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contributo inviato da dianacomari il 15 giugno 2011

Aula affollata all’Università Bocconi per il convegno “Quali riforme per la crescita? Italia e Europa per la Strategia 2020” a cui hanno partecipato importanti personalità dell’economia.
Ad aprire i lavori è stata la relazione di Mario Monti, il quale ha ripreso parte di ciò che aveva scritto nell’editoriale sul Corriere della Sera Una strategia per la crescita dell’1 maggio. Editoriale che ha fatto un po’ da base ai discorsi di tutto il convegno. 

Piergaetano Marchetti, Presidente RCS Media Group, ha evidenziato i meriti del Corriere della Sera nel tenere accesi i riflettori sull’Europa. In merito all’argomento del dibattito, ha sottolineato l’importanza della Strategia Europa 2020 in quanto permette di inserire le riforme dei singoli Paesi in una visione globale coordinata.

Lucio Battistotti, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, ha ricordato i passi avanti fatti dalla Strategia Europa 2020 rispetto al Trattato di Lisbona, segnalando come quello sia «praticamente fallito perché assomigliava un po’ al libro dei sogni» ed inoltre, in questa nuova strategia, si tende a dare un modello inclusivo e attento alla coesione sociale, molto diverso da quello liberista.

Anne Bucher, Direttore della Direzione Riforme Strutturali e Competitività della DG ECFIN della Commissione Europea, ha illustrato, con un’ampia presentazione, alcuni dei grandi problemi italiani rispetto agli altri Paesi europei e la necessità che vengano messe in atto alcune misure per il consolidamento del sistema fiscale, l’aumento della competitività, il sostegno e gli investimenti nei settori di ricerca & sviluppo e innovazione, ma anche una particolare attenzione deve essere data al mercato del lavoro, ancora troppo diseguale (in cui i giovani sono penalizzati rispetto agli adulti, i contratti sono troppi e quasi tutti per tipologie inquadrabili nel parasubordinato, senza contare le aziende familiari che attuano una sorta di protezionismo).

Ferruccio De Bortoli, Direttore del Corriere della Sera, che moderava l’incontro, ha ricordato che per mettere in atto tutte le raccomandazioni suggerite dalla Bucher sarebbe necessario avere un governo forte e stabile, che attualmente (soprattutto dopo le due tornate elettorali avute) non c’è. De Bortoli ha espresso perplessità anche per il modo in cui il governo ha varato il Piano di riforme nazionale: «sembrava fatto controvoglia, quasi giustificandolo come una misura da fare perché altri lo chiedono ma di fatto l’agenda non c’è», ha affermato il direttore del Corriere della Sera.

Stefano Micossi, Direttore Generale Assonime, ha messo in luce le novità di alcune politiche europee ma ha anche espresso grande preoccupazione per l’esito del referendum, nel merito dei contenuti di indirizzo politico che proponeva. Micossi ha precisato che quando agli italiani sono state spiegate bene le riforme, argomentando con precisione costi e benefici, i cittadini non si sono tirati indietro dal fare sacrifici, mentre forse ora è mancata l’attenzione a spiegare alcune decisioni intraprese.
L’Unione Europea, oggi, secondo Micossi, pone dei vincoli di sorveglianza sui disavanzi eccessivi e sugli squilibri e questo, al di là dei governi in carica, crea delle condizioni esterne molto stringenti che devono essere rispettate.
Accanto al riequilibrio dei conti pubblici (fatto attraverso il controllo della spesa, allargando la base imponibile e eliminando i sussidi dannosi), per Micossi, occorre una strategia macroeconomica che corregga gli squilibri per realizzare quella che gli economisti chiamano “area economica ottimale”.
Critiche sono giunte da Micossi al sistema bancario che, spesso, fa da freno e c’è difficoltà a reperire credito, mentre l’Europa su questo terreno ancora sta prendendo tempo.
Positivo, invece, per Micossi il fatto che torni al centro delle strategie la riforma del mercato del lavoro; ambito in cui, a suo avviso, è utile seguire la flex security perché «per aprire le porte all’ingresso, occorre aprirle all’uscita».
Sulla Direttiva dei Servizi proposta dall’Unione Europea, Micossi ha segnalato un cambio di impostazione che obbliga i Paesi membri a redigere una lista delle restrizioni in essere. Oggi, tuttavia, c’è una resistenza molto forte all’attuazione del mercato interno – ha segnalato Micossi – per paura delle ricadute sui servizi.

Antonio Spilimbergo, Economista presso il Fondo Monetario Internazionale, ha segnalato come l’Italia – contrariamente ad altri Paesi dell’Unione – non è cresciuta e, a suo avviso, non può esserci un consolidamento fiscale senza crescita.
Spilimbergo ha chiesto se ha ancora senso parlare di riforme strutturali per i singoli Paesi, quando, andando ad analizzare i dati, si può vedere come tutto sia ormai riconducibile a grandi “macroregioni”. In Italia è utile aumentare il Pil al Sud per portarlo ai livelli degli altri Paesi, ma è anche necessario che ripartano le regioni del Nord che, invece, si sono fermate. In Italia, le varie differenziazioni creano immobilismo, mentre l’Unione Europea, con i suoi vincoli, fa da sprone perché le cose si muovano e, questo, può essere anche di aiuto per ottenere il consenso verso determinate politiche, che la disomogeneità italiana non consente.

