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contributo inviato da magnagrecia il 30 settembre 2011
           

Egr. Dott. Demarco,

 

Venerdì dell’altra settimana, ho assistito alla lunga, interessante presentazione del Suo libro "Terronismo".

Permetta a me, esperto di nulla, di esprimere alcune considerazioni, della cui lunghezza mi scuso.

 

AscoltandoVi, mi è venuto da pensare: “Certo che questi intellettuali della Magna Grecia non sanno fare 2+2 (neppure loro, come gli intellettuali che popolano i vari blog, che frequento da 2 anni e mezzo)”.
Divertenti (si fa per dire) le risposte alla domanda da Lei posta nel secondo giro della discussione: (se e) perché i meridionali sono diversi dai settentrionali.
Lei ha raccontato che un Suo collega pose questa domanda nel 1900 ai principali intellettuali italiani e che l’80% di loro rispose: per un fatto antropologico (diagnosi che io avevo anticipato alla signora, apparentemente non molto colta, che mi sedeva accanto, un po’imbarazzandola). Lei stesso ha risposto che non era d’accordo, perché secondo Lei era come accettare un determinismo della condizione del Sud. (Io subito ho pensato: se lo sente il colto Valerio_38, che sta spiegando, nel ‘post’ del blog del prof. O. su “Repubblica”, che l’evoluzione dell’uomo, da 10 mila anni a questa parte, è frutto soprattutto della cultura).

Il prof. Massimo Lo Cicero (che, detto per inciso, ha dato lo stesso mio giudizio sulla "bottegaia" Merkel) s'è tenuto sulle generali, preoccupandosi piuttosto di dire che bisogna salvare anche Napoli assieme al resto del Sud.

Il presidente della SVIMEZ, Adriano Giannola, non napoletano, ha detto che sono uguali (al che io ho... protestato, facendomi sentire da quelli seduti vicino e facendo il gesto dal fondo della sala che non ero d’accordo...).

 

Subito dopo, però, il direttore della SVIMEZ, Riccardo Padovani, che pure tendeva ad incolpare principalmente la classe dirigente meridionale (et pour cause), ha invece detto che non sono uguali, per un fatto di organizzazione (ed io ho assentito vistosamente, ma dicendo ai vicini che quella è una conseguenza).

Perché la determinante (come sto scrivendo da quasi 3 anni nei miei ‘post’ e commenti nel web, e prima altrove) è una causa "culturale, in senso antropologico" (allegando la relativa voce di Wikipedia, è buona, eccola 
http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura ). ). [Ho visto ora che Wikipedia ha modificato la voce “Cultura”, per cui riporto la versione precedente:

 Cultura (da Wikipedia, l'enciclopedia libera).

La nozione dicultura appartiene alla storia occidentale. Di origine latina, proviene dal verbo "coltivare". L'utilizzo di tale termine è stato, poi, esteso, a quei comportamenti che imponevano una "cura verso gli dei": così il termine "culto".

Il concetto moderno di cultura può essere inteso come quel bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione. Tuttavia il termine cultura nella lingua italiana denota due significati principali sostanzialmente diversi:

•           Una concezione umanistica o classica presenta la cultura come la formazione individuale, un’attività che consente di "coltivare" l’animo umano (deriva infatti dal verbo latino "colere"); in tale accezione essa assume una valenza quantitativa, per la quale una persona può essere più o meno colta.

•           Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l’individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale].


E pensare che nel Suo libro c’è, la spiegazione: quando Lei riporta, per stigmatizzare il razzismo all’incontrario del movimento neo-borbonico contro il Nord, la frase orgogliosa del principe di Salina, ne “Il Gattopardo”, quando in inglese dice: “ I Garibaldini sono venuti per imparare le nostre buone maniere, perché noi siamo dei”.
Ma la spiegazione è nel passo del "Gattopardo", in cui il principe, rivolto agli ufficiali inglesi che gli sottolineano la bellezza del suo palazzo, appetto alla bruttezza e sporcizia del quartiere, risponde: “I Siciliani si credono dei e quindi perfetti, non hanno bisogno di migliorare”.
Questo è il vero sostrato cultural-antropologico (alimentato-aggravato dal matriarcato e dall’influenza di mamma-Chiesa) dell’arretratezza del Sud.

E mi sono ripromesso di scriverLe.

 

Perché non dipende (solo) dal clima. Riporto da un mio scritto di qualche anno fa.

“[…]. Nell’Italia del Rinascimento, si è concretizzata quella condizione fortunata che Robert Musil, ne “L’uomo senza qualità”, sintetizza nella felice espressione “La forza di un popolo è conseguenza dello spirito giusto, e non vale l’inverso”.

Perché, dunque, negli Italiani non si crea lo “spirito giusto”, anzi ad esso si è da tempo sostituito uno “spirito negativo”, sia al Sud che al Centro-Nord, che ne sostanzia un atteggiamento pessimistico-irrazionale? Come fare per ricrearlo?

Io ho provato, ottimisticamente, a capovolgere la domanda: in un popolo, lo “spirito giusto” si realizza naturalmente se non vi si frappongono freni ed ostacoli; quali possono essere questi freni ed ostacoli – profondi, antichi e diffusi – se non di tipo culturale (in senso antropologico e non)? Essi, poi, sono il sostrato – e ne amplificano gli effetti – di quelli pur esistenti e reali, quali l’insicurezza, la precarietà, talora l’impoverimento, la criminalità, l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, il conflitto perenne tra i partiti politici.

