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contributo inviato da Achille_Passoni il 6 giugno 2011


Crescono a dismisura le disuguaglianze economiche nel nostro Paese. Uno dei dati più inquietanti che non riceve mai la giusta attenzione è quello che riguarda le pensioni: si sta creando un enorme abisso tra le categorie professionali più prestigiose e tutti gli altri, in primis i precari. Un divario che sta diventando incolmabile e che rischia di consegnarci un futuro pieno di “nuovi poveri”, persone che hanno lavorato una vita con contratti atipici ma a cui non viene garantito nemmeno un reddito minimo per condurre una vita dignitosa dopo il lavoro.

A sfogliare i dati dell’Istat, la drammaticità della situazione salta subito agli occhi: dopo una prima categoria di pensionati da oltre 3 mila euro (dirigenti, piloti e assistenti di volo) troviamo una fascia medio-alta tra 1.500 e 2000 euro (i telefonici,i lavoratori delle società elettriche e gli ex impiegati dei trasporti e delle ferrovie). Dopo c’è il baratro: quasi tutti sotto gli 800 euro, passando dai dipendenti agli agricoltori per arrivare ai precari: 1.570 euro l'anno, 121 euro al mese, per circa 245 mila persone che crescono di anno in anno.

Un dramma che, come troppo spesso accade, si nutre anche delle disparità economiche che storicamente colpiscono il Paese: le pensioni erogate al Sud sono infatti più basse di quelle del Nord-ovest di quasi un quinto, ovvero del 19,5%. Per fare un esempio, nel 2009 un pensionato meridionale prendeva 9.501 euro lordi l'anno, contro gli 11.805 di un pensionato del Nord-Ovest, e una media nazionale di 10.808 euro.

Sono dati davvero preoccupanti, perché dalla qualità delle pensioni dipenderà il benessere di un Paese come il nostro, destinato a diventare sempre più vecchio. E non può certo rassicurare il fatto che soltanto il 23% della popolazione abbia aderito ai fondi per la previdenza complementare. 

Come ricorda Susanna Camusso in un’intervista infatti, molte piccole imprese soprattutto nel settore dell’artigianato scoraggiano i lavoratori ad aderire ai fondi, e utilizzano il trattamento di fine rapporto per autofinanziarsi, come se gli appartenesse. Se a ciò sommiamo la difficoltà dei sindacati di penetrare in quel contesto lavorativo, capiamo bene perchè su quattro milioni di addetti del settore hanno aderito al fondo solamente in 11 mila. 

Il pericolo concreto derivante da questo scenario è che si passi a una sorta di semi-privatizzazione dello stato sociale, in cui i fondi che dovrebbero essere dedicati alla previdenza e al welfare vengono dirottati in altri ambiti, lasciando a sè stessi i lavoratori. 

Quella delle pensioni è una questione cruciale per tutti noi, che non può essere affrontata con la politica dei tagli indiscriminati adottata sinora dal Governo: la partita della previdenza e del welfare per i più anziani non può essere persa, pena l’impoverimento generale del Paese.
TAG:  LAVORO  PENSIONI  RIFORME  FUTURO  ECONOMIA  POVERTÀ  SUD  PREVIDENZA  REDDITI 

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