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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 23 maggio 2011

Per scrivere la recensione de I miei sette figli, di Alcide Cervi (Einaudi 2010), ho aspettato di aver visitato il Museo Cervi di Gattatico. E' stata un'esperienza emozionante; amo molto i musei storici, ma quelli (o le loro sezioni) dedicati al '900 e in particolare alla storia della Resistenza mi commuovono sempre. Mi sono commossa a La Rochelle, mi sono commossa a Montefiorino, non ho mancato di commuovermi, in più di un momento, ieri.
Oddio, veramente di fazzolettini seminascosti ne ho visti parecchi. Inoltre il museo è molto moderno, agile, ben spiegato, e con un piccolo bookshop dove mi sono tolta lo sfizio di comprare il film I sette fratelli Cervi (1968) con il mio idolo, Gian Maria Volonté, film che non ho mai visto per intero.

C'erano anche opere sulla Resistenza, un'edizione del '56 (la seconda in ristampa anastatica?) di questo libro e un'altra con una bella prefazione di Pertini.
Pertini che, come tutti i Presidenti della Repubblica da Einaudi a Napolitano, qui ci è venuto, e ha tirato fuori il fazzoletto pure lui.

Aneddoto presidenziale narrato ieri dalla nostra guida.
Premessa: come si apprende in questo libro, i Cervi leggevano moltissimo (ci fosse stato Anobii, sarebbero stati tutti on line): Bibbia, narrativa, politica, ed erano appassionati di riviste agrarie. Leggevano anche La riforma sociale di Einaudi.
Quando Alcide Cervi andò a ricambiare la visita a Einaudi al Quirinale, a un certo punto il Capo di Gabinetto entrò ricordando al Presidente che era arrivato l'ambasciatore americano.
Einaudi rispose di farlo attendere, che lui stava discutendo di terreni, di latte e di vacche con Cervi.

L'edizione Einaudi del 2010 - questa - mi sembra però, in definitiva, la più pregevole, in primo luogo perché contiene una prefazione di Piero Calamandrei che mette i puntini sull'eterna tentazione del revisionismo, e scusate se è poco.
In secondo luogo perché riprende il testo originale del 1955.
In terzo luogo perché, nella lunga introduzione curata da Luciano Casali, narra la storia editoriale del libro, incluse le inspiegabili manipolazioni testuali subite dall'edizione del 1971 (scomparvero tutti i riferimenti al Pci, al marxismo, all'Unità).

Se qualcuno a questo punto si sta già dicendo: sì, vabbé, m'immagino la noia, la puzza di oleografia, i martiri etc., be', mi creda, si sta sbagliando.
Poche volte ho letto cose meno retoriche di questa. Didascalica, certo, in quanto il curatore cercò di rendere il linguaggio parlato di Alcide Cervi e di renderlo comprensibile alle famose "masse". Ma proprio per questo il libro è freschissimo, leggibilissimo, chiaro.
Ne emerge la storia non di sette santini da portare in processione, bensì di persone ciascuna con il suo ruolo in famiglia e il suo carattere, una famiglia unita, certo, ma reale, una famiglia contadina pragmatica, imprenditoriale, fortemente orientata alla modernizzazione, alla sperimentazione agraria e all'emancipazione dalle vecchie forme mezzadrili di conduzione del fondo.
Una famiglia cattolica, anche dopo l'adesione all'antifascismo e al comunismo.
Una famiglia dove tutti leggevano e studiavano, la madre, il padre, i figli, dove la sera si sognava con la lettura collettiva dei passi più belli dei Promessi Sposi e di giorno si faceva circolare una biblioteca semiclandestina comprendente Gorkii, Marx, riviste di agraria, Silvio Pellico... (alcuni di questi volumi si vedono ancora nel museo: quelli che si sono salvati dall'incendio appiccato dai fascisti il 28 novembre 1943, il primo subito dalla famiglia).
Dopo il 25 luglio il loro antifascismo ebbe un'accelerazione: sortite in montagna con i partigiani, confische di armi ai fascisti, ospitalità a centinaia di soldati sbandati di ogni nazionalità e a prigionieri di guerra tra cui evasi dal campo di smistamento di Fossoli; e inoltre la collaborazione alla stampa clandestina dell'Unità e di altri fogli comunisti... La pressa è ancora lì: pare che, quando la si usava, si accendesse il trattore per coprire i rumori.

Per i Cervi la cultura non era sapere, era potere. Cercarono con tutti i mezzi di diffonderla. Era gente incredibile, non avevano soggezione di nessuno, non avevano paura di nessuno. Si fecero ridere dietro dai vicini bonificando per primi le loro terre, comprando il primo trattore della zona, modernizzando l'allevamento delle vacche da latte: ma alla fine risero sempre ultimi. Anche se pagarono con la vita. Dopo un raccolto se ne fa un altro, disse e ripeté spesso il padre, ormai rimasto nonno, con uno stuolo di nuore e di nipoti, una moglie morta nel 1944 di crepacuore e un fienile bruciato da ricostruire (immaginiamocelo, un vecchio che si fa passare i mattoni da una fila di bambini di tutte le età, e avremo una minima idea della forza d'animo di quest'uomo).

Una delle letture più interessanti che si possano fare, al di là delle nostre idee politiche: uno spaccato di vita durante il primo quarantennio del XX secolo, con protagonisti che non piegarono mai la schiena.

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Via Roma, corso Umberto, via F.lli Cervi... non lasciamo che siano solo toponimi, parole vuote. Dietro le innumerevoli "via fratelli (f.lli!) Cervi" d'Italia, c'è una storia che non dobbiamo dimenticare.
A questo proposito, vi racconto una favoletta.

C'era una volta un ragazzo che abitava in via F.lli Cervi. Per il ragazzo abitare là o altrove era indifferente, anche perché si dichiarava di destra. Era uno di quelli con la foto del Duce nel portafogli e la vita del Duce in sette comodi vhs (parliamo di primi anni Novanta) sul videoregistratore, ma di fatto se si cercava di stanarlo su argomenti storici, come la Seconda Guerra Mondiale o il passaggio di Mussolini dall'ideologia socialista a quella fascista, non sapeva un piffero. Perché la storia in realtà non gli interessava neanche un po'.
Stette per un po' con una ragazza che si dichiarava di sinistra, la quale invece amava molto studiare la storia e, per i motivi sopra illustrati, lo considerava abbastanza ignorante.
Per la cronaca, l'unica seria litigata che la coppia fece in quegli anni ebbe come oggetto del contendere i partigiani, che lui considerava assassini e lei eroi; per il resto, i due evitavano accuratamente di parlare di politica, perché tanto sapevano di avere idee inconciliabili.

Ma in realtà lei era altrettanto ignorante di lui, perché le successive evoluzioni dimostrarono che la fanciulla doveva arrivare alla soglia della quarantina per scoprire chi erano i famosi fratelli Cervi della strada dove abitava il suo (ormai) ex. Non che ignorasse che erano sette fratelli fucilati dai fascisti per rappresaglia, ma credeva che fossero capitati davanti al plotone per disgrazia, per caso, per sfortuna.
Non s'immaginava nemmeno che vite ricche, coraggiose e interessanti avessero avuto quei sette individui prima di essere passati per le armi tutti assieme per vendicare l'uccisione partigiana di un Federale.

Morale della favola: meglio tardi che mai.

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