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contributo inviato da dalle nebbie mantovane il 16 maggio 2011

Ho sentito nominare per la prima volta il giallista degli anni ’40 Augusto De Angelis sul blog Sul Romanzo (http://www.sulromanzo.it/blog/augusto-de-angelis-o-della-dissimulazione-storica-e-romanzesca ): leggetelo, vi farete un’idea dell’uomo, della sua tragica fine (fu picchiato a morte da un fascista) e di un’esistenza necessariamente votata alla dissimulazione (capirete in che senso il recensore usa questo termine).
Onore intanto a Sellerio Editore, che ha deciso di ripubblicare questo autore così particolare, e fin qui caduto nel dimenticatoio.
 
A mio avviso il paragone con Simenon regge poco, e poco mi importa.
Mi importa di più cercare di cogliere le specificità di uno scrittore, e devo dire che questo articolo mi ha incuriosita e mi ha permesso di fare una valutazione contestualizzata della prima sua opera che ho trovato, questo L’impronta del gatto. Dico “contestualizzata” perché se avessi ignorato certe circostanze, il mio giudizio sarebbe stato molto severo, abbastanza miope e soprattutto ingiusto.
 
Sì, perché De Angelis è costretto dalla censura del Minculpop a dare nomi stranieri alla maggior parte dei personaggi: abbondano quindi i Dan, i Ben *, i cognomi ebraici, i Burlington, il maggiordomo si chiama, nientemeno, Escamillo e serve una squinternata stirpe di origini piratesche e antillane di cui se vorrete scoprirete da soli l’onomastica.
E come spiegarsi assurde digressioni senza significato nell'economia dell'intreccio, quali:
Per il momento non c'era che da continuare a leggere l'Autobiografia di Salomone Maimon... Gli avventurieri del cervello destavano sempre il suo interesse, anche se la loro filosofia si valeva della logica per arrivare all'egoismo. Antipatico e repulsivo, certo, questo Maimon e le sue teorie rasentavano l'occultismo.
se non come dimostrazione scolastica di antisemitismo Doc, messa lì giusto per avere il nulla osta della censura? Il romanzo è ambientato nel '38; esce nel '43. Nulla di casuale, neanche una virgola.

Il bello è che il fascismo, le sue istituzioni, il Duce, i sabati italiani, i balilla, le camicie nere, la seconda guerra mondiale non compaiono mai, mai, neanche per sbaglio in questo giallo: ogni tanto sembra di leggere il Pasticciaccio come se lo avesse scritto uno scrittore non geniale (l’avevo detto che sarei stata ingiusta: e paragonare un comune mortale a Gadda non può non esserlo); o che l’editore lo abbia prima sottoposto al Duce-Buce in persona, il quale abbia provveduto a emendarlo di qualsiasi riferimento all’attualità.

Si svolge a Milano, ma di Milano noi vediamo pochissimo, solo alcune ville, alcuni palazzoni, intorno ai quali tutto è mistero, non ci sono bar, ritrovi sociali, vita di piazza. Si nominano il Sempione, via San Fedele, corso di Porta Venezia e poco altro.
Tutti i personaggi hanno paura di qualcosa, di qualcuno. Come in un quadro di De Chirico, tutto è congelato, silenzioso, nascosto, il fascismo emendato dalla penna dello scrittore non si vede ma si sente in ogni parola: in questa paura, in questa circospezione, in questo girare da commedia dell’assurdo attorno al cadavere della dittatura.
Ciò crea un'atmosfera borgesiana, sospesa, luttuosa e mortifera, del tutto indipendente dalla presenza di qualche cadavere d'occasione: è come se sentissimo la puzza di decomposizione del regime. C'è un cadavere, e non lo si può nominare. 
 

Qualche cenno stilistico
Ammettiamolo, il linguaggio di De Angelis ci fa un po’ soffrire: non siamo più abituati a termini desueti come gota, assai, veduto (invece di visto), chellerina, livido (ogni tre pagine), borsaiuoli, bootlegger, voluttuosamente, ghigno sordo, e bisogna ammettere che le descrizioni non sono quasi mai di prim’ordine, anzi scadono spesso nel manzoniano-pesante-eccessivo e nella ripetizione (quanti personaggi con gli occhi lucidi).
A De Angelis repellono lo slang e il dialetto: trova più agevole usare quella monolingua tanto odiata da Gadda, lui, quella in cui tutti, delinquenti e non, parlano come in un fotoromanzo, ossia declamano. Tutti meno il commissario De Vincenzi, per fortuna.
Apprezzate questo fraseggio così art déco, molto alla Pitigrilli, o anche alla Fleming:

Probabilmente era ancora l'oppio della Cina e la coca dell'Argentina ch'egli trasportava nelle sue navi o forse riforniva di benzina e di viveri i sottomarini tedeschi.

Fece il bagno, si mise in pigiama, bevve un bicchiere di whisky [si beve solo whisky, qui dentro] senza toccare il sifone di soda, e aprì la custodia della macchina. Era una Olivetti, azzurra e luccicante quale un'educanda, silenziosa come un soriano.

Altrove il linguaggio si fa originale, azzeccato, soavemente ironico, esempi presi qua e là:
C'era un'ombra di ansia in quella sua tenerezza umida, da donna cicciosa.
Ad ogni modo, bestemmiava in francese.
Ed egli sbadigliava (…) sembrava anche lui uno spettacoloso gattone.


E, per lo più, troviamo in questo romanzo un efficace stile paratattico e uno show don't tell molto americani che personalmente, in un giallo, trovo sempre efficaci.


Venendo al contenuto
Bel titolo, intanto; il gatto (molto alla Poe, come nome – Satana - e come carattere) c’è davvero nel romanzo, e svolge un ruolo cruciale, con le sue zampette curiose.
La storia scorre bene, ma trovo banali alcune “trovate”, dall’avvocato che va a trovare il commissario e, guarda caso, proprio quando questi lo stava congedando dicendogli di non avere tempo per la sua storia di impronte di gatto sanguinolente, da un fascicolo spunta la foto di Lois, che l’avvocato conosce: et voilà, il raccordo è stabilito, non sia mai detto che il poliziotto debba sforzare troppo le meningi per scoprire dove è morta la vittima.

Teniamo però presente che De Angelis è stato tra i primi, in Italia, in quel periodo, a sforzarsi di creare un giallo italiano, avulso dalla tradizione inglese, quindi gli va riconosciuto uno sforzo verso l'originalità.
Inoltre, contrariamente al Dürrenmatt della Promessa, il nostro sostiene che il caso era l'alleato di ogni investigatore e il nemico dichiarato del criminale

 
Segnalo infine l'interessantissima postfazione di Beppe Benevento, che ci commuove con i cenni agli ultimi giorni di vita del 56enne scrittore, reduce da 4 mesi di galera per sospetto antifascismo (tutte quelle precauzioni, per niente!) e infine pestato dal fascista amico della stessa donna che con la sua denuncia lo aveva mandato in prigione, per un'assurda serie di circostanze casuali quanto fatali.
Già, il Caso. Lo diceva, lui, che era importante.

 
* Rasoio di Ockham: vogliamo supporre che De Angelis, il suo primo editore e il funzionario del Minculpop che gli diede il nulla osta, ignorassero che “Ben” era il nomignolo affibbiato da Claretta Petacci al suo innamorato.

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