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contributo inviato da stefano menichini il 14 maggio 2011
Quando ieri mattina ho visto la prima pagina di Libero – la riproduzione del manifesto di Lassini, la scritta modificata in «Via le Br dalle liste», un editoriale di Feltri che ciancia di estremisti di sinistra nostalgici da tenere lontani dalla politica e dalle elezioni, senza citarne uno solo neanche di sfuggita, senza spiegare che cosa c’entrino le Br, che cosa c’entri Pisapia, di quali liste si parli – mi è venuta voglia di scrivere un commento insultante.
In fondo, l’ho fatto una sola altra volta, sbagliando, e l’ho pagata con un indennizzo deciso da un giudice (non rosso, evidentemente) a risarcimento della onorabilità di Vittorio Feltri: cinquemila euro. Diciamolo: non un grande valore per l’onore di una persona. E poi, eventualmente, un costo più che sostenibile per ribadirgli ciò che penso di un certo modo di fare giornalismo.

Poi mi sono calmato. Metterla sul personale è sempre orribile, inoltre mi è sembrato più interessante capire quanta paura di perdere ci sia dietro una prima pagina così carogna, e quanto sia grande la minaccia che questa gente proietta sui quindici giorni di campagna elettorale che potremmo ancora avere davanti a Milano. 

Sulla paura di perdere c’è perfino poco da dire, talmente è evidente. Berlusconi ha sempre fatto finali incandescenti di campagne elettorali, ma non s’è mai visto un simile sforzo nelle due ultime settimane di “semplici” elezioni comunali, a sostegno di candidati in città anche medie e piccole. Una drammatizzazione tutta personale, che ha tagliato fuori l’intero Pdl, ha aggravato i problemi con la Lega e alla fine ha visto accanto al presidente del consiglio soltanto – appunto – i suoi due giornali strettamente di riferimento.
I sondaggi, per quel che se ne sa, questa volta non premiano il forcing berlusconiano. Naturalmente Moratti e Lettieri sono in grado di vincere al primo turno, come in qualsiasi altro momento sarebbe ovvio e scontato vista la storia di Milano e vista la catastrofe del centrosinistra a Napoli. L’obiettivo però rimane a rischio, e soprattutto non risulta che l’ingombrante presenza del premier abbia aiutato i due candidati.
A livello nazionale, poi, Berlusconi e il Pdl sono in rosso fisso: da mesi le percentuali non smettono di scendere, lentamente ma implacabilmente.

Ecco allora la spiegazione di tante cose. Della furia devastatrice della Santanchè, del crollo di stile della Moratti, dell’imbarbarimento di Libero e Giornale. Un’ansia che non riguarda palazzo Marino. Il pensiero è al 2012, alle Politiche a quel punto inevitabili, alla marcia di avvicinamento che potrebbe essere un calvario peggiore di quello che hanno alle spalle.
Alla vigilia delle Regionali del 2010, come si ricorderà, si sapeva che nel Pdl la corrente finiana sperasse in una sconfitta per aprire la resa dei conti. Berlusconi invece vinse. Ma la rottura ormai era talmente profonda e consumata, che Fini se ne andò lo stesso. Ora la vicenda di Fli pare ridimensionata. Il Pdl però non s’è mai più ripreso da quel trauma: i rapporti interni sono se possibile peggiorati, la forza centrifuga è potentissima, i consensi emigrano altrove.

Questo è il problema “politico” della comunali 2011, per come le ha impostate Berlusconi: che vincerle a Milano e a Napoli per lui non è scontato. E che, se pure la vittoria alla fine arrivasse, anche stavolta potrebbe non servire a evitare una seconda (anzi, una terza, ricordando Casini) rottura.
Sarebbe sbagliato e illusorio dire che la Lega stia per mollare il premier. Ma l’autonomizzazione è ormai totale, dichiarata, si traduce in un’opa ostile sull’elettorato pidiellino al Nord e suona campane a martello per i berlusconiani di quelle terre.

Per milanesi e napoletani l’unica cosa importante è naturalmente, alla fine, sapere da chi saranno governati, e per questo forse i ballottaggi saranno decisivi. Ancor più dei ballottaggi, però, sarà il primo turno a certificare lo stato di salute della coalizione di governo. Le conseguenze politiche di un risultato negativo potrebbero avvertirsi subito, da lunedì sera. E trasformare le settimane successive in un’ordalia.
Per questo occorre guardare con un certo spavento alla prima pagina di Libero di ieri. È dettata dalla paura, ma trasmette una minaccia.

Accetteranno l’esito delle urne? Non cercheranno di alzare un fuoco di sbarramento per neutralizzare o mistificare il significato del voto? Non saranno tentati di inserire elementi di autentico terrorismo politico e psicologico nel dibattito – soprattutto al proprio interno – delle prossime settimane?
Sono domande legittime, visto che ormai la linea del Pdl non la interpretano più non diciamo i Pisanu, i La Loggia, gli Schifani o gli Scajola, ma neanche i La Russa, i Cicchitto, i Gasparri. È tutto in mano a due manipoli di estremisti raggruppati intorno a Libero e Giornale, per di più divisi a loro volta da una rivalità editoriale feroce che li porta a radicalizzarsi sempre di più. Berlusconi talvolta sembra ostaggio, talvolta regista, talvolta perfino vittima di tanta ferocia.
Le opposizioni hanno tenuto bene nella campagna elettorale: non era facile, di fronte a simili aggressioni. C’è competizione fra Pd e Terzo polo, si intuisce però un filo comune, un canale di comunicazione. La drammatizzazione imposta dagli altri, peraltro, aiuta la convergenza, la rende meno innaturale.
È però soprattutto la figura di Giorgio Napolitano che emerge in questi giorni, in realtà da mesi. Indici di popolarità pazzeschi. Grande lucidità politica. Una forte intenzione di tenere la barra. Se il mondo berlusconiano è un mare in tempesta, correnti impazzite e uragani violenti, le ondate della sua furia finiranno per infrangersi contro una roccia molto solida.
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