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contributo inviato da generosobruno il 13 luglio 2011

Ci sono solo due modi per chiudere una fabbrica. Chiuderla direttamente o farla chiudere a qualcun altro. E’questa seconda via quella scelta da Fiat Industrial e da Sergio Marchionne per l’Irisbus di Flumeri con il passaggio alla “Itala spa” del gruppo “DR motor”.  Autobus granturismo e componentistica per suv, costruiti in Cina, rappresentano oltre che il rischio per i settecento lavoratori della Irisbus la fine, sicura, per l’indotto e la crisi per l’intera area industriale ufitana.

La cessione dello stabilimento in Valle Ufita, l’unico sul territorio nazionale, a produrre per il trasporto pubblico, segna l’uscita del gruppo del Lingotto dalle produzioni, in Italia, per questo settore. Sarà in Francia, ad Annonay, a Lione che resterà il 65% della produzione Irisbus e, in Repubblica Ceca, a Vysoke Myto, il resto. In assenza di ulteriori sviluppi per lo stabilimento di Flumeri, insieme a quello spagnolo di Barcellona, la strada sembra segnata.

Quella dell’Irisbus è la seconda tappa del ritiro di Fiat dal Mezzogiorno. E’ evidente, dopo la chiusura di Termini Imerese, qual è la strategia del gruppo del Lingotto.Quella relativa alla Valle Ufita è una scelta che avviene in maniera improvvisa ed unilaterale che non trova coerenza con le scelte ipotizzate dallo stesso piano presentato dalla Fiat Industrial che, invece, prevedeva investimenti per almeno otto milioni di euro dopo i precedenti ventidue, già spesi nel 2007, per la ristrutturazione della catena di montaggio ed il sistema robotizzato di verniciatura.

L’aspetto drammatico, oltre a quello stesso della cessione, è l’azzeramento di ogni tipo di confronto e di comunicazione con le parti sociali e con il governo in un momento in cui, con il Patto per lo sviluppo, all’interno di una più ampia piattaforma di programma, le forze sociali di un’intera provincia, il mondo sindacale e dell’impresa, di fronte alle difficoltà economiche e sociali di un territorio, provavano a farsi carico anche delle difficoltà legate all’automotive e, delle sorti dell’Irisbus, attraverso l’uso dei fondi FAS per l’ammodernamento del parco autobus regionale.
 
 
In Italia, sono almeno ventimila gli autobus “fuorilegge” del trasporto pubblico che continuano a circolare nonostante l’inasprimento di ogni standard in materia di emissioni inquinanti e di ammodernamento del parco macchine delle società di trasporto. E’ per questo motivo che bisognerebbe coinvolgere nella trattativa, oltre Fiat ed il governo, anche la conferenza delle Regioni visto che, al momento, solo il Piemonte ha avviato una politica di rinnovo del parco mezzi per il trasporto pubblico e che, per arrivare a saturare gli attuali livelli occupazionali, basterebbe la produzione di mille e duecento pullman dallo stabilimento irpino.
 
C’è bisogno, quindi, di intervenire su un doppio livello. Il primo, immediato, già in sede di discussione finanziaria per correggere le storture dei tagli al trasporto pubblico che oltre a generare un ridimensionamento del servizio su orari e corse produce, addirittura, l’aumento dei costi ai passeggeri e non lascia, alle aziende, la possibilità di intervenire nell’acquisto di nuovi mezzi.
Il secondo, invece, deve essere teso al ripristino di un’adeguata prassi sindacale di concertazione.
Lavorando all’apertura di un tavolo istituzionale tra Ministero dello Sviluppo, territorio – Regione, Provincia e comunità - e parti sociali.
 
La Fiat, è utile ricordarlo, per la realizzazione di questi impianti, ha attinto a cospicui finanziamenti pubblici, sin dai tempi della delibera Cipe del 3 maggio 1974. Da quando, cioè, fu deliberata la costruzione, in Valle Ufita, di uno stabilimento della Fiat Trasporti per la produzione di autobus.
Ed è, altrettanto utile ricordare, che, proprio nelle zone interne, Fma ed Irisbus in testa, organizzazioni sindacali e lavoratori hanno, da sempre, accettato, pur di tenere il lavoro e la produzione ancorata a queste terre, accordi durissimi su produttività e flessibilità.
 
Perdere, adesso, in Valle Ufita, nel settore dell’automotive, nel terzo stabilimento irpino in ordine di occupati, significa, questa volta per davvero, far arretrare di un quarantennio le possibilità di sviluppo delle aree interne e di un’intera provincia. Ma forse, lo dicevano gli stessi lavoratori a Brunetta, l’altro giorno a Ravello, per il governo Berlusconi, l’Irpinia deve chiudere le fabbriche e “importare monnezza”.
 
Generoso Bruno
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