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contributo inviato da MarcoBorciani il 17 marzo 2011

Il significato della festa odierna appare, dai dibattiti cui assistiamo da un po’ di tempo a questa parte, molto discusso, nonostante sembri inequivocabile ed univoco. Credo, dunque, valga la pena di esprimere quale significato abbia per me, quali pensieri mi sovvengano e a cosa credo vada tributato oggi il nostro omaggio come Nazione.

Festeggiare il 17 marzo significa, innanzitutto, fare memoria di un’intera epoca storica, racchiusa tra il 1830 e il 1870: è la memoria dei fatti storici dai moti modenesi di Ciro Menotti alla Breccia di Porta Pia, passando per le tre Guerre d’Indipendenza, per l’impresa dei Mille, per l’incontro di Teano e i plebisciti di annessione al Regno di Sardegna. Fino al culmine ed apice di tutto il 40ennio, il giorno in cui il Parlamento eletto nel febbraio di quell’anno, proclama che «Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia». Era il 17 marzo 1861.
E ancora, è memoria del dibattito sulla formazione del nuovo Stato tra Mazzini, Cattaneo e Gioberti, delle trattative diplomatiche di Cavour e d’Azeglio, della prigionia di Pellico, degli scritti e delle opere degli intellettuali e degli artisti dell’epoca.
A proposito di opere, vorrei soffermarmi sul dipinto di Odoardo Borrani “Cucitrici di camicie rosse” (1863). Osservandolo si ha la sensazione di entrare nella stanza e assistere al lavoro delle protagoniste: sembra di cogliere un dialogo quasi sommesso, in cui le speranze di queste dame, si mescolano al timore del fallimento dell’iniziativa stessa (la critica ufficiale, peraltro, individua nella delusione dell’autore rispetto alla fine dell’iniziativa garibaldina il motivo dominante del quadro). Quel che mi piace di quest’opera è il senso di collettività che essa trasmette: le quattro signore ritrattevi appartengono, almeno, a 3 diverse generazioni, ma sono accomunate dalla medesima adesione al progetto garibaldino, al quale dedicano il frutto del loro operato. È un po’ come se l’autore volesse evidenziare il vasto coinvolgimento che l’impresa dei Mille ebbe nella popolazione italiana dell’epoca: sul fronte uomini e ragazzi a combattere per un ideale di Patria comune, nelle retrovie le donne impegnate a fornire il sostegno concreto e reale all’iniziativa: segno, già questo, di una adesione diffusa all’ideale unitario.
Vorrei anche citare, sempre sul fronte dell’impegno di artisti ed intellettuali, il Coro dell’Atto III della tragedia Adelchi di Alessandro Manzoni. Il letterato, come spesso accade nelle tragedie, fa pronunciare alle voci di coro una riflessione che, pur rivolta alla contingenza rappresentativa della scena, ha un forte valore politico per la lotta Risorgimentale di quegli anni: «E il premio sperato, promesso a quei forti, / sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, /d’un volgo straniero por fine al dolor? / Tornate alle vostre superbe ruine, / all’opere imbelli dell’arse officine, / ai solchi bagnati di servo sudor. / Il forte si mesce col vinto nemico, /col novo signore rimane l’antico; /l’un popolo e l’altro sul collo vi sta.» Il Manzoni, con occhio disincantato e malizioso, fa pronunciare ai suoi personaggi una condanna all’inutile e mal riposta speranza di unire la propria voglia di riscatto alla voglia di un popolo straniero di una nuova dominazione che, dunque, non risolverebbe il male attuale: come a dire, l’indipendenza che gli italiani cercano, solo da loro può venire, non da altri fintamente alleati.
Ecco, dunque, il senso della memoria di quegli anni e di quel movimento: un riscatto del popolo che fu voglia di autodeterminazione (per dirla col principio del Presidente USA Wilson, cui si ispirò nel 1919 la Società delle Nazioni). Ed è a quel sentimento che nel 1847 Goffredo Mameli si ispirò per il suo Canto degli Italiani che, nella terza strofa, recita: «Uniamoci, amiamoci, / l'Unione, e l'amore / Rivelano ai Popoli/ Le vie del Signore; / Giuriamo far libero / Il suolo natìo: /Uniti per Dio /Chi vincer ci può? ».
A questo ideale credo si debba tributare il nostro riverente e grato omaggio oggi, 150 anni dopo, facendo memoria di quel turbine di emozioni, di passioni, di aspirazioni e ideali che mosse tante persone, giovani soprattutto, a sacrificarsi per la Patria (penso anche, ad esempio, al giuramento degli associati alla Giovine Italia di Mazzini che promettevano solennemente «giuro di consacrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l'Italia in nazione una, indipendente, libera e repubblicana»).
Festeggiare il 17 marzo è fare memoria, poi, anche di tutto quanto venne dopo, nel bene e nel male. È il giusto tributo che dobbiamo a tutti coloro che nella loro vita, passata alla Storia o ordinaria che fosse, hanno reso grande la nostra Italia.
Quindi, è il merito e la deferenza per i tanti politici che l’hanno traghettata per mari spesso perigliosi, per i tanti giovani che hanno vestito la divisa militare italiana (penso soprattutto ai “ragazzi del ‘99” morti a Caporetto, ai soldati delle due Guerre Mondiali, fino ai nostri soldati morti in Afghanistan e in Iraq). È un tributo a tutti gli industriali che hanno esportato il marchio italiano nel mondo, ieri come oggi. È un omaggio ai tantissimi letterati, artisti, musicisti e scienziati che hanno affermato il primato del genio italiano nelle varie discipline del Sapere. È un pensiero grato e pieno di stima per tutti gli uomini delle forze dell’ordine che hanno servito il nostro popolo e il nostro Stato, come a tutti i volontari che hanno esaltato l’altissimo valore della generosità, che è insito nel nostro DNA italiano. È l’ammirazione per tutti i grandi dello Sport che ci hanno inorgoglito delle loro gesta. È una “preghiera” ai giganti della Fede, che ci hanno dato prova dell’attualità dei valori Evangelici e della loro praticabilità anche nella vita civile.
All’Italia, poi, protagonista delle tragiche vicende del secolo scorso, la memoria che dobbiamo rendere è, soprattutto, destinata a coloro che, proprio nei periodi più bui, hanno saputo creare spiragli di luce e di orgoglio per la Nazione. Penso ai grandi eroi civili quali Perlasca, Palatucci e d’Acquisto. Come pure ad eroi più recenti, tre nomi per tutti Falcone, Borsellino e don Puglisi.
Insomma, oggi, davanti al Tricolore, con l’Inno che risuona nelle nostre orecchie, davanti (o dentro) ai luoghi Istituzionali dello Stato, festeggiare questa data è un obbligo morale e civile di onore e rispetto al nostro passato, con gli occhi aperti e i cuori attenti sul presente, per gettare uno sguardo disincantato al futuro.
A chiudere, una riflessione estrapolata dall’ultimo libro del Presidente emerito Ciampi, Non è il paese che sognavo. «Indipendenza, libertà, unità sono le parole chiave del Risorgimento che Cavour ha saputo tradurre in istituzioni dello Stato, che ancora oggi esprimono la propria vitalità al servizio della nazione». Insomma, Cavour è il «padre dello Stato», di quello Stato così caro a Ciampi perché «unitario, liberale, moderno», che ha fatto crescere gli italiani «in conoscenza, educazione, benessere, sicurezza e orgoglio».
BUON COMPLEANNO ITALIA!
BUON COMPLEANNO ITALIANI!

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