Tito Boeri, Professore Ordinario Università Bocconi, in apertura del suo intervento, ha messo in luce il fatto che, mentre molti Paesi europei, pensando allo scenario del 2020, fanno piani di crescita, l’Italia immagina di tornare a livelli di reddito che c’erano prima della crisi (circa indietro di 15 anni, quindi), senza alcuna previsione di sviluppo. Boeri ha poi polemizzato sulla stesura dei documenti italiani: 100 pagine per il Piano Nazionale delle Riforme, con molteplici riferimenti a norme e leggi (alla faccia della semplificazione) e poca chiarezza.
Per Boeri, dato che l’Europa chiede un aggiustamento di 3 punti del Pil da qui al 2014, se non si vogliono aumentare le tasse, bisogna intervenire sulla spesa corrente: «per avere + 3% di Pil, occorre tagliare a -6% la spesa. Se il governo vuole fare questo senza toccare le pensioni, vuol dire incidere su sanità, giustizia, istruzione… arrivando a tagli del 12%, ma le riforme strutturali possono rendere i tagli meno onerosi».
Boeri ha accusato la classe politica di utilizzare spesso la scusa che non ci sono fondi per fare le riforme, mentre alcune si potrebbero fare a costo zero, come ad esempio quella del mercato del lavoro: «l’Unione Europea dice di decentrare la contrattazione ma istituendo un salario minimo lo si fa; così come contro la segmentazione bisogna unificare i contratti e l’ingresso al mondo del lavoro, dando le protezioni necessarie ai giovani che entrano», ha affermato Boeri.
Un’altra necessità, secondo Boeri, è quella di rendere stabili gli incentivi perché le aziende che devono fare investimenti necessitano di lunghi periodi, altrimenti non li fanno.

Per Stefano Grassi, Direzione del coordinamento politico ed Europa 2020, Segretariato Generale, Commissione Europea, occorre ampliare il campo visuale delle riforme dall’Italia all’Europa: le specificità nazionali non vanno contrapposti ai punti in comune dell’area Euro ma occorre farli convergere.
Secondo Grassi le programmazioni nazionali di riforme funzionano meglio quando nascono dal confronto tra le parti e non quando vengono imposte ed ha preso ad esempio il patto di stabilità, rispetto al Trattato di Lisbona che invece sembrava il libro dei sogni.
Grassi ha segnalato, però, che in tutti i programmi di riforma c’è poco spazio all’innovazione (green economy) mentre c’è molta attenzione data ai conti pubblici, probabilmente anche a causa della congiuntura economica non favorevole che si sta attraversando.
Grassi ha ricordato anche che è sempre Bruxelles ha farsi carico delle riforme più impopolari e mai i singoli Stati.
Il problema dell’Unione Europea, secondo Grassi, è dato dalla stagnazione della produttività (che prima si riusciva a compensare con l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, ma oggi questi restano disoccupati e si investe poco in formazione), di qui la necessità di trovare delle politiche adeguate a rilanciarla.

Franco Bruni, Professore Ordinario Università Bocconi, ha detto che l’Unione Europea giudica il piano di riforme italiano non abbastanza ambizioso e, in parallelo, ha lanciato un pacchetto di cambiamento della governance che è molto ambizioso. L’Europa lega la finanza pubblica alle riforme strutturali, mentre in Italia questo è ancora marginale.
Rispondendo a Boeri, Bruni ha segnalato che non sono sufficienti le riforme a costo zero, ne servono altre ma è difficile realizzarle avendo poca elasticità di bilancio, perché servono investimenti (oltre che consenso politico).
Bruni ha sottolineato però la possibilità di invertire il rapporto tra riforme e consenso e ha espresso la necessità di costruire quest’ultimo attorno delle proposte di riforme, attraverso marketing, politica, comunicazione, chiarezza nella spiegazione di cosa si intende fare e partecipazione dei cittadini; quindi non fare passare le riforme come un formale adempimento tecnico o come un qualcosa di imposto da altri che vedono il governo sulla difensiva.
Bruni ha segnalato la necessità – poco evidenziata nella Strategia Europa 2020, a parte per le risorse ambientali – di prestare attenzione all’importanza dei beni pubblici, i quali non significano solo buona amministrazione della cosa pubblica. Bruni ha quindi contestato la cultura egoistica tipica del nostro tempo, secondo cui conta solo ciò che avviene a noi dentro casa nostra e il resto diventa poco importante.
Una critica forte è stata espressa da Bruni anche verso il liberalismo, ricordando che era nato in un periodo in cui il popolo cercava di difendersi dai potenti che detenevano in mano ogni cosa, mentre ora i beni pubblici vanno difesi dai privati e quindi occorrono delle regole e queste sono il terreno della politica.

Le conclusioni del pomeriggio di convegno sono toccate a Guido Tabellini, Rettore Università Bocconi, il quale ha ricordato come le disomogeneità nel territorio nazionale ci siano sempre state, ma in precedenza le regioni riuscivano comunque a crescere. La riforma fiscale, secondo Tabellini, è un passaggio fondamentale e l’unica via è quella di ridurre il peso fiscale sul lavoro spostandolo sui consumi e sulle rendite finanziarie.
In merito alla tanto contestata Strategia di Lisbona, Tabellini ha ricordato che voleva essere uno stimolo alla crescita ma poi non ha avuto effetti sulle politiche nazionali, mentre ora l’Unione Europea prende posizione con maggiore forza e accompagna le raccomandazioni con delle sanzioni per chi non rispetta i vincoli.

Il pubblico, quasi eslusivamente di addetti ai lavori e illustri personalità dell'economia e del mondo del lavoro, ha mostrato di apprezzare le discussioni in campo; un po' diversa l'opinione di alcuni studenti che erano in aula e che invece avrebbero gradito maggior dibattito, mentre hanno segnalato che ciascuno si è presentato ad esporre la propria tesi e le proprie ricette, senza un reale confronto.

Audio del convegno sul sito di Radio Radicale

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