor, a parte il fatto che gli uni hanno inventato la democrazia e i secondi hanno avuto il primo Parlamento europeo (l'Althing, 920 d.C.)?
Primo, il default; secondo, un enorme debito pubblico; terzo, un’enorme esposizione nei confronti di Paesi esteri (nel caso islandese, la Gran Bretagna e l’Olanda); quarto, il referendum.

A marzo 2010 il popolo islandese fu chiamato alle urne per decidere, democraticamente, se fosse giusto o no restituire agli inglesi e agli olandesi i 3,4 miliardi di euro che le tre banche private islandesi, all’insaputa della cittadinanza, si erano fatte prestare.

Il 93% degli islandesi risposero di no, che non era affatto giusto. Che non era colpa loro se la crisi dei mutui subprime Usa, nonché l’avidità e il pelo sullo stomaco di governanti e banchieri senza scrupoli, avevano rovinato l’economia di un Paese, di per sé, solido. Il nuovo governo emise mandati di cattura per banchieri e politici, i quali si affrettarono a scappare all’estero.

In questi mesi stanno riscrivendo la loro Costituzione, risalente al 1944: non i politici, ma 25 comuni cittadini maggiorenni e non iscritti ad alcun partito. Mi direte che sono pochi, circa 300mila; è vero, ma come l’hanno fatto loro potrebbero farlo anche... i norvegesi! Gli svedesi! Gli ital... No. Non prendiamoci in giro.

Me li immagino, gli italiani che si mettono lì e devono decidere chi partecipa alla riscrittura della Costituzione, e subito si levano le voci dei vescovi, dei sindacati, della confindustria, di Renzi...

 
In definitiva, questo piccolo Paese ha riaffermato il sacrosanto principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. E ne è ben consapevole: leggete questo estratto, tradotto in italiano.

L’Islanda è un altro mondo anche sul fronte della libertà di informazione: pensiamo che il 16 luglio 2010 il parlamento ha approvato una legge che garantisce l'impunità a chiunque pubblichi su internet informazioni riservate militari, giudiziarie o societarie. La medesima norma tutela anche chi viola un segreto di stato. L'Islanda, pertanto, non potrà dare esecuzione ad alcuna rogatoria estera volta ad oscurare un sito internet islandese contenente tali informazioni. Potrebbe essere la prossima destinazione di Julian Assange, insomma, vista l’aria che tira.

Ricordo inoltre che a luglio del 2009 l'Islanda, già membro dell'area economica europea e dell'accordo di Schengen per la libera circolazione dei viaggiatori, presentò formale richiesta di adesione alla UE, che avrebbe poi dovuto essere approvata dagli islandesi con un referendum, nell’ottica che Reykjavìk si unisse all'Ue già nel 2012. adesso, naturalmente, sono felicissimi di non aver proseguito i negoziati.

 

Che cosa, invece, differenzia, l’Islanda dalla Grecia? Facile: la prima non fa parte della UE, né tantomeno dell’area Euro. Poteva svalutare a suo piacimento, e infatti svalutò – ecco perché io mi trovavo là nel Natale 2008, per approfittare, da turista, del cambio leggermente più favorevole del solito, in un Paese storicamente molto costoso da visitare.

Al contrario, la Grecia ormai da mesi è di fatto commissariata; come tutti i membri della UE ha ceduto (non si sa quanto consapevolmente) una quota della sua sovranità, ragion per cui indire un referendum dopo aver sottoscritto un patto per gli aiuti non può non far imbestialire la coppia Merkel-Sarkozy, che ieri sera ha spiattellato chiaro e tondo a Papandreou che gli 8 miliardi di euro di aiuti può scordarseli, finché – e a patto che – non passa il referendum con il “sì” della maggioranza.

E poi l’Islanda possiede un altro vantaggio: un’economia reale che comprende miniere e petrolio; la Grecia, al contrario, non ha un’industria estrattiva, anzi non ha un’industria solida in genere; la sua popolazione attiva vive di turismo e burocrazia pubblica. Molti pensionati precoci, troppi privilegiati che hanno vissuto di rendita per decenni, in un perverso scambio rendita/voto che ha fatto comodo a tutti.

 

Quindi, in teoria (la teoria economica intendo, ossia l’ideologia panliberista – la stessa in cui credono le banche centrali ogni volta che alzano i tassi d’interesse sostenendo che serve ad abbassare l’inflazione, e mai una volta che ci azzecchino), se Papandreou si gioca tutto al tavolo del referendum, è uno sciocco che fa il male del suo Paese.

E ancor più fa male all’Europa unita, per il ben noto effetto domino che infatti martedì ha avuto i suoi primi risultati sulle Borse nostrane, soprattutto su quella italiana, dimostrando – se mai ce ne fosse stato bisogno - che in Berlusconi non ci crede più neanche sua nonna e che i prossimi siamo noi.
Non solo, ma le cassandre finanziarie prevedono che, se torna alla dracma, la Grecia farà la fine dell'Argentina nel 2002.

 

In pratica (fuori dal recinto dell’ideologia panliberista), Papandreou ha ragione.

 

In primo luogo perché ha riunito, con la sua decisione, etica e politica: ha detto chiaro e tondo che non ratificherà gli impegni presi con la Merkel e Sarkozy se il suo popolo non li condividerà.

In secondo luogo, perché costringe la cittadinanza greca a ragionare: è meglio restare nella moneta unica pagando il prezzo di una lunga austerity, o uscirne, tornare alla dracma e finire ancora peggio?

Infine, perché riporta nell’arena politica – che lo si voglia o no, partecipare a un referendum è atto politico per eccellenza, espressione di democrazia diretta in un’epoca che privilegia la democrazia rappresentativo-elettiva con tutti i suoi enormi limiti – un consenso/dissenso che finora, in Grecia, si è espresso nei modi che tutti abbiamo visto in tv, cioè con le manifestazioni, gli slogan, le mascherate, le rivolte violente o semiviolente.
Senza contare che l'Argentina, dopo la crisi dei suoi bond-carta straccia del 2002, si è ripresa, come è logico quando l'economia reale è più solida di quella finanziaria.

Con il referendum, Papandreou si dimostra molto più lucido dei suoi concittadini: meglio la razionalità della politica che l’incertezza della violenza.

E anche più generoso. Sa bene che, dopo questi anni, quasi sicuramente non sarà rieletto. Sa che c’è sempre bisogno di un capro espiatorio. Ma se la maggioranza dei partecipanti votasse “sì”, lui avrebbe vinto. E se votasse “no”, lui avrebbe vinto comunque, distribuendo una decisione difficile con chi la deve subire.

 

Ogni tanto, di questi tempi, penso all’intreccio di Saggio sulla lucidità (che, a dispetto del titolo, saggio non è, bensì romanzo di fantapolitica) di quell’inveterato pessimista che era Saramago: cosa succederebbe se un bel giorno tutti gli elettori di uno Stato votassero scheda bianca alle elezioni?

Ci penso e poi mi ridico: meglio scegliere.

Finché ce ne danno la possibilità.

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Se qualcuno si stesse domandando come l'Italia (e la Grecia) possono ispirarsi al modello islandese, segnalo una lettura bella e molto chiara in termini economici sul blog Il Cambiamento.

TAG:  POLITICA  ITALIA  DEMOCRAZIA  BERLUSCONI  CRISI  UE  MERKEL  SARKOZY  ATTUALITÀ  GRECIA  ISLANDA  DEFAULT  PAPANDREOU  ALTHING 

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