 

Limitandomi al Sud, due, a mio avviso, sono i principali freni ed ostacoli “culturali” al cambiamento: il primo è quello riassumibile nell’espressione “ogni meridionale si crede un padreterno, quindi perfetto, non ha bisogno di migliorare” (Tomasi di Lampedusa lo scrive ne Il Gattopardo, riferendosi ai Siciliani); ma è da leggere, ovviamente, in senso opposto: in Ricordi della casa dei morti, il grande scrittore russo Dostoevskij scrive: “Di certo si doveva credere un uomo molto intelligente, come accade per solito a tutti gli uomini ottusi e limitati”. L’altro freno è rappresentato dalla donna meridionale: tesi solo apparentemente semplicistica e datata, sicuramente provocatoria e piuttosto “pericolosa”. Senza alcun intento anti-femminista, anzi come frutto di una lunga e profonda riflessione partita da un pregiudizio inizialmente positivo, io reputo la donna meridionale (prepotenza privata, assenza pubblica: binomio forse non casuale) uno dei principali fattori di conservazione e di freno nel Sud (caratteri comunque molto sottovalutati o sottaciuti), soprattutto nel suo ruolo di mamma e/o d’insegnante. (Scriveva Sigmund Freud, nel 1908, in uno scritto intitolato “La morale sessuale ‘civile’ e il nervosismo moderno”: “[…] L’educazione proibisce alle donne d’interessarsi intellettualmente di problemi sessuali, benché provino tuttavia un’estrema  curiosità per essi, e le intimorisce condannando tale curiosità come non femminile e come segno di disposizione peccaminosa. In questo modo rifuggono da qualsiasi forma di pensiero e il sapere perde ai loro occhi ogni valore. […] Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale.” – A me pare una spiegazione illuminante, plausibile, forse ancora attuale.).

Con qualche attenzione anche al ruolo di mamma Chiesa (con la quale il cittadino laico riesce a instaurare facilmente un dialogo ed un rapporto proficuo sul versante della “solidarietà” – uno dei due pilastri della laicità – ma non altrettanto su quello della “tolleranza” – l’altro pilastro della laicità – e dell’agire civico): mamma + insegnante-donna (oggigiorno, la stragrande maggioranza del corpo docente) + Chiesa sono state e sono oggi – forse ancora di più – una miscela formidabile e preponderante nell’educazione delle generazioni meridionali. Io credo fermissimamente che il Sud (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri (e di amministratori pubblici) congruamente severi – quasi assenti - e meno di mamme, onnipresenti. Scrive Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli: “Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”.

 

Quali proposte si possono allora avanzare per la Campania (e il Sud)?

Fra di esse vi devono essere certamente l’adeguamento infrastrutturale, l’incremento della spesa in ricerca e innovazione, una maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione ed un feroce contrasto alla criminalità organizzata. Ma la più importante, la premessa perché quelle prima indicate possano essere davvero efficaci, è la riforma culturale. Essa – poiché gli investimenti in infrastrutture, in ricerca, ecc., pur necessari, non possono bastare – è la condizione principale per far vivere alla Campania (e al nostro Mezzogiorno) una potente e dinamica stagione di sviluppo, capace di colmare gradualmente e definitivamente il divario con il resto del Paese e con il resto d’Europa. Lo scarso apporto delle donne all’economia del Sud rende questa radicale trasformazione culturale assolutamente non più rinviabile. Se il reddito pro capite della Campania facesse registrare – rispetto a quello della Lombardia, attualmente quasi doppio – un differenziale positivo pari mediamente al +2% annuo, impiegherebbe circa 34 anni a colmare il divario, circa 68 anni se il differenziale favorevole fosse del +1%.

Per la Campania (e il Sud), occorre, quindi, delineare una strategia e definire dei programmi e dei progetti – scolastici, culturali, economici – che attuino un piano integrato le cui direttrici di attacco seguano questa successione logica: creazione dello spirito giusto à rimozione degli ostacoli al suo naturale dispiegarsi à riforma culturale à soggetto e oggetto protagonista: soprattutto la donna, da trasformare da problema e fattore di conservazione a risorsa e motore del cambiamento, attraverso un’azione di sostegno corposo e a lungo termine,indirizzata:

a) alle famiglie, a partire dalle donne in gravidanza e nei primi 3 anni di vita dei figli (dopo forse è già tardi), seguendo – in una sana logica di benchmarking – i dettami del migliore, più innovativo, più efficace e meno costoso metodo, quello finlandese (cfr., tra l’altro, l’illuminante articolo del prof. Massimo Ammaniti su la Repubblica del 26.7.2007 “Bambini, prendiamo esempio dalla Finlandia” http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/07/26/bambini-prendiamo-esempio-dalla-finlandia.html), un metodo capace più e meglio degli altri di affrontare, in un’ottica di prevenzione, oltre al rischio – quantificabile nel 20% circa dei casi – di fenomeni di depressione della madre e di problemi altrettanto seri, di vario genere, riguardanti i piccoli figli, anche l’inconsapevole e meccanico “trasferimento” – a causa della coazione a ripetere che perpetua una “catena”, che va quindi spezzata in tempo – dalla madre al figlio – ed ancor più alla figlia – di comportamenti inconsapevolmente dannosi e pregiudizievoli allo sviluppo affettivo normale del figlio, origine di futuri problemi;

b) alla scuola: riequilibrio del rapporto numerico docenti uomini-donne; miglioramento delle performance didattiche, segnatamente in matematica; incremento delle iscrizioni alle Facoltà scientifiche e del numero dei laureati – assoluto e relativo – nelle stesse (Adam Smith, ne La Ricchezza delle Nazioni, critica l’eccessivo numero di avvocati in Gran Bretagna, poiché – scrive – solo 1 avvocato su 20 può campare bene dei proventi della sua professione); immissione nel circuito educativo di tonnellate, vagoni, bastimenti di logica (siamo o no la Magna Grecia?) e di sano pragmatismo (vogliamo o no avvicinarci ai paesi più evoluti): logica greca e pragmatismo anglosassone, per dare nuova linfa all’albero bimillenario della nostra civiltà meridionale, per farci dire, con il grande imperatore romano Adriano: […] tutto quel che c’è in noi di armonico, cristallino e umano ci viene dalla Grecia. Ma mi veniva fatto, a volte, di dire a me stesso ch’era stato necessario il rigore un po' austero di Roma, il suo senso della continuità, il suo gusto del concreto, per trasformare ciò che in Grecia restava solo mirabile intuizione dello spirito, nobile slancio dell’animo, in realtà.” (Margherite Yourcenar, Memorie di Adriano;

