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contributo inviato da Achille_Passoni il 14 febbraio 2011


Come saprete, il Governo ha solennemente annunciato di voler modificare l’art. 41 della Costituzione, in particolare la parte che recita che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. La cosa è apparsa a moltissimi - e così l’abbiamo variamente commentata - come un tentativo di cambiar discorso, parlar d’altro, sviare l’attenzione dallo spettacolo indegno delle gesta “private” e dalle ipotesi di reato conseguenti del nostro Presidente del Consiglio, che i giornali e le Tv di tutto il mondo (ad eccezione del Tg1) ci stanno facendo conoscere. 

Sul merito in effetti la cosa appare come qualcosa fuori dal tempo e dallo spazio, lontanissima dalle necessità vere della nostra economia e delle nostre imprese. D’altra parte, da parte nostra ci siamo limitati a rilevare che in 53 anni di vita della nostra Costituzione non risulta una sola volta nella quale qualche imprenditore abbia sollevato il problema e neppure imputato all’art. 41 l’origine dei problemi che aveva di fronte. 

Dal punto di vista costituzionale, tuttavia, è evidente il pericolo che la “manomissione” annunciata dal Governo sia il preludio per “una vera e propria rivoluzione culturale basata su nuovi principi ispiratori della Costituzione”, come ha prontamente dichiarato in televisione il Ministro Sacconi. 

Ed allora l’approccio a questo tema non può più rimanere entro i confini di un rintuzzare un più o meno semplice bluff, non può essere sottovalutato, perché la posta in gioco è molto più alta. Ha ragione, dunque, Eugenio Scalfari quando richiama “le forze politiche responsabili ad impedire che un precedente del genere sia una mina sotterranea sotto la nostra democrazia costituzionale”.
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