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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 18 ottobre 2011

Il movimento nato a Seattle è morto a Genova.
(Helena Janeczek sul blog NazioneIndiana)

 

Sono tutti giovani?

Sono tutti Black Bloc?

Sono ingenui sedotti dai cattivi maestri della sinistra?

Si può fare una netta distinzione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi?

Un manifestante violento, o un poliziotto violento, sono mele marce o cosa?

Ha senso, o è ipocrisia pelosa, che Draghi e Montezemolo diano ragione a chi manifesta contro lo strapotere dell'alta finanza?

Chi va in piazza con un casco in testa a lanciare bombe-carta e incendiare cassonetti, fa parte di quel 20% di italiani che non vota più?

 

Sono solo alcune delle domande che ultimamente mi frullano in testa. E siccome ultimamente sto diventando sempre più scettica sull’esistenza di un senso nelle cose (confortata dal pensiero di due noti pensatori italiani, Vasco Rossi  e Piergiorgio Odifreddi), dubito fortemente che qualcuno  politico, sociologo, giornalista o semplice blogger/cittadino - sia in grado di fornire un senso complessivo, sistemico al disastroso esito della manifestazione di Roma del 15 ottobre 2011.

Tantomeno credo possano farlo persone che non erano là o non vanno da anni a manifestazioni di piazza (come me).

Meno ancora credo possano permetterselo persone (me compresa) anagraficamente non in grado di capire la rabbia di chi ha vent’anni oggi e sta lentamente cominciando a capire di non avere un orizzonte economico e sociale in questo Paese e, in generale, in Occidente.

 


In questi giorni ho letto con attenzione il parere di politici, competenti (nel senso che devono rispondere della questione, come Maroni, sul quale peraltro non ho critiche da fare) e non. Si veda l’illuminante differenza tra le posizioni di un La Russa e di un Cicchitto; o quella di un parlamentare ed ex poliziotto come Di Pietro; o quella di chi a Roma il 15 ottobre c’era e ha visto un suo amico perdere due dita per un petardo, come Vendola.

Ho visto e apprezzato l’analisi fredda e razionale di Mino Fuccillo su Rai News (sua l’osservazione che solo chi da anni non va in piazza fa presto a dare lezioni alle forze dell’ordine).

Ho letto tweets di manifestanti (“chi brucia le auto non ha pensato che magari quell’auto appartiene a qualcuno che sta ancora pagando le rate”).

 

E mi sono fatta due o tre idee, giuste o sbagliate.

 


1. Che i responsabili delle forze dell’ordine in campo sapevano che ci sarebbero stati dei violenti, ma hanno voluto evitare una seconda Genova, scegliendo il male minore.

 

2. Che fra i black bloc (uso volutamente il termine generico, non potendo circoscrivere con precisione il fenomeno) presenti a Roma c’erano gruppi già noti per la loro violenza: ultras e no-Tav della Val di Susa, anarco-insurrezionalisti. Gruppi ben organizzati, militarizzati e ideologizzati. Ecco un loro esponente intervistato da La Repubblica che spiega tra l'altro le tattiche di guerriglia efficacemente utilizzate sabato.

3. Che le rivoluzioni sono sempre state fatte dalle minoranze.
Il fatto che i violenti siano una minoranza all’interno di un insieme pacifico di manifestanti non ha la minima importanza, perché a causare danni e a fare notizia (ottenendo quindi il risultato che i loro autori si prefiggevano) sono solo i primi. I manifestanti pacifici possono indignarsi finché vogliono (“avete parassitato la nostra manifestazione”; “non è possibile che 300 violenti prevalgano su 3mila pacifisti”) ma non esiste democrazia dove c’è violenza organizzata.

 


4. Che in un periodo di manifestazioni che si possono genericamente definire “di Indignados” in vari Paesi del mondo, è oggettivo che soltanto in Italia e in Grecia manifestazioni pacifiche siano degenerate a causa del ricorso alla violenza (a meno di voler accomunare i fatti italiani e greci ai riots delle periferie inglesi o francesi, che sono appunto un’altra cosa: riots, rivolte di piazza).
Sarebbe interessante capire perché (v. anche il link al punto 2: il "master in Grecia").

 


5. Che, anche se non ci fosse stato Berlusconi al governo, le cose non sarebbero andate diversamente, in quella piazza.
Pensare il contrario significherebbe presupporre una stima da parte dei cittadini italiani verso la nostra classe politica che non esiste, o almeno non è così alta. Ricordiamoci che l’astensionismo degli elettori italiani è salito dal 6,6% del 1976 al 19,5% del 2006.

 


6. Che interessantissima - anche se collaterale al tema - è la distanza tra gli Indignados italiani, e più in generale, europei, e quelli Usa.

Ho visto slogan, letto dichiarazioni e interviste dei partecipanti alle manifestazioni di Wall Street: da un lato fa piacere che una frangia di popolazione (in un Paese in cui tra il 30 e il 40% degli elettori non va a votare) si sia accorta delle condizioni di ingiustizia socio-economica causate dall’ideologia ultracapitalista predominante negli Usa. Dall’altro sconcerta notare come questa tardiva presa di coscienza non si stia canalizzando in alcun genere di proposta politica alternativa al bipartitismo statunitense, rimanendo bensì al livello di protesta di piazza ipersemplificatrice, ben simboleggiata dallo slogan “noi siamo il 99%”.

 


7. Che forse gli americani visti in piazza manifestano perché tirare uova su Wall Street è meno faticoso per il loro cervello che ragionare in termini politici.

E che forse gli italiani violenti vanno in piazza perché prendere a sassate un bancomat è molto più facile che liberarsi della nostra classe politica.

Nei primi, perlomeno, si sta verificando un’evoluzione di coscienza politica; nei secondi si assiste invece a un’involuzione.

TAG:  ATTUALITÀ  POLITICA  ROMA  INDIGNADOS  BLACK BLOC 

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