c) agli organismi socio-culturali (ivi incluse le Parrocchie: abbiamo ora a Napoli un arcivescovo – il cardinale Crescenzio Sepe – che è di tutta evidenza persona capace, concreta, intelligente, teniamone conto noi laici): divulgazione di modelli femminili positivi – esempi di passione civile e civiche virtù – come Eleonora Pimentel Fonseca, la quale – nel ritratto che ne fa Benedetto Croce nel bel libro La Rivoluzione napoletana del 1799 – ascrive in parte l’arretratezza del suo paese d’origine, il Portogallo, alla “negligenza delle scienze matematiche […] giacché nelle nazioni illuminate i gradi di felicità son da calcolarsi in quelli degli avvanzamenti in queste scienze”; attenzione particolare ai concreti processi educativi riguardanti le donne (“Chi educa un bambino educa un uomo, chi educa una bambina educa una famiglia”), per misurarne le ricadute pratiche, anche quelle di ordine sociale (come ad esempio nel caso della gestione della spazzatura a P., dove la maggioranza, costituita all’80% da donne, vecchie e giovani, non rispetta, nonostante reiterate sollecitazioni, né gli orari né le modalità di deposito: il grave problema della spazzatura a P. e in Campania è un problema che andrebbe “declinato” essenzialmente… al femminile); diffusione e promozione assidua di concetti-guida quali “Io, meridionale, non sono un padreterno, quindi perfetto: posso migliorare”, o anche “La lamentela è peccato”, e di insegnamenti culturali favorenti il senso civico, l’etica della responsabilità, la propensione al rischio, la partecipazione (“Tutti erano indifferenti qui quelli che desideravano salvarsi. Commuoversi, era come addormentarsi sulla neve” – ancora dal Il mare non bagna Napoli, libro “terribile”, ma per alcuni aspetti forse più illuminante di tanti testi di sociologia, scritto – mi piace rimarcarlo – da una donna). […]”.

 

La mancanza di organizzazione, concretezza, pragmatismo deriva dal clima? Non so, può darsi. Io però penso che è un prodotto essenzialmente della cultura (nel duplice senso: classico e soprattutto moderno, v. sopra), nelle forme e nello stadio in cui è in un dato periodo storico (pensiamo ai Romani, appunto, o agli Arabi).

 

Ovviamente, qui non si parla della capacità del singolo (io, meridionale, ad esempio, sono un buon organizzatore; è successo nel breve periodo in cui svolsi un’attività politica e sociale che, quando si voleva esser sicuri della riuscita di un progetto, venivano a chiamare me, ed allora io vincevo la mia pigrizia e diventavo un “tedesco”), ma del popolo, del sistema-Paese, come si dice ora. Ma naturalmente è estremamente difficile, anzi impossibile, creare un sistema-Paese efficiente se ognuno si crede un dio, quindi perfetto. E' quasi superfluo aggiungere che, come scriveva Dostoevskij, tutti gli ottusi si credono perfetti. Il Sud è strapieno di individui, a tutti – proprio tutti – i livelli, che si credono perfetti.

 

Che fare?

 

Diffondere, attraverso l’educazione, tonnellate, vagoni, bastimenti di logica e pragmatismo!

Ripeto: non soltanto la logica (greca), ma anche il pragmatismo (anglosassone) o, se preferisce, la concretezza romana.

 

Educazione.

Fascia d’età critica.

Il periodo fondamentale è dalla gravidanza a 3 anni! E’ in questo lasso di tempo che si formano le sinapsi, che legano i neuroni, ma esse si fissano a condizione che vengano utilizzate/stimolate dall’educazione. Riporto il passo scritto da Valerio_38, che lo spiega bene:

Le moderne neuroscienze hanno dimostrato che la nostra specie è affetta da una eccezionale neotenia, cosicché il cervello di un bambino appena nato è ancora immaturo. Possiede già l’intero patrimonio di neuroni (circa cento miliardi), ma tutti quei neuroni sono pressoché privi di collegamenti fra di loro. Lo sviluppo dei collegamenti (assoni e sinapsi) avviene gradualmente nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, in parallelo alla vita fuori dall’utero. I collegamenti (in media circa diecimila per ciascun neurone) sembra si sviluppino per caso ma si stabilizzino (si fissino) soltanto se vengono “utilizzati” (gli altri si atrofizzano).

Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia. L’istruzione determina quali sinapsi si fisseranno e quali no.

 ed una mia integrazione:

Ho letto con interesse il tuo commento del 9.5 23:05 (poi gli altri) e l’ho condiviso interamente tranne in due punti: 1) laddove tu scrivi “Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia”; e quando affermi: “Ma la distribuzione di queste differenze non dipende dalle latitudini, dipende dalla storia”.

Non dalla storia, ma dall’educazione, appunto, che deve cominciare già durante la gravidanza.

