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contributo inviato da mario cavallaro il 19 maggio 2011

Alcune brevi riflessioni sul dato elettorale emerso a livello nazionale; di quello provinciale di Macerata sarà bene parlare più diffusamente solo dopo il ballottaggio, che è l'unico obbiettivo al momento meritevole di spenderci su parole.

PD pride

Con un pizzico d'orgoglio, bisogna evidenziare che - sebbene ci sia qualche incontentabile o fazioso preconcetto che tuttora denigra il PD - i democratici escono molto rafforzati da questa prova elettorale. Si enfatizza il dato di Napoli e si fa notare che Pisapia non è stato scelto dal PD, ma sembra persino ridicolo dimenticare che Fassino e, sebbene meno noto e popolare, il bolognese Merola, sono "prodotti politici tradizionali", solidi ed affidabili dirigenti organicamente inseriti nel PD e, prima, nella sinistra tradizionale. Pisapia è tutt'altro che un giovincello, fu parlamentare indipendente di Rifondazione e in predicato di fare il ministro della Giustizia, incarico che gli fu sottratto anche dal narcisismo di Bertinotti, e coordinò il gruppo di lavoro, di cui facevo parte, che aveva redatto il programma-giustizia del governo Prodi del 2006. Qualcuno si ostina a definirlo vendoliano, la destra addirittura lo dipinge a capo di orde di spacciatori e terroristi, tutti ignorando evidentemente la personalità e la figura del tutto peculiare del candidato sindaco, che invece è ben nota ai milanesi. Al suo successo milanese non è certo estraneo il PD, che ha avuto un ottimo risultato mettendo in campo proprio Boeri, il leale e qualitativo competitore sconfitto nelle primarie. Sempre per rimanere in casa nostra, era difficile pensare ad un buon risultato a Napoli dopo quello che era successo con le primarie e prima di esse. I dati comuni a tutte le soluzioni delle grandi città sono - sia che prevalga il modello riformista, sia che si scelga quello più marcatamente antagonista, articolato in cifre non omogenee come sono il garantista Pisapia e il giustizialista De Magistris - che del tutto inverificata è la tesi di una necessità assoluta di dialogo o accordo preventivo con il centro e meno ancora con il terzo polo, sostanzialmente in via di disfacimento, condannato già all'esordio dalla sua natura di asino di Buridano, che non sapendo da qual parte prende la biada muore di stenti. La stessa UDC non raccoglie particolare consenso e appare preferita dai suoi elettori, seppur non plebiscitariamente, la collaborazione con il centro sinistra piuttosto che con la destra, specie come simmetria all'ormai consolidata posizione nazionale di opposizione; nello specifico marchigiano, il modello Marche, seppur confermato, postula un allargamento dell'alleanza verso sinistra per essere vincente al primo turno e dimostra la centralità del PD anche in questo disegno.

Partiam partiamo

Evanescenti appaiono le analisi centriste o cerchiobottiste, che sviliscono per amor di tesi il ruolo ed il peso del PD e la consistenza del movimento solidamente riformatore che si consolida nel paese intorno ad esso anche se attingendo a risorse politiche nuove o diverse; sebbene sicuramente favorito dal sistema elettorale locale, il principio bipolare non viene in nessun modo dimenticato dall'elettorato e nessuno sembra attendere l'ingresso messianico di moderati tremebondi ed inconcludenti che somigliano sempre più ai personaggi e al coro della Forza del destino, che - atto secondo - cantano tutti la celebre "partiam partiamo", ma non partono mai.

Quando il grullismo non è un errore ortografico

Inqualificabile, o meglio qualificabile come un filone carsico presente strutturalmente nella società europea e italiana che talvolta emerge con maggiore evidenza ed altre trascorre più silente è quello del grillismo, rectius grullismo, che recita, la parola è usata a proposito, stilemi vecchi e triti - aggiornati con sapienza mediatica ed attoriale - con cui noi tutti ci confrontiamo da sempre nei bar sport del paese e che avrebbero fatto la felicità già del povero Poujade. Sò tutti ladri, destra e sinistra sono uguali, ci vuole ben altro, i misteriosi poteri forti, ecc. ecc. appartengono ad un armamentario difficile da controbattere e sbaglia chi ipotizza un valore positivo del movimento in se, anche se certamente esso incanala anche forze ed energie positive, che stentano ad esprimersi nei partiti attuali, che, salvo come sempre il solo PD, che di questo dovrebbe menare maggior vanto, sono TUTTI personali e/o patrimoniali.

Le primarie

Emerge inoltre non eludibile il tema delle primarie, che effettivamente hanno dato buona prova non solo e non tanto come strumento "antiPD", come ancora si ostina ad agitarlo ottusamente qualcuno, ma come selezione di candidature meno discutibili e più visibili di ogni altra forma di selezione, specie se si formano coalizioni e che vanno sicuramente migliorate e strutturate, con partenze ben anticipate rispetto alle consultazioni e sopratutto distinte chiaramente da procedure democratiche di selezione della classe dirigente del PD, che poco hanno a che vedere con la scelta dei candidati alle elezioni.

La duttile proposta bersaniana

In questo scenario in movimento, emerge la duttilità pragmatica dell'effettivo asse di guida attuale del partito e della proposta del segretario Bersani che nel "nuovo ulivo", che la presenza di Prodi sul palco di Bologna rafforza ulteriormente, vede una formula leggera ma in grado di resuscitare sopiti entusiasmi, coniugata con una larga alleanza senza della quale ogni competizione diventerebbe una lotta all'ultimo sangue e all'ultimo voto proprio quando le ragioni istituzionali, costituzionali e sociali per la formazione di un largo fronte di forze che volti pagina nel Paese sono sempre più percepibili e consistenti.

L'astensionismo

Una notazione sull'astensionismo, fenomeno che consente stavolta al PDL ed alla Lega di non arrendersi all'evidenza di un clamoroso insuccesso elettorale. Nelle grandi democrazie contemporanee, il tasso d'assenteismo seppur criticabile perché favorisce la supervalutazione del voto degli irriducibili e dei più schierati e militanti è fisiologicamente alto e l'astensione del voto è ormai tradizionalmente anche un modo per esprimere segnali politici di gradimento o di disistima. Per contro, è noto che uno dei motivi della vittoria di Barak Obama è stata la sua capacità di condurre al voto masse che prima se ne erano tradizionalmente tenute lontane. Perciò ha poco senso il tentativo di depurare dall'analisi del voto la condotta dei renitenti, anche se certamente continua a porsi, al PD ed all'intero centro sinistra, il tema di forme di partecipazione e di organizzazione del consenso che lo rendano impermeabile alle mere suggestioni mediatiche ma al tempo stesso ne tengano conto, essendo improponibili modelli territoriali puramente fisici di partito novecentesco.

Pace e bene a tutti nel PD

All'interno del partito va accolta con soddisfazione l'intelligente resipiscenza di chi avrebbe potuto risparmiarsi la ricerca preventiva di verifiche ed ora le accantona e che magari farebbe ancora un servizio al partito e alla politica proprio tenendo vivi dialetticamente, senza tatticismi per eccesso e per difetto, alcuni di quei valori non secondari sui quali, in fondo ben poco tempo fa, abbiamo costruito il PD. Guardare al futuro con realismo e preoccupazione per le sorti del Paese, ma anche con un nuovo ottimismo, dopo questa tornata elettorale è sicuramente possibile.

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