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contributo inviato da xpress il 9 febbraio 2011

Nell’inverno 2009 il nome di Amato De Monte provocava sentimenti contrastanti.  Baffoni neri, anellino d’argento al lobo, sempre in bici, era il medico di Eluana Englaro, la paziente suo malgrado più famosa d’Italia,  giunta all’ultima destinazione:  la clinica La Quiete di Udine.  De Monte è  l’uomo che,  in mezzo alle polemiche,  ha attuato il protocollo di sospensione della  nutrizione artificiale che ha portato alla morte della giovane in stato vegetativo da 17 anni.  Sua moglie Cinzia Gori, era la capo infermiera che ha supervisionato le procedure e coordinato il gruppo. Insieme hanno scritto un libro, Gli ultimi giorni di Eluana (Biblioteca dell’Immagine).  Insieme si battono contro l’accanimento terapeutico e l’insensibilità della politica.

Due anni dopo, che cosa vi è rimasto di quella vicenda?

Gori: Una forte presa di coscienza sui temi del fine vita e una voglia ancora più grande di difendere la nostra libertà, quale che sia. Libertà invece strumentalizzata e mistificata. Anziché difenderla come bene inalienabile di tutti, i partiti ne fanno merce di scambio.

De Monte: Al di là delle strumentalizzazioni cui eventi così mediatici vanno incontro, resta l’amarezza di vedere chi dovrebbe dare risposte concrete limitarsi a dichiarazioni ed azioni a effetto. Questa politica alimenta le divisioni.

Quale momento dei giorni di Udine vi ha colpito di più?

Gori: Mi rimarrà sempre nella memoria la sera della morte di Eluana, quando uscendo dalla Quiete ho sentito gridare a squarciagola “Vogliamo l’esame tossicologico”, “L’hanno ammazzata”.  È stato come vivere un film: la mia collega smarrita al capezzale, la corsa in cerca di mio marito, la gente che urlava fuori dai cancelli. È stato l’epilogo rapido di 17 anni di silenziosa accettazione di una vita non voluta.

De Monte: Difficile scindere un solo momento in una vicenda intimamente legate e permeata di sensazioni profonde. Ma credo la telefonata a Beppino. Come dirglielo? Come avrebbe reagito? E io avrei retto? Non passo giorno senza rivivere quella conversazione.  Mi esplode dentro nei momenti più improbabili senza preavviso.

Credete ancora di aver fatto la cosa giusta?

Gori: Si,  ci credo moltissimo e sarei pronta a farlo di nuovo in difesa della libertà di scelta. Dopo Eluana, molti mi hanno chiesto di divenire fiduciaria del loro testamento biologico. Non li tradirei mai, come Beppino non ha tradito sua figlia. Sono pronta a difendere questo diritto che è anche il mio.

De Monte: Non solo la cosa giusta ma anche quella dovuta e in linea con la deontologia. Ho agito da professionista al servizio della persona, del rispetto della sua volontà e della sua libertà di autodeterminazione.

Il governo vuole varare una legge sul biotestamento che impedisca nuovi "casi Eluana". Se passasse, in situazione analoga, voi violereste la legge?

Gori: Se passa questa legge così impostata, avremo perso la libertà e rinnegato la Costituzione. Non voglio pensare che entri in vigore una legge liberticida e incostituzionale. Ma sarei pronta ad affiancare un altro medico in questo passo.

De Monte: Spero che il Parlamento si ravveda. È un testo che contiene tratti oscurantisti. Riporta in auge principi anacronistici e superati da secoli di progresso della ricerca scientifica. Torneremmo a prima di Galileo imponendo la verità dall’alto in modo dogmatico e autoritario.

Come medici, avete provato isolamento o solidarietà?

Gori: C’è stata moltissima solidarietà da parte di pazienti, colleghi, amici e sconosciuti che ci fermano per strada. Chi dissente invece non ha mai avuto la lealtà, il coraggio di dircelo in faccia aprendo un dialogo. Solo articoli denigratori.

De Monte: Aggiungo che il sostegno nel tempo non si è affievolito. Continuiamo ad averne sia nell’esercizio della professione che nella diffusione della conoscenza su questi temi che svolgiamo con l’Associazione “Per Eluana”.

Secondo un sondaggio il 75% dei chirurghi non somministrerebbe l'alimentazione artificiale neanche se la legge lo imponesse. Secondo lei è questa la percezione della categoria?

Gori: Posso solo sperarlo. A parole molti medici sono concordi su questo principio. Ma non so se, trovandosi di fronte a una legge che esplicitamente lo imponesse,  sarebbero pronti a rischiare la carriera e magari il carcere. Ci vogliono tanto coraggio e una profonda convinzione.

De Monte: Io non credo che i medici si lascerebbero imporre questi trattamenti. Sarebbe un fatto gravissimo che andrebbe a intaccare il principio dell’autonomia professionale interferendo brutalmente con la libertà di cura basata sull’alleanza medico-paziente. Sarebbe una scelta di cui il Parlamento dovrebbe giustificarsi con la comunità scientifica internazionale.

Come commenta la scelta del governo di istituire il 9 febbraio la giornata nazionale degli stati vegetativi?

Gori: Un affronto di bassa lega. Una caduta di stile. Una scelta meschina e bieca. Tanto che molte associazioni che si battono per i diritti dei pazienti in stato vegetativo si sono rifiutati di avallarla. Fa parte dello stile di una certa classe politica che cerca solo il plauso del Vaticano. Hanno lanciato una sfida sfrontata, nella speranza di sminuire una data che rimarrà storica per il nostro Paese.

De Monte: Cattiva, vigliacca, arrogante.


Dall'Unità - Intervista di Federica Fantozzi

TAG:  TESTAMENTO BIOLOGICO  LIBERTÀ DI SCELTA  DIRITTI DEL PAZIENTE  DIRITTI CIVILI  DIRITTI UMANI   
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