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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 16 giugno 2011


No. 15 - The truth of the problem must at all times be apparent -- provided the reader is shrewd enough to see it. By this I mean that if the reader, after learning the explanation for the crime, should reread the book, he would see that the solution had, in a sense, been staring him in the face that all the clues really pointed to the culprit -- and that, if he had been as clever as the detective, he could have solved the mystery himself without going on to the final chapter. That the clever reader does often thus solve the problem goes without saying.

(N. 15 - La rivelazione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che il lettore sia abbastanza sveglio da individuarla. Con questo intendo che se il lettore, appresa la spiegazione del crimine, decide di rileggersi il libro da capo, deve accorgersi che, in un certo senso, la soluzione giusta era sempre stata lì, a portata di mano, che tutti gli indizi portavano al colpevole e che, se solo fosse stato astuto come l'investigatore, anche lui avrebbe potuto risolvere il mistero prima dell'ultimo capitolo. Va da sé che il lettore intelligente risolve spesso l'enigma in questo modo.)


Ricordo ancora la gioia provata da adolescente, quando capii a una considerevole distanza dalla fine, grazie a un indizio per me evidentissimo, chi era il colpevole di Assassinio allo specchio.
Lo ricordo non solo perché è stata la prima volta, ma anche perché non ce ne sono state moltissime altre che mi abbiano fatto provare quella sensazione di trionfo.

Infatti, negli anni successivi, accumulando una lettura gialla e noir sopra l’altra, mi sono inequivocabilmente resa conto di una cosa: che a me piaceva farmi menare per il naso dagli scrittori! Che, in altre parole, il mondo dei gialli si stava dividendo davanti ai miei occhi in due tronconi, quello degli scrittori incapaci, che per pigrizia o idiozia si fanno beccare a metà libro, e quello dei capaci, che ti conducono dove vogliono con tutta la maestria necessaria e a volte anche un pizzico di furbizia.

La Christie, che io sgamai in quel caso, è stata quasi sempre astutissima nel resto della sua ampia produzione; addirittura ha barato un paio di volte.
Ma quello che importa per me è la consapevolezza che, da un certo punto in avanti, ho smesso io di gareggiare, di sentirmi in competizione con l’autore per godermi invece il paesaggio, cioè la storia. Mi sono detta che, se ci devo arrivare prima dell’ultima pagina, succederà anche se non lo volessi (che è poi quello che intende Van Dine quando afferma deve accorgersi che, in un certo senso, la soluzione giusta era sempre stata lì
).
E, se è destino che non ci arrivassi, fa lo stesso, in quanto ormai, in un giallo, cerco non un altro scalpo da appendere alla cartucciera, ma una soddisfazione libresca particolare, derivante dalla lettura di un qualche crimine e dal vedere come se la caverà chi ci deve indagare sopra: vincerà il criminale o la giustizia? Il criminale è un cretino o un genio? E il poliziotto è corrotto, integro, troppo ingenuo? Questo alla fine mi interessa, non vincere io.

Ogni tanto mi capitano anche esperienze sconcertanti, al limite irritanti. Per esempio, recentemente ho letto La cura del gorilla di Sandrone Dazieri. di questo brillante autore italiano avevo fino a quel momento letto (e apprezzato alla stragrande) il noir E’ stato un attimo, una lettura originale e avvincente sia nella tematica che nella struttura, che consiglio a tutti e di cui non dico altro per non spoilerare.
Peccato invece che La cura del gorilla mi abbia delusa in un particolare decisivo che ha a che fare proprio con la Regola n. 15 di Van Dine.
Vi dico subito che Van Dine l’avrebbe difeso a spada tratta, questo dettaglio di Dazieri.


SPOILER POSTUMO

Cos’è successo? Probabilmente non ero concentrata e ho interrotto la lettura troppe volte, per seguire il complicatissimo intreccio di questo noir, ma alla fine sono dovuta tornare indietro e rileggere tutto per capire da dove saltasse fuori uno sconcertante personaggio chiave che non mi pareva fosse mai stato nominato prima, tale Alessandra. E invece sì, l’aveva nominata: non mostrata, ma un altro personaggio ne faceva nome e cognome. Poi non appare più fino alla fine, quando si scopre che ha assunto l’identità di un altro personaggio femminile, Svetlana.

Il romanzo, secondo me, ha anche altri difetti. Per carità, Dazieri ha seguito con gran scioltezza le orme di Chandler, per cui mi stanno benissimo i dialoghi inverosimili ma brillanti, i colpi di scena, gli scoppi di violenza improvvisi ogni volta che la tensione sta per calare.
Il tutto però è immerso in una rappresentazione iperviolenta dell'Italia dove forse - e dico forse - la fotografia della nostra società, dei suoi spasmi e dei suoi corpi estranei (questo è un romanzo sull'immigrazione e i centri sociali, in ultima analisi) mal si sposa con l'autocompiacimento, le frequenti cadute nel sexy / goliardico (c'è pure la minorenne e la scena nella vasca da bagno, nemmeno fossimo in un film di Pierino) e l'autoironia fumettistica che rendono rilassante e godibile una lettura come questa.

Non solo, ma più che una fotografia a volte il romanzo sembra un vecchio dagherrotipo giallastro, con i buoni-deboli-indifesi che abitano tutti in case occupate e hanno pettinature originali, "innocenti" propensioni all'aggressività, alla droga e all'appropriazione indebita.
Per fortuna da un certo punto in poi l'autore si salva dall'ipersemplificazione, tanto che molti altarini si svelano e alcune vittime si rivelano un po' meno vittime di altre, così come le forze dell'ordine non vengono mostrate come totalmente sprovvedute o totalmente malvagie.

In mezzo al guado ci sta lui, il protagonista e omonimo, che però a causa di certi suoi problemini psichiatrici non è uno ma bino e ci appare doppiamente portatore di ambiguità: non si capisce mai da che parte stia (non sempre la sua), dialoga con tutte le controparti che capitano sulla sua strada, e non è alieno da tenerezza e protettività nei confronti dei soggetti indifesi, ma all'occorrenza passa alla violenza con tutti; in teoria ha un'invisibile e inaffidabile fidanzata, ma guarda caso nel corso del plot si imbatte in un'impressionante serie di vamp più o meno alternative e più o meno disponibili; né con le Br né con lo Stato avrebbe potuto essere il suo motto in un'altra era geologica, invece gli sono toccati tempi grigi.
Ed è un'ambiguità, quella del Gorilla, molto diversa da quella di Philip Marlowe, che di idee politiche non ne aveva. Probabilmente in Italia un private eye senza un retroterra politicizzato, senza una storia e un'ideologia, è impensabile, però il risultato mi lascia perplessa.

Alla fine chiudo il libro con l'impressione di aver letto l'albo di un supereroe a fumetti, non un noir.

Ma la cosa più grave è la faccenda di ‘sta Alessandra: ma come cavolo ha fatto a sostituirsi a Svetlana non solo con chi non la conosceva (cosa relativamente facile), come l'editore da cui si è fatta assumere, ma anche con Elisa, l'ex moglie lesbica dello stesso, che la vera Svetlana l'aveva conosciuta (innamorandosene) come ballerina in un night di Roma?

A chi me lo spiega, offro da bere.

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