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contributo inviato da brunocorino il 15 aprile 2011

Gentile critico letterario (a me sconosciuto/a),
troverà inconsueto che mi rivolga a Lei tramite un blog. Se avessi più sfrontatezza avrei potuto prendere qualche indirizzo e-mail, e scriverLe direttamente; la rete è anche questo: trovare un indirizzo, come un tempo si faceva con l’elenco telefonico, e avere l’ardire di chiamare o di scrivere. Ma io non ho questo ardire e ho preferito usare quest’altro mezzo. La ragione per la quale Le scrivo è che giorni fa mi è capitato tra le mani il saggio La narrativa italiana degli anni Novanta, e ho letto molto attentamente quanto si muove nella narrativa di questi ultimi decenni. In precedenza, avevo letto anche Parola di scrittore. La lingua della narrativa italiana dagli anni Settanta a oggi, edita dall’Accademia degli Scrausi (a cura di Valeria Della Valle). L’idea che mi sono fatta sulla recente narrativa è che vi siano in atto due tendenze: una prima, piuttosto “letteraria”, e, una seconda, tutta giocata sull“anti-letterarietà”. Potrei riassumere in questo modo le due tendenze: c’è una linea poetico-espressiva che guarda alle letterature precedenti – ciò che Gesualdo Bufalino definisce “i serpenti della tradizione” – per generare altra letteratura. Questa linea ha i suoi punti di raccordo nella narrativa di Bufalino, di Vincenzo Consolo e, come punta estrema, in quella di Michele Mari, e trova la sua ragion d’essere in ciò che Consolo definisce un processo di verticalizzazione: «Si stampano tanti romanzi oggi, e più se ne stampano più il romanzo si allontana dalla letteratura. Un modo per riportarlo dentro il campo letterario penso sia quello di verticalizzarlo, caricarlo di segni, spostarlo verso la zona della poesia, a costo di farlo frequentare da “pochi felici”» (citato in Parola di scrittore, p. 101). Insomma, è una narrativa a basso-consumo, fatta quasi per pochi "eletti". La linea anti-letteraria s’esprime, invece, attraverso una vena sociologica, che non mira alla letteratura, ma piuttosto al “parlato”, a una sintassi sconnessa, infarcita di anacoluti, con un uso ossessivo dell’iterazione, disseminata di tratti fumettistici, di una scrittura palinsestica o stratificata. Questa linea parte da Tondelli e arriva a Sandro Veronesi, a Niccolò Ammaniti. Se dovessi coniare una espressione sintetica appropriata a meglio definire queste due tendenze in atto, parlerei di un tentativo di “sacralizzazione” da parte della narrativa letteraria, e di un tentativo di “sconsacrazione”. Nel primo campo, la narrativa diventa quasi un luogo di culto nel senso letterale dell’espressione, dove il lettore entra in punta di piede. Nel secondo luogo, la narrativa diventa un luogo profano, o da profanare, quotidiano, triviale per alcuni aspetti, dove il lettore non ha alcun obbligo nei confronti della materia narrativa.

È chiaro che se analizziamo le due tendenze in chiave sociologica, potremmo commettere un errore di prospettiva, iscrivendo la tendenza della narrativa letteraria al partito conservatore, o a una volontà restauratrice, insomma a una sorta di partito dell’ordine, che crede ancora al valore propositivo della letteratura, che crede ancora che la letteratura sia un lavacro che possa purificare l’anima contaminata dei lettori; e, iscrivendo, invece, l’altra al partito progressista, che lotta contro l’ordine costituito, proponendosi di svegliare la coscienza rivoluzionaria del lettore. In realtà, il discorso si potrebbe anche rovesciare: la tendenza antiletteraria potrebbe aiutare il processo di omologazione a un linguaggio e a uno stile di vita ormai diffuso. Facendo il verso alla società dei media, ai suoi tic, facendosi, in altri termini, «specchio della società», spinge, forse inconsapevolmente, ad accettare senza alcuna resistenza proprio quanto di più triviale e banale si muova oggi nel nostro tempo. Voglio dire, non operando più uno scarto tra una coscienza critica e la vita quotidiana, questa narrativa antiletteraria spinge le coscienze ad aderire con maggior disinvoltura a praticare i suoi consumi, i suoi vizi, o i suoi vezzi. L’altra tendenza, marginalizzando la letteratura in un campo “estraneo” alla contaminazione triviale, preserva la coscienza in un lembo di austera ieraticità, da cui può osservare con maggior disincanto la realtà sociale, senza lasciarsi completamente assorbire dai suoi modelli e dai suoi stili di vita. Voglio dire questo atteggiamento ieratico della letteratura, giocato su uno stile espressivo medio-alto, è in grado di far intravedere una realtà/altra rispetto all’appiattimento generale da cui siamo oramai quotidianamente sommersi.

