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contributo inviato da xpress il 4 febbraio 2011

Achille Occhetto vent'anni fa sciolse il Partito Comunista Italiano. Il più grande partito comunista dell'occidente. I ricordi di quel periodo raccontati dall'allora segretario.

Per Achille Occhetto si è «Sacrificata la ricerca di una nuova identità»

Il 12 novembre del 1989 Occhetto annuncia lo scioglimento del Pci. Il 3 febbraio del 1991 il partito si sciolse e nacque il PdS.

Nell'89 impose la Svolta della Bolognina, nel '91 vinse il congresso che a Rimini seppellì il Pci e diede vita al Pds, ma anche a Rifondazione comunista. Quel che non torna è che Achille Occhetto oggi militi nel partito nato da Rifondazione (Sel) anziché in quello nato dal Pds (il Pd).

Cos'è, una nemesi?

«No, anche se allora non avrei mai pensato a uno scenario simile. La mia vicinanza a Sel è la reazione a una situazione stagnante con l'obiettivo di riunificare il centrosinistra. Ma va detto che Vendola, col suo antistalinismo e la sua fede nel primato della libertà, non ha nulla a che vedere con la storia del Pci».

Vero, paradossalmente...

«Paradossalmente, ci sono molti più comunisti nel Pd. Penso a D'Alema e alla sua realpolitik».

Nel '91 si capì quel che moriva, ma non quel che nasceva. E la mancanza di identità politica riguarda ancora il Pd...

«E' vero. Con la Svolta lanciammo il tema di una nuova identità socialista, ma subito dopo il problema della coesistenza delle diverse anime nel partito fu risolto non con un sano e definitivo confronto politico bensì con un accordo volto alla spartizione del potere. E' chiaro che la ricerca del potere per il potere ha sostituito la ricerca di una nuova identità politica».

Quali furono, allora, le diverse correnti di pensiero nel Pci?

«Innanzitutto c'erano quelli contrari alla Svolta che intendevano rifondare il comunismo accreditandosi come eredi del Pci».

Programma ambizioso...

«E infatti non lo realizzarono. Anzi: Rifondazione ebbe una lunga fase regressiva rispetto alle innovazioni del Pci di Berlinguer».

Vi furono distinzioni tra quanti formalmente la seguirono?

«Certo, vi furono tre diverse ispirazioni. I riformisti di Giorgio Napolitano puntavano all'unità socialista, ma io ero contrario perché non ritenevo che il socialismo coincidesse col craxismo. Se li avessimo assecondati saremmo stati annessi dal Psi e dopo aver faticosamente schivato le macerie del Muro di Berlino saremmo finiti sotto quelle del pentapartito».

La seconda corrente?

«Era quella di Veltroni, che voleva dar subito vita al Pd. Obiettai che di partiti democratici ne possono esistere diversi, e scelsi quello di sinistra».

La terza?

«Era la mia, e puntava alla costituzione di una nuova formazione politica che andasse oltre le culture del Novecento nel solco dell'Internazionale socialista».

Ma non eravate propriamente una falange macedone.

«No, non eravamo compattissimi. I più convinti erano Mussi, Petruccioli e nomi simbolici come la Iotti e il fratello di Berlinguer, Giovanni. Ma anche tra noi c'erano diversi malpancisti».

Ad esempio?

«Antonio Bassolino e Massimo D'Alema».

Come lo ricorda, D'Alema?

«Spaventato, disse che a convincerlo fu suo padre. Ma era chiaro che per lui la Svolta rappresentava il male minore: non un'occasione, ma una necessità della storia».

Le pesò rompere con Ingrao?

«Ingrao aveva un grande carisma ed era un eccellente oratore, al congresso di Bologna fu applauditissimo e tutti ricordano che quando ci stringemmo la mano i nervi cedettero e piansi».

Altri tempi, oggi i partiti nascono e muoiono senza che nessuno versi una lacrima...

«Vero, oggi non avvertