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contributo inviato da canal il 4 giugno 2011

 

riporto l'articolo: "Referendum: l’autogoal di Bersani & C. sull’acqua di Luca Simoni" (fonte Il Velino) e di seguito lascio un commento

 


Roma, 3 giu (Il Velino) - Di Franco Bassanini, presidente della Cassa Depositi e Prestiti, tutto si può dire tranne che sia un uomo di Berlusconi. Per questo vale la pena di leggere con attenzione ciò che ha detto al festival dell’economia a Trento contro il referendum sull’acqua. Per una valutazione politica del suo intervento, ricordiamo che Bassanini è un ex senatore del Pd, è stato ministro in diversi governi di centrosinistra ed è tra gli amici più stretti di Giuliano Amato, che con Massimo D’Alema guida la Fondazione Italianieuropei. A differenza di molti esponenti di sinistra, Bassanini ha sempre avuto un merito, riconosciuto da tutti: l’onestà intellettuale e la franchezza di dire pane al pane e vino al vino. Da tempo, non dava più notizie di sé.

Ma, a Trento, si è tolto qualche sassolino dalle scarpe. E ha denunciato come meglio non si potrebbe l’autogoal che il Pd di Bersani sta mettendo a segno nel sostenere il “sì” ai referendum del 12-13 giugno. “Se dovesse passare il referendum sull’acqua” ha detto Bassanini “faremo un tragico passo indietro in direzione di una minore liberalizzazione”, e si porrebbero le basi per la rovina economica non solo per le aziende municipalizzate dell’acqua, ma anche per quelle dei trasporti locali e per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, poiché il referendum riguarda anche questi servizi pubblici. Quest’ultimo aspetto, sfuggito finora a tutti gli osservatori, è della massima importanza, poiché uno dei due referendum sull’acqua riguarda la tariffa, e non già l’ipotetica privatizzazione del servizio (che è oggetto del primo referendum). In particolare, il quesito numero due chiede all’elettore se è d’accordo nell’eliminare la norma di legge che consente al gestore di avere un profitto, indipendente da un reinvestimento per la riqualificazione della rete idrica. Questa, almeno, sarebbe la conseguenza inevitabile della abrogazione del comma 1 dell’art. 154 del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, dove si parla di “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.

Impedire la remunerazione degli investimenti, sostiene Bassanini, provocherebbe un danno e “gravissimi problemi” a qualunque azienda, anche a quelle municipalizzate. Un fatto che i promotori del referendum “compresi alcuni ex liberalizzatori come il mio amico Bersani (parole di Bassanini; ndr) fingono di ignorare completamente”, tanto più che “la gestione pubblica di questi settori (acqua, rifiuti, trasporto locale) non è messa in pericolo”. Infatti, ha aggiunto Bassanini nel suo intervento (che riprendiamo per la chiarezza espositiva), “nella legge Ronchi-Fitto, che sarà sottoposta a referendum, c’è scritto che l’acqua resterà un bene pubblico, aspetto che non è affatto in discussione; è invece in discussione il modo con cui si affida la gestione dei servizi di captazione, distribuzione, depurazione dell’acqua, di raccolta, smaltimento, termovalorizzazione dei rifiuti, di trasporto locale”.

Già questo basterebbe a dimostrare che la conversione di Bersani e del Pd sui quattro “sì” ai referendum proposti da Di Pietro sa di improvvisazione e di strumentalizzazione politica, in netto contrasto con quanto lo stesso segretario del Pd ha sempre sostenuto in passato, quando si vantava delle sue “lenzuolate” liberalizzatrici. Non bastasse questo, per avere una conferma della confusione che regna ai vertici del Pd è sufficiente rileggere quanto Enrico Letta afferma oggi sul “Corriere della sera”, dove annuncia che voterà “sì” al referendum sulla privatizzazione dell’acqua, e “no” a quello sulla tariffa.

Ma non è tutto. Bassanini, nel suo intervento a Trento, ha spiegato che impedire la remunerazione degli investimenti delle aziende municipalizzate avrebbe conseguenze catastrofiche non solo sui Comuni, ma anche sul bilancio dello Stato. “Se gli investimenti nei tre settori (acqua, rifiuti, trasporto locale) saranno gestiti direttamente dalle aziende locali, sarà inevitabile che - a causa della mancata remunerazione - finiscano direttamente sul debito pubblico. In totale, si calcola che potrebbe trattarsi di 120 miliardi di euro nei prossimi dieci anni”. Un conto salatissimo, che finirebbe a carico dei contribuenti. A meno che non si investa più neppure un euro in questi tre settori, mandandoli in definitiva rovina. Ipotesi che Bassanini ha così commentato: “Siccome dobbiamo, per vincolo europeo, sanzionato ormai dall’Europa oltre che dai mercati, ridurre il debito pubblico del famoso 1/20esimo, praticamente del 3 per cento l’anno, come si farà ad investire in questi settori, che hanno disperato bisogno di investimenti?”.