Ma torniamo a Lei. Questo giro di ricognizione sulle tendenze attuali della narrativa spero che possano servirLe a riflettere meglio su quanto s’agita nel campo della letteratura. A me, queste analisi sulla “lingua” degli scrittori, hanno aiutato a definire e a rendermi più consapevole della cifra stilistica che ho scelto per esprimere la mia poetica. Lei ha capito già in quale delle due linee espressive ho deciso di muovervi, perciò mi sono deciso a scriverLe. Tuttavia, riconosco d’essere ancora uno che scrive nell’ombra, di essere un “clandestino”, un irregolare o un senza permesso di soggiorno in questa benedetta repubblica di lettere. Ma sebbene abbia ancora questo titolo sono arrivato comunque a prendere consapevolezza piena del valore di ciò che scrivo (l’ardire di questa lettera n’è una dimostrazione, a modo suo). Qui troverà diverse “prove” narrative scritte in tempi diversi. Sono più che altro un “campione rappresentativo”, come direbbero i sondaggisti, valido a farsi un’idea della qualità di ciò che scrivo. Potrei allegare altre prove poetiche o racconti più lunghi, ma mi rendo conto che approfitterei un po’ troppo della Sua pazienza. Quando avrà finito di leggere queste prove si chiederà: che fare? bene, se riterrà che sono completamente fuori strada, per me può benissimo “ignorarle”, e continuare a fare il Suo lavoro, evitando di rispondere a questa missiva (strana). Un silenzio in più un silenzio in meno non cambia la sostanza delle cose, e non cambia la vita a nessuno. In caso contrario, non so, sarà sufficiente farsi vivo e scrivere semplicemente due righe, giusto a notificare che questa lettera è arrivata, alfine, a destinazione.
Con ossequi
BC.


[ NB.
Non mi piacciono i “tondelliani”, i “cannibali”, i pulp, i narratori della nuova ondata, della “terza ondata”, i narratori nuovi-nuovi, non mi piace tutta questa narrativa sociologica, infarcita di tic, di tac, di cult, di trash, di cibi, di musica, di indovinelli, di cyborg, di media. Non mi piace questa narrativa “specchio della società”, che fa il verso alla televisione, e non mi piacciono questi scrittori che giocano a fare i “coatti”, i friendlys, gli “sgradevoli”, i “cinici borghesi”, gli “orrendi”, i punk di provincia, i festaioli, i trasgressivi (a modo loro); non mi piacciono i cyberpunks, gli splatterpunks. perciò non mi piacciono gli Ammaniti, i Mozzi, i Brizzi, i Culicchia, le Scarpa, le Vinci, i Nove. Negli anni Novanta quando loro scrivevano Branchie, Occhi sulla graticola, Tutti giù per terra, Belli & perversi, io scrivevo Rocciacavata, un racconto “anacronistico”, che non parla di telefoni cellulari, di internet, di new economy, di media, di Beat generation, di lavagne, di bacheche, di aule universitarie, di studenti fuori corso, di docenti zombi, di thriller, di fumetti, di manga giapponese, di yuppismo, di canne e di bevute. Certo, loro erano a passo coi tempi, in sintonia coi tempi, in armonia coi tempi, in sinergia coi tempi, pronti ad essere cooptati, coccolati, stuzzicati, imbambolati da casa editrici, salotti letterati, sceneggiatori d’avanguardia di retroguardia, dal gusto forte, di retrogusto, da questi buongustai della parola, della canzone. Ed io lì, come un idiota, a scrivere racconti anacronistici, d’altri tempi, tardo nostalgici, a leggere Mann, Tolstoj, Joyce, Camus, Svevo, Vittorini, Gadda, Stendhal, ecc., a fare lo scrittore di provincia che non ha capito niente del mondo (letterario)! In fondo, checché se ne dica, ogni narratore vuole “rappresentare” la realtà del mondo e dell’universo in cui vive, essere, appunto, specchio del proprio tempo, incarnarne, hegelianamente, lo spirito. Allora, il disagio, l’inquietudine esistenziale, il senso di solitudine, le lacerazioni della coscienza, gli strappi repentini, la vita o la morte, la gioia o il dolore, la violenza, la nausea o il senso di ribellione, la deformazione metropolitana, si crede di poterlo esprimere meglio facendo il “verso” alla realtà, attraverso l’assunzione mimetica o parodistica dei modelli massmediatici, o la registrazione amplificata della realtà, o attraverso una lingua dell’eccesso (Elisabetta Mondello). Poi, alla fine t’accorgi che è tutto una «moda», un trend da inseguire/seguire, un lasciarsi trasportar dalla corrente, e allora vengono fuori i Moccia, i Giordano de' La solitudine dei numeri primi, come se tutta quella pseudo/arrabbiatura espressiva non sia servita ad altro che a preparare il terreno alla Restaurazione letteraria].

TAG:  LETTERATURA  NARRATIVA  VERONESI  TONDELLI  AMMANITI  CRITICO  MARI  BUFALINO  POETICA  CONSOLO 

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