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contributo inviato da Achille_Passoni il 14 marzo 2011


Ieri ho concluso alla ex Electrolux-Isi di Scandicci un fine settimana pieno di dibattiti e iniziative del Partito democratico tra Firenze e provincia. Parlando con i lavoratori dell'azienda, i sentimenti più forti che emergono sono certamente rabbia e sconforto. Dopo anni passati in uno stato di precarietà - tra cassa integrazione e brevi riaperture, senza grandi certezze sul futuro della fabbrica - una settimana fa è arrivata la stangata finale. Potrebbe svanire infatti l'accordo trovato con la nuova cordata di investitori Easy Green che avrebbe riavviato la produzione dello stabilimento. 

Così, da giovedì gli operai hanno occupato la fabbrica – “casa loro”, come hanno scritto sullo striscione - e attendono i prossimi dieci giorni che saranno fondamentali per la loro occupazione e le loro prospettive lavorative. Domani il governo deciderà sul destino delle energie rinnovabili in Italia, e il prossimo lunedì ci sarà l'incontro al Ministero per stabilire quale sarà il futuro dell'azienda. Certo è che l'amarezza dei lavoratori è tanta: si ritrovano da mesi senza stipendio, dopo aver siglato un accordo peggiorativo delle loro condizioni di lavoro proprio per ricominciare a lavorare, senza nessuno con cui poter negoziare.

Come avrete potuto leggere in un mio post precedente, ho presentato un interrogazione al Ministro dello Sviluppo Economico, sul Decreto che porta il suo nome e spero che si degni di rispondere al più presto. Nel caso in cui venisse confermata l'intenzione del Governo di operare un vero e proprio blocco degli incentivi al settore, si tratterebbe di un intervento scellerato contro lo sviluppo, di un colpo mortale ad un settore innovativo e competitivo che invece potrebbe trainare la nostra economica fuori dalla crisi. E di questo se ne sono accorti anche le imprese. 

L'Unione degli industriali pratesi, per bocca del suo vicepresidente Riccardo Matteini, ha manifestato forti preoccupazioni per le conseguenze del Decreto Romani. Il rischio concreto è che chi aveva intenzione di investire nel settore si fermerà, e chi ha investimenti già in corso d’opera si troverà a fare i conti con un quadro di riferimento ben diverso da quello su cui aveva inizialmente basato i suoi piani. Un Governo competente dovrebbe sapere che la condizione principale per incoraggiare qualsiasi tipo di investimento è la certezza del contesto: cambiare le regole a gioco già in corso è la maniera migliore per demotivare anche gli investitori più determinati. Ma questo è il Governo che non ha voluto e saputo affrontare la crisi, che ha abbandonato il Paese a se stesso.

D'altronde, questa è l’opinione ricorrente nei dibattiti a cui ho partecipato in questi giorni. Nell'iniziativa di venerdì sera con i sindacati al circolo Isolotto di Firenze in cui abbiamo discusso di sviluppo e diritti al tempo della crisi, in quella di sabato a Campi Bisenzio in cui al centro del dibattito c’era il lavoro, e infine nell'incontro con gli iscritti di ieri mattina al circolo del Ponte di mezzo. In ognuna di queste iniziative sono sempre state evidenziate le difficoltà che le persone vivono a fronte di una precarizzazione che si sta allargando a tutta la forza lavoro e a tutti gli aspetti della vita. D'altra parte, l'abbassamento dei redditi, l'impennata della cassa integrazione e della disoccupazione giovanile sono tutti indicatori che, purtroppo, non mentono.
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