Attendersi una risposta da Di Pietro e da Bersani, sembra del tutto inutile. Piuttosto, da cittadino, mi domando come e perché la Corte costituzionale possa avere avallato un referendum siffatto sulla tariffa di tre servizi pubblici essenziali, sapendo che la sua sterilizzazione a fronte di nuovi investimenti porterebbe a disastri finanziari tali da sopprimere in tutte le grandi città i servizi stessi. La cecità insita nella mera valutazione giuridica dei quesiti referendari, ignorandone le conseguenze economiche, è evidente. Ma a chi potranno mai chiedere i danni i cittadini che non condividono questa assurdità, se il referendum sulla tariffa dell’acqua riuscisse ad avere la maggioranza dei “sì”. Con quale faccia la Consulta potrebbe mai pronunciarsi sulla questione?
(Luca Simoni) 3 giu 2011 18:38

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Caro Onorevole Bassanini, ma pensa davvero che oggi, non dico 50 anni fa, nel nostro Paese ci siano degli imprenditori che sono ansiosi di investire e impegnarsi nelle reti pubbliche?

Ma pensa davvero che se passa quell’articolo del decreto Ronchi i nuovi investitori, forti della stabilità degli incassi, mettano mano agli aspetti tecnici delle varie aziende? O piuttosto trasformeranno le stesse in “pseudo società finanziarie” erogatrici di liquidità per ripagare gli investitori?

In pratica, dopo gli esempi delle privatizzazioni all’italiana che abbiamo visto, lei è convinto che gli acquirenti folgorati sulla via di Damasco scopriranno l’altruista spirito nazionale che ci ha tirato fuori dal fascismo?

Pensa che saranno capaci di incidere pesantemente sui gruppi dirigenti di quelle aziende che sono diventati ipertrofici, adatti per multinazionali ma non per ex aziende municipali. Una pletora di passacarte abili a curare i propri stipendi, talvolta da favola, schiacciando gli operai, quelli che dovrebbero riparare i tubi, consegnando le attività a società appaltatrici che a loro volta cedono in subappalto a figure non ben identificate.
Lei sa che questi meccanismi sono l’anticamera del lavoro sommerso, dell’alta incidenza degli infortuni sul lavoro perché quei subappaltatori non investono in formazione dei dipendenti.
Come farebbero se devono garantire il guadagno a una serie di passacarte, di aziende che lavorano come matriosche senza nessun valore aggiunto.
Con questi meccanismi si garantiscono begli stipendi dai dirigenti e alle figure intermedie delle varie aziende (committenti, appaltatori) mentre la rete va in malora.

Se provate a fare delle domande tecniche a un manager delle aziende ex municipalizzate in larga misura non vi saprà rispondere e nemmeno saprà indicarvi un suo collaboratore che può farlo. Se invece gli chiedete lumi sugli appalti, sulle esternalizzazioni, sui contratti in affitto etc. allora vi risponderà.

La cosa più singolare è che il decreto impone un termine temporale oltre il quale le municipalità non possono rimanere proprietarie delle aziende. Questo significa che ci sarà un momento in cui una fetta enorme di aziende va sul mercato e mi scusi Onorevole, chi pensa si farà avanti per le acquisizioni?
Io non credo al principe azzurro, io credo che se una Municipalità è sana e consapevole dei suoi limiti, senza bisogno di pistole alla testa ha già lavorato nella direzione di aprirsi ai privati per accedere a finanziamenti che non può più permettersi perché i predecessori hanno sperperato e occupato!  Non si può dimenticare che i limiti oggi derivano da una gestione clientelare delle aziende: una costante “infiltrazione” sindacale e politica quando il sindacato occupava “posti di lavoro” anziché rappresentare i lavoratori, e la politica lo anticipava in questa gara a due. La stessa cosa che a Roma ha fatto la giunta Alemanno con l’ATAC in Italia è stata fatta in grande per decenni.

Slegare le tariffe delle forniture dai risultati, in una società come quella attuale, significa consegnare in mano a una finanza grigia le reti costruite con i soldi dei contribuenti.

Io prima di puntare il dito sul decreto Ronchi o sul referendum mi farei un giretto nelle aziende per capire cosa c’è nella pentola e poi guarderei chi c’è nei fondi e chi dietro di loro perché non credo che le banche abbiano qualche interesse alle reti. Credo che guardino solo al loro guadagno, se l’acqua arriva o meno non è affar loro!


 

TAG:  "REFERENDUM 12 E 13 GIUGNO" 

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