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contributo inviato da xpress il 2 marzo 2011

La rivolta in Libia nonaccenna a spegnersi ed il confine con la Tunisia sembra sempre menocontrollabile. Dallo scorso 20 febbraio, circa 75mila profughi sono entrati nelPaese e dalla frontiera di Ras el Jedir arrivano voci discordanti sullatransitabilità del confine , qui sarebbero state fermate circa 6mila persone,in maggioranza egiziane, che cercavano di passare dalla Libia alla Tunisia. Inattesa  di entrare nel Paese dell’exdittatore Ben Alì, sarebbero circa 60mila persone che  andrebbero a sommarsi alle circa 75mila,secondo l’Unchr,  già entrate nel Paesedall’inizio della rivolta libica. Le autorità tunisine parlano invece di almeno180mila profughi.

Si  teme che la situazione possa assumere icontorni della crisi umanitaria, come denunciato dal portavoce dell’Unchr, AltoCommissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Melissa Fleming che ha precisatol’evoluzione reale dei fatti che stanno peggiorando di ora in ora, perché se l’altroieri, 31 marzo, sono state circa “14 mila le persone che hanno attraversato ilconfine, il 1° marzo sarebbero state 15.000”.

E ancora, dall’AltoCommissariato per i Rifugiati, la portavoce dell’organizzazione Laura Boldrini hadisapprovato il comportamento del Governo italiano. Durante un’audizione difronte alla Commissione diritti umani del Senato, è stato confutato comel’Italia non sia, almeno per ora, il Paese più esposto riguardo i rifugiatipolitici.

“In Germania ci sono 600.000rifugiati e nel 2010 ci sono state 40mila domande d’asilo. In Francia ci sono200mila rifugiati e nel 2010 le domande d’asilo sono state 47mila. In Italia irifugiati sono 55mila e le domande d’asilo nel 2010 sono state 10mila”, ha confermatola Boldrini, facendo notare che le domande di richieste d’asilo sono calate trail 2009 ed il 2010 del 37%. “E’ normale, ha affermato la portavoce dell’Unchr, chegli altri membri della Ue guardino questi numeri se dall’Italia arrivano richiestedi aiuto. E’ una questione di equilibri”.

La frontiera italiana

Inpoche settimane l'Italia ha cambiato la sua collocazione geopolitica, ma nonsembra ancora rendersene conto. Le rivoluzioni in corso nel Maghreb hannorimesso il Mediterraneo al centro della storia del mondo e l'Italia, che lovoglia o no, è al centro del Mediterraneo. La posizione geografica in politicaconta. Non a caso uno dei periodi di maggior stabilità e prosperità dellanostra storia è coinciso con il lungo dopoguerra, quando il ruolo di confineorientale dell'Occidente ha reso l'Italia un Paese importante sullo scacchiereinternazionale: l'avamposto della Nato a Est.

Lacaduta del Muro di Berlino ci ha dissolto come frontiera orientale dellademocrazia e della libertà, ma ora la Storia torna a battere alle nostre porte.Lampedusa non è soltanto la disgraziata isola dove si illuminano ogni sera inostri incubi di invasioni barbariche. È anche il luogo simbolo della nuovafrontiera dell'Occidente che siamo chiamati a rappresentare: la frontierameridionale. Siamo l'unica media potenza europea letteralmente a un tiro dischioppo dall'Algeria, dalla Tunisia, dalla Libia (non a caso Italo Balbo lachiamava la «quarta sponda») e anche dall'Egitto. Ciò che faremo, ciò chediremo sarà rilevante per gli sviluppi futuri di queste rivoluzioni, dellequali niente del poco che sappiamo è in grado di dirci oggi che piegaprenderanno.

Ilrivolgimento in corso è così straordinario che perfino la questione palestinesesembra marginalizzata e comunque è stata clamorosamente assente in questaoriginalissima arab street che ha fatto fuori i tiranni. Siamo diventati cosìimportanti che Obama ha perfino sentito il bisogno di telefonare a Berlusconi.

Nonsembra che il nostro dibattito pubblico sia però consapevole di questa nuova grandeoccasione. Sul piano politico, il governo è tutto preso a far dimenticare ilpiù presto possibile l'eccesso di baciamaneria al dittatore libico el'opposizione è tutta presa a non farlo dimenticare mai. Entrambi combattonouna battaglia di retroguardia, regolano conti del passato.

Cisarebbe invece da prendere alcune decisioni. Intanto come apparire amici di chifarà fuori Gheddafi, dopo essere stati così tanto amici di Gheddafi. Qualcheostilità dobbiamo metterla infatti in conto, ma non è affatto impossibile -come ha scritto Angelo Panebianco su questo giornale il 27 febbraio - farcoincidere finalmente il giusto e l'utile. Ma una politica che persegual'interesse nazionale richiede un respiro anche più vasto. Per esempio unosguardo alla Tunisia, dove l'influenza francese esce notevolmente acciaccatadalla caduta di Ben Ali.

Peresempio una riconsiderazione della nostra rete diplomatica, non particolarmenteacuta nell'avvertire il rombo dello tsunami in arrivo, e della nostra reteconsolare, strangolata dalle ristrettezze di bilancio.

Peresempio il lancio di un canale tv in lingua italiana dedicato a questi Paesi,che forse conta più di dieci anni di politica estera per conquistare i cuori ele menti di un popolo vicino.

Maancor di più si tratta di rispondere alla domanda chiave che questorivolgimento storico ci pone: sarà un bene, o è solo l'ennesimo mostro uscitodal videogame della globalizzazione? E, soprattutto, come indirizzarlo verso lademocrazia? Conviene che l'Europa l'abbracci, come propone chi già vede ilMaghreb nell'Unione Europea, o conviene metterlo prima alla prova? Va aiutatocon soldi, armi e tecnologia, come abbiamo fatto con le dittature precedenti, ova legato con immigrazione, commerci e cultura?

L'Italiaha la possibilità di guidare questo dibattito in Europa. Se però è in grado difarlo prima di tutto a casa sua. Queste settimane sono state sconfortanti: unbalbettio imbarazzato del governo, analisi abborracciate e sostanzialmente albuio, scarse informazioni: ci sono volute un paio di uscite del capo delloStato per dare all'Europa l'idea che eravamo anche noi della partita.

L'unicacosa che sembra interessarci della caduta del Muro del Maghreb è il numeroesatto di immigrati che arriveranno sulle nostre coste, e si sente in giro uninsopportabile tanfo di nostalgia per i vecchi regimi, brutti sì, ma così utilia evitarci rogne.

Sarebbeinvece il caso, una volta tanto, di resuscitare il Parlamento per la funzionecui è destinato: una sessione straordinaria, con relazione del governo, perdiscutere che fare dell'Italia in questo nuovo scenario internazionale e percostruire uno straccio di politica estera comune sulla sponda sud delMediterraneo. Non ci sarebbe modo migliore che parlare del nostro futuro ancheper ricordare degnamente il nostro passato: il 150° dell'Unità d'Italia, maanche il centenario dell'invasione coloniale di Tripolitania e Cirenaica.

Antonio Polito dal Corriere della Sera del 1° marzo

TAG:  POLITICA ESTERA  DIRITTI UMANI  GHEDDAFI  TUNISIA  LIBIA  NORD AFRICA 
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