 

Questione femminile e questione meridionale

La cosiddetta Questione femminile ha attraversato tutto il secolo XIX e poi parte del XX. Ne fanno fede, per me, i romanzi russi ed europei in generale. Ne fa fede lo scritto di Freud già citato e che riporto più in esteso, prendendolo dal mio ‘post “Questione femminile, questione meridionale, rivoluzione culturale e progetto educativo” (al rigo 68 e dove si parla di educazione, ed anche di Prodi, del Card. Sepe, ecc., che Le suggerisco di leggere integralmente) http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html :

 

La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno*

[…]. In generale, la nostra civiltà è costruita sulla repressione delle pulsioni. Ciascun individuo ha ceduto qualche parte delle sue possessioni – qualche parte del senso di onnipotenza o delle inclinazioni aggressive o vendicative della sua personalità. Da questi contributi è sorto il possesso comune della proprietà materiale e ideale della civiltà. Oltre alle esigenze della vita, sono stati, senza dubbio, i sentimenti familiari derivati dall’erotismo ad avere indotto i singoli individui a fare questa rinuncia. Nel corso dell’evoluzione civile la rinuncia è stata di carattere progressivo. I singoli passi furono sanzionati dalla religione; la parte di soddisfazione pulsionale a cui ogni persona aveva rinunciato veniva offerta come sacrificio alla Divinità, e la proprietà comune così acquistata fu dichiarata “sacra”. L’uomo il quale, in conseguenza della sua costituzione ostinata, non può accettare la repressione della pulsione, diventa un “criminale”, un “fuorilegge”, agli occhi della società – a meno che la sua posizione sociale o le sue eccezionali capacità non gli consentano di imporsi ad essa come un grande uomo, un “eroe”. [cfr. concetto analogo in Delitto e castigo, dove costituisce uno dei “moventi” psicologici del delitto e in Guerra e pace: per entrambi la figura di riferimento è Napoleone.]

 

La pulsione sessuale (…) mette straordinarie quantità di forze a disposizione dell’attività civile e lo fa in virtù della caratteristica particolarmente marcata che gli permette di sostituire i suoi scopi senza che vi sia materialmente una diminuzione d’intensità. Questa capacità di cambiare il suo scopo originariamente sessuale con un altro, non più sessuale ma in relazione psichica col primo scopo, è detta capacità di sublimazione.

[…]. L’educazione proibisce alle donne di interessarsi intellettualmente di problemi sessuali, benché provino tuttavia un’estrema curiosità per essi, e le intimorisce condannando tale curiosità come non femminile e come segno di disposizione peccaminosa. In questo modo rifuggono da qualsiasi forma di pensiero e il sapere perde ai loro occhi ogni valore. La proibizione di pensare si estende oltre il campo sessuale in parte per una associazione inevitabile e in parte automaticamente, come avviene tra gli uomini per la proibizione di pensare intorno alla religione, o tra i sudditi fedeli per la proibizione di pensare intorno alla lealtà. Non credo che la “deficienza mentale fisiologica” delle donne si possa spiegare con la contrapposizione biologica tra lavoro intellettuale e attività sessuale, come asserisce Moebius in un’opera su cui si è ampiamente disputato. Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale. […].

                                                                                              S.Freud

*Titolo originale: “Die “kulturelle” Sexual moral und die moderne Nervositat”. Pubblicato la prima volta in Sexual-Probleme, 4, 1908. Traduzione di Cecilia Grassi e Jean Sanders.

 

Partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.

Nella (lunga ed ultima) nota 18-Questione femminile e Mezzogiorno, in un documento di 11 pagine con delle mie proposte (http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html ), tutti i dati economici dimostrano:

a)  la correlazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese;

b) che anche la fredda Germania dell’Est (cfr. “Banca d'Italia - Mezzogiorno e politiche regionali”, destinataria di imponenti risorse dopo l’unificazione (molto superiori a quelle riversate nel nostro Mezzogiorno), dopo aver migliorato notevolmente tutti i propri indicatori in un arco temporale relativamente breve, non riesce a colmare i gap, a parere di molti, per motivi culturali.

Riporto alcuni stralci.

Sembra proprio ci sia relazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.

Secondo il IV Rapporto Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi “il tasso di occupazione femminile (cioè la percentuale di donne dai 15 anni in su che forniscono lavoro o sarebbero disponibili a farlo) si ferma al 33%, rimanendo così il più basso del mondo”.

E “gli autori del Rapporto non esitano a sostenere che proprio dalla conquista della piena autonomia da parte delle donne potrebbe partire la rinascita commerciale, economica e culturale dei paesi arabi”.

Dal Rapporto ONU sullo Sviluppo Umano 2010, si ricava che:

“I paesi arabi includono cinque dei 10 “Top Movers” ovvero le nazioni (sulle 135 oggetto della ricerca) che hanno mostrato la migliore performance nell’ISU [Indice di Sviluppo Umano] a partire dal 1970: Oman (n.1), Arabia Saudita (n. 5), Tunisia (n. 7), Algeria (n. 9) e Marocco (n. 10). Nell’Indice di disuguaglianza di genere (IDG), tuttavia, gli Stati arabi registrano un ISU regionale medio del 70 percento, ben al di sopra della perdita mondiale media del 56 percento. All’ultimo posto nella classifica mondiale relativa all’IDG è lo Yemen, con una perdita ISU dell’85 percento”.

Dal Rapporto ISTAT relativo al II trim. 2010 (tabb. 13 e 14) , si ricava che il dato aggregato italiano di inattività delle donne, pari al 48,6% (39,4% al Nord e 42,4% al Centro) è determinato dal peso negativo del Sud: “Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività della componente femminile rimane particolarmente elevato ed è pari al 63,5 per cento”, (contro il 33,7 dei maschi).

Occorrerebbe – come per i Paesi arabi – rimuovere questo macigno operando congiuntamente su due direttrici: quella economica e quella culturale.

 

P.S.:

Bassolino.

Nella lettera che inviai nel 2007 al cardinale Sepe (citata nel ‘post’ sull’educazione), scrissi:

            In secondo luogo,vorrei, da semplice elettore (di sinistra), che giudica quindi soprattutto per sensazioni la qualità e l’efficacia delle amministrazioni pubbliche, suggerire di utilizzare la chiave interpretativa psico-politica per valutare i politici, le amministrazioni pubbliche ed in particolare l’amministrazione napoletana, rinnovatasi l’anno scorso. A tal riguardo, si potrebbe, ad esempio, definire“paterna” (cioè severa in misura adeguata: la severità congrua si propaga positivamente per li rami, con effetti benefici sia sulla burocrazia sia sulla cittadinanza), l’amministrazione Bassolino del primo mandato da sindaco; “materna”, quella del Bassolino successivo e quella della Iervolino (per quest’ultima, vedasi, ad esempio, il caso macroscopico del cambio del comandante della polizia municipale). Io credo fermissimamente che Napoli (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri – quasi assenti - e non di mamme - onnipresenti. (“Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni.”- Anna Maria Ortese, “Il mare non bagna Napoli”).

 

(Per una migliore comprensione, riporto uno stralcio della parte della postilla riguardante Bassolino, che ho omesso nella versione qui pubblicata.

[...]. Per quanto riguarda il “materno”, egli stesso ha confidato di aver vissuto la sua infanzia– tra mamma, zie ed altre parenti - in mezzo a donne. [...].).

 

Nell’intervista che Bassolino rilasciò a Il Mattino, in occasione del suo 60°compleanno, egli rivelò di aver fatto allontanare il suo severo padre, di orientamento destrorso, dai CC, al suo primo comizio ad Afragola, e che poi, tornato a casa, aveva trovato la porta sbarrata ed era stato costretto a trasferirsi. Poi, ad una domanda specifica dell’intervistatore (che curava la rubrica delle lettere, ed al quale avevo scritto di Bassolino): quale fosse stato il suo errore più grande, Bassolino rispose: aver detto troppi sì.

 

Spero, Dott. Demarco, se è arrivato fino in fondo, di non averLa annoiata troppo, e, soprattutto, che Lei non giudichi queste mie considerazioni (soltanto) frutto della mia… presunzione da dio (meridionale) perfetto ed ottuso, ma soltanto un piccolo, spero utile, contributo di conoscenza, per la soluzione dell’annoso problema della Questione meridionale.

 

Cordialmente,

 

17 settembre 2011

 

 

TAG:  CULTURA  DONNE  EDUCAZIONE  SVILUPPO  SUD  TERRONISMO  DEMARCO 

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commento di magnagrecia inviato il 4 ottobre 2011
Europìa

Fra 40 anni l’Europa potrebbe essere il migliore dei mondi possibili. Una regione del mondo dove si vive in prevalenza nelle piccole città, e non nelle megalopoli che caratterizzeranno sempre di più i Paesi attualmente emergenti (che nel 2050 saranno ampiamente emersi…). Che attrae lavoratori ad alta qualificazione da tutte le aree del mondo: già entro il 2020 la richiesta aumenterebbe di un terzo, mentre si ridurrebbe del 15% quella di lavoratori a bassa qualificazione. Che ha ridotto il fabbisogno energetico ed è riuscita a sviluppare in modo significativo le fonti alternative, riducendo la dipendenza dall’esterno. Tutto questo potrebbe essere l’Europa, se cominciasse già da ora a investire in modo consistente e coordinato in ricerca e sviluppo, e se potenziasse l’Unione anche dal punto di vista politico, allargandola a Est e a Sud. E’ la conclusione di un pool di 25 studiosi, autori di un corposo volume dal titolo “Global Europe 2030/2050?, finanziato dalla Commissione Europea. […].

Europìa

(continua/1)
commento di magnagrecia inviato il 4 ottobre 2011
(segue/2)

Global Europe 2030-2050
The objective of this group is to conduct both quantitative and qualitative analyses in terms of well-grounded connections between challenges and visions and options for action on which policies can be built in the years to come. This is to be done through the elaboration and exploration of the main drivers that may affect or impact the world and Europe by 2030/2050, thus integrating the long-term dimension in the policy preparation.


State of the art of international Forward Looking Activities beyond 2030

Inventory of Forward Looking Studies with a focus beyond 2030

(Fine/2)
commento di magnagrecia inviato il 4 ottobre 2011
La via d'uscita dal dominio esercitato dall’infima minoranza di ricchi potenti, egoisti, ingordi e spietati è molto difficile, perché:
1) controllano una buona parte dell'informazione;
2) sono appoggiati ancora da alcuni milioni di UTILI IDIOTI, in piccola parte ben retribuiti, la più parte gratuitamente;
3) dall'altra parte, è molto difficile costruire un movimento di popolo, un'opposizione non "imborghesita" e coesa, con al centro i giovani, non più inclini ad aspettare che le cose vengano concesse, ma capaci di conquistarsele, ponendosi alla testa dei processi di cambiamento.

CORRIERE DELLA SERA - "LA PROTESTA CRESCE I MAGHI DI WALL STREET CERCANO DI ZITTIRLA".
La protesta cresce, i maghi di Wall Street cercano di zittirla
commento di magnagrecia inviato il 3 ottobre 2011
Da ridere (quasi)…

La pagina su Nonciclopedia che ha fatto «arrabbiare» Vasco (Fiasco Rossi)
Fiasco Rossi
commento di magnagrecia inviato il 3 ottobre 2011
Economia
03/10/2011 – COLLOQUIO
"La crisi finirà solo quando cambieremo l'economia"
Il nuovo libro di Rifkin: la terza rivoluzione industriale? È già iniziata
PAOLO MASTROLILLI

"La crisi finirà solo quando cambieremo l'economia"
commento di magnagrecia inviato il 3 ottobre 2011
Nella Lettera di PDnetwork, avevano auspicato e suggerito un coordinamento ed armonizzazione delle proposte del PD sul lavoro. La denuncia alla Commissione UE ha innescato questa interessante discussione.

IL DIBATTITO A PROPOSITO DEL PROGETTO FLEXSECURITY
LA PRESENTAZIONE DELLA DENUNCIA ALLA COMMISSIONE EUROPEA CONTRO IL DUALISMO DEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO HA SUSCITATO UN NOTEVOLE DIBATTITO A PROPOSITO DEL PROGETTO DI RIFORMA ISPIRATO AL MODELLO DANESE
I link agli articoli pubblicati sul quotidiano Europa e su questo sito dal 15 al 28 settembre 2011 a seguito della presentazione della denuncia alla Commissione UE contro il dualismo del mercato del lavoro italiano
- Pietro Ichino e Nicola Rossi, “Lavoro l’apartheid italiano”, 15 settembre 2011
- Sergio D’antoni, “L’abbaglio di Ichino e Rossi”, 20 settembre 2011
- Pietro Ichino, “D’Antoni, spieghiamoci”, 21 settembre 2011
- Emma Bonino, “Caro Pd, il problema non è la flessibilità”, 21 settembre 2011
- Cesare Damiano, “Perchè Ichino non convince”, 22 settembre 2011
- Sergio Cesaratto,Lanfranco Turci, “Cara Bonino, è populismo liberale”, 23 settembre 2011
- Pietro Ichino, “Difetti (ma anche un passo avanti) del dibattito nel Pd sul lavoro”, 26 settembre 2011
- Tiziano Treu, “Tutti i lavori, stesse tutele”, 27 settembre 2011
- Pier Paolo Baretta, “Contratto? Non “unico””, 28 settembre 2011

Il dibattito sulla riforma del lavoro
commento di magnagrecia inviato il 3 ottobre 2011
Grazie, c’è sempre da imparare (v. scontrini fiscali), anche dai “polentoni”…
Parola di “terrone”.

Telepadania, lezioni di differenziata a De Magistris
(3 ottobre 2011)
A causa dell'emergenza rifiuti di Napoli, l'Italia dovrà pagare una multa alla Comunità europea. Per questo motivo l'emittente della Lega Nord spiega al sindaco di Napoli le norme elementari per una corretta raccolta dell'immondizia. Il tono, un po' ironico, un po' sarcastico - si scherza anche su San Gennaro - non è piaciuto ai napoletani e in particolar modo al primo cittadino che ribatte "Non devo rispondere al nulla perchè, come ha detto Napolitano, la Padania non esiste. Quindi Tele Padania è una televisione di qualcosa che giuridicamente non esiste".

Telepadania, lezioni di differenziata a De Magistris

La replica del sindaco De Magistris
commento di magnagrecia inviato il 3 ottobre 2011
Prodi: governo non all'altezza, qualsiasi nuovo timoniere è meglio dell'attuale
di Romano Prodi
02 ottobre 2011

Prodi: governo non all'altezza, qualsiasi nuovo timoniere è meglio dell'attuale
commento di magnagrecia inviato il 2 ottobre 2011
Sbilanciamoci.info - Newsletter n. 139 del 30 settembre 2011

FORUM/LA ROTTA D'EUROPA

L’Europa della troika. Intervista a Luciano Gallino
Commissione europea, Banca centrale e Fondo monetario concentrano i poteri, alimentano la recessione, espropriano la democrazia. Gallino: si deve ripartire dal modello sociale europeo e da un’autorità politica democratica

Quali sono stati i punti deboli della formazione dell'Ue?

La Ue è nata con due gravi difetti strutturali, insiti nello statuto e relative funzioni della Commissione europea e della Bce. La Ce opera di fatto come il direttorio della Ue, ma non è stata eletta da nessuno, le sue posizioni differiscono sovente da quelle del Parlamento europeo, organismo eletto, e appare in troppi casi funzionare come la cinghia di trasmissione dei dettami iperliberisti dell’Ocse e dell'Fmi.

Da parte sua la Bce è una banca centrale di nome, che però opera solo parzialmente come tale. I paesi entrati nell’euro hanno rinunciato al potere più importante che uno stato possa detenere: quello di creare denaro. Oggi solo la Bce può farlo. Ma lo fa male e in modo indiretto, ad esempio concedendo per anni imponenti flussi di credito alle banche che poi creano denaro privatamente con i prestiti che concedono a famiglie e imprese. Il maggior limite della Bce deriva dal suo statuto, che le impone come massimo scopo quello di combattere l’inflazione, laddove una banca centrale dovrebbe avere tra i suoi scopi anche la promozione dello sviluppo e dell’occupazione.

(continua/1)
commento di magnagrecia inviato il 2 ottobre 2011
(segue/2)

Va notato ancora che la sua indipendenza dai governi maschera in realtà la sua dipendenza dal sistema finanziario e la sua mancanza di responsabilità sociale in nome di un ottuso monetarismo. Democratizzare la Ce e la Ue sarebbero compiti impellenti per i governi europei, se non fosse che per governi di destra, come di fatto son diventati quasi tutti, in fondo una governance non democratica e socialmente irresponsabile della Ue non è poi un gran male. […].
L’Europa della troika. Intervista a Luciano Gallino
commento di magnagrecia inviato il 2 ottobre 2011
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Gli europei e il ritorno al protezionismo. Intervista a Philippe Murer
Come difendere produzioni e posti di lavoro in Europa? Un sondaggio europeo mostra il favore verso il ritorno di tariffe doganali sulle importazioni da fuori Europa. In Francia la “demondializzazione” entra – da sinistra e da destra – nel dibattito delle elezioni presidenziali
di Anna Maria Merlo

PARIGI. Crisi dei debiti sovrani, crisi dell’euro, crisi dell’Europa. In questo periodo di minaccia di crollo sistemico, i governi sembrano impotenti a trovare una risposta comune ed efficace alla crisi, che per i cittadini è soprattutto economica, non solo finanziaria. La distanza tra governi e cittadini si fa sempre più ampia, e colpisce le istituzioni europee, travolte anch’esse da un generale discredito. Un’incomprensione si approfondisce: mentre gli stati che ancora conservano il rating AAA studiano l’ipotesi, sempre più vicina, di tornare a finanziare le banche con denaro pubblico, come già era successo nel 2008, i cittadini si interrogano sul perché vengano trovati dei soldi per salvare le banche, mentre ai popoli vengono imposti piani di rigore e tagli al welfare. Gli europei si sentono sballottati nella mondializzazione, di cui cominciano a sottolineare gli inconvenienti, soprattutto per quello che riguarda l’occupazione, mentre i vantaggi sfumano in secondo piano. […].
Gli europei e il ritorno al protezionismo. Intervista a Philippe Murer
commento di magnagrecia inviato il 2 ottobre 2011
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Questa crisi è un'occasione
Per riaprire la partita bisogna mettere in discussione le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito. Su questa base la politica potrebbe rinascere
di Fausto Bertinotti

[…]. Possiamo ancora affrontare il tema come se vivessimo in un'epoca democratica, con in campo una politica dotata di una qualche autonomia e una sinistra capace di influenzare le scelte di fondo? Temo di no. In questo caso si potrebbe forse seguire questo filo di ragionamento.
Ciò che la rivolta ha intuito dovrebbe costituire la base anche della rinascita di una politica e di un agire politico autonomi dal sistema economico-sociale e dal sistema di potere politico che in esso si è venuto costituendo. La rivolta ha intuito che, per riaprire la partita, bisogna far saltare il banco, cioè mettere in discussione radicalmente le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito e contestare i luoghi e le forme con cui esse vengono assunte. La crisi è un'occasione. Ma bisogna capire anche per chi. L'occasione è sfruttata fino in fondo dalle classi dirigenti per fare tabula rasa dell'Europa del compromesso sociale e democratico. Un panorama sociale tutt'affatto diverso ne sta prendendo il posto. È come se tutto ciò che si era venuto accumulando negli anni della restaurazione modernizzatrice, e accelerato negli ultimi mesi, fosse fatto precipitare in quest'agosto devastante. (...). I governi europei hanno adottato tutti la stessa terapia. […].
Questa crisi è un'occasione
commento di magnagrecia inviato il 2 ottobre 2011
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La crisi dell’economia del debito
Il muro del debito si erge di fronte ai ricchi paesi d'Europa e agli Usa ed è praticamente insuperabile, se si finanziano con denari pubblici le banche in stato fallimentare. Se le si nazionalizzasse, non sarebbe meglio? Si farebbe almeno chiarezza
di Vincenzo Comito

[…]. Come afferma Peter Sloterdijk (Truong, 2011), a partire dal Rinascimento, invece, con l’affermazione della società capitalistica, l’Occidente ha sviluppato, in particolare attraverso il credito, una forma di vita prima quasi sconosciuta, fondata sulla possibilità di anticipare l’avvenire. E cos'è il credito, nella sostanza, se non un profitto consumato prima di essere realizzato?
Tale costruzione diventa comunque da allora, per molti versi, il tratto fondamentale dell’esistenza umana; si apre la possibilità di fare delle promesse di rimborso di una somma di denaro presa a prestito, operazione prima molto difficile e questo grazie anche alle istituzioni messe in piedi per proteggere i creditori, da quelle finanziarie a quelle giuridiche a quelle politiche.
Gli ultimi decenni vedono, anche sul fronte teorico, un'accettazione sempre più spinta di alti e altissimi livelli di indebitamento, almeno per quanto riguarda le imprese, sino ai deliranti teoremi in proposito della cosiddetta scuola del valore azionario (Bennett Stewart G., 1991).
Il ricorso al credito, pubblico e privato, è cresciuto comunque nel tempo in maniera esponenziale ed esso ha assunto forme anche parossistiche. […].
La crisi dell’economia del debito
commento di magnagrecia inviato il 2 ottobre 2011
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La ricchezza delle nazioni
Non c'è altro che la ricchezza -– meglio il capitale – al mondo? Non ci sono più la storia, la politica, il diritto come dimensioni autonome? Sembra che la Banca mondiale la pensi proprio così
di Francesco Ciafaloni

Qualche anno fa la Banca mondiale ha pubblicato il calcolo della ricchezza delle nazioni. Lo si trova facilmente in rete digitando World Bank, Where is the Wealth of Nations? *
Il calcolo, la cui responsabilità è attribuita ai ricercatori che lo firmano (sono un gruppo numeroso), per l’autorevolezza della sede e per la disaggregazione per tipo e per paese è usato come fonte nelle stime della composizione e del livello della ricchezza delle nazioni in molti lavori, in uno dei quali ho trovato il riferimento. E, si immagina, è usato anche come base per i suggerimenti e i provvedimenti della Banca nei confronti dei singoli paesi.
Il riferimento alla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith è ovvio, fin dal titolo; come è esplicito, dalla introduzione, lo scopo di indagarne la natura e le cause.
Il testo è chiaro; le norme e metodi sono comprensibili; le intenzioni sembrano lodevoli. […]. Se si guarda però ai tre settori della composizione della ricchezza globale e al modo di calcolarli; a ciò che è cancellato; ai rovesciamenti di senso necessariamente prodotti dal modo del calcolo; l’impressione si rovescia. […].
La ricchezza delle nazioni
commento di magnagrecia inviato il 2 ottobre 2011
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I beni comuni per uscire dalla crisi
Un estratto dal saggio di Enrico Grazzini “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori riuniti, 2011
di Enrico Grazzini

Non esistono alternative o scorciatoie. Per uscire dalla crisi occorre innanzitutto creare e sviluppare un'economia policentrica fondata principalmente sull'autogestione dei beni comuni – ovvero dei beni che per loro natura non possono non essere condivisi, come le scienze, Internet, l'informazione, l'ambiente e il territorio, l'aria e l'acqua, la moneta, le reti di comunicazione e di trasporto. Né le forze di mercato né l'intervento pubblico da soli potranno risolvere i problemi che ci hanno portato alla duplice crisi economica ed ecologica: anzi è inevitabile che il mercato e l'intervento pubblico aggravino ulteriormente i problemi già drammatici. Occorrerà piuttosto promuovere l'economia della condivisione e forme di gestione democratica dei beni condivisi da parte delle comunità interessate. […].
I beni comuni per uscire dalla crisi

Fine

commento di magnagrecia inviato il 2 ottobre 2011
Gli indignati anche a New York: quando finalmente anche a Roma e Milano e Napoli… (in pianta stabile)?
Occorre un movimento di popolo dal basso, per contrastare la pretesa di 4 gatti potentissimi, ricchissimi, egoisti, avidi e spietati di decidere (con l'aiuto di milioni di utili idioti) per tutti e “schiavizzare” il resto dell’umanità, per continuare ad arricchirsi.


USA
"Io tra gli indignati di Liberty Plaza
Vi imbrogliano, ora diciamo basta"

Il racconto di Michael Moore: "Ho deciso di impegnarmi. Questa adesso è la nostra missione, impegnarci". L'esempio di New York: otto milioni di abitanti, un milione vive in povertà. E' una vergogna e la gente non ne può più
di MICHAEL MOORE
02 ottobre 2011
[…]. Questo è ciò che ci vorrebbe. E invece le 400 persone più ricche di questo paese oggi hanno più ricchezza che 150 milioni di americani messi tutti insieme. Dicevano: oh, sarà uno di quei numeri che Michael Moore butta giù. Beh, è una statistica vera: verificata da Forbes e da PolitiFact. Le 400 persone più ricche di questo paese hanno più ricchezza che 150 milioni di persone messe insieme! Ma questa non si può chiamare democrazia. La democrazia implica una qualche sorta di eguaglianza: una qualche sorta di egalitarismo. Io non dico che ogni pezzo della torta dev'essere della stessa misura: però non siamo andati ormai oltre?


(continua/1)
commento di magnagrecia inviato il 2 ottobre 2011
(segue/2)

Ma ora c'è questa buona notizia. Perché fino a quando avremo qualcuno che pone delle sfide alla nostra democrazia - fino a che la Costituzione resterà intatta - vorrà dire che ciascuno di noi avrà lo stesso diritto di voto dei signori di Wall Street: una persona vota per una persona. E loro potranno pure comprare tutti i candidati che vogliono: ma la loro mano non guiderà la nostra mano quando saremo in cabina. Questo è il messaggio da gridare forte: da fare arrivare a quei milioni di persone che si sono arresi - o che sono stati convinti e fuorviati per ignoranza. Ecco: se riusciremo a far arrivare il nostro messaggio, beh, per quei 400 sarà il peggiore degli incubi. Perché l'unica cosa che sanno fare bene sono i conti. E sanno che noi siamo un fottìo più di loro. Dipende solo da noi. Basta svegliarsi al mattino e dire ok, adesso basta, fine. Ho deciso di impegnarmi. E ho deciso di coinvolgere 10 persone tra i miei vicini. Questa adesso è la nostra missione: impegnarci. Per questo vi dico: sostenete la protesta di Liberty Plaza.
(testo raccolto da Angelo Aquaro durante la presentazione dell'ultimo libro di Moore al St. Mark's Bookstore, la storica libreria indipendente di New York che sta lottando per non chiudere).
"Io tra gli indignati di Liberty Plaza. Vi imbrogliano, ora diciamo basta"

(Fine/2)
commento di magnagrecia inviato il 1 ottobre 2011
Se leggete il libro di Anna Maria Ortese “Il mare non bagna Napoli”, che ho citato sopra, troverete delle notevoli assonanze per quel che riguarda la «gente orrenda, un'umanità repellente» di cui parla Bocca, solo che allora si trattava del dopoguerra.

IL GIORNALISTA 91ENNE NELLA VIDEOINTERVISTA «LA NEVE E IL FUOCO» HA RAGIONE?
"Vado a caccia grossa di notizie al Sud, ma non fraternizzo coi meridionali-belve"
Giorgio Bocca: «Terre orrende, Napoli è un cimiciaio»
E su Silvio: «Scrivo che è un porco, dovrebbe amarmi»
[...]. PALERMO MOSTRUOSA, NAPOLI INGUARIBILE - «Durante i miei viaggi - dice Bocca nella videointervista - c'era sempre questo contrasto tra paesaggi meravigliosi e gente orrenda, un'umanità repellente». Parlando di Palermo: «Una volta mi trovavo nei pressi del palazzo di giustizia. C'era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie». Anche Napoli è nel suo cuore...«Vai in quella città (alla quale nel 2005 ha dedicato il libro «Napoli siamo noi»,ndr) ed è un cimiciaio, ancora adesso. Ci sono zone inguaribili». Concede poi che tanto squallore almeno porta notizie giornalisticamente appetibili. Ma nessuna «gratitudine». «Grato? Come dire: sono grato perché vado a caccia grossa di belve. Insomma, non sei grato alle belve, fai la caccia grossa, non è che fraternizzi con le belve».

"Vado a caccia grossa di notizie al Sud, ma non fraternizzo coi meridionali-belve"
commento di magnagrecia inviato il 30 settembre 2011
Per una migliore comprensione, riporto uno stralcio della parte della postilla riguardante Bassolino, che ho omesso nella versione qui pubblicata.

[...]. Per quanto riguarda il “materno”, egli stesso ha confidato di aver vissuto la sua infanzia – tra mamma, zie ed altre parenti - in mezzo a donne.[...].
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15 ottobre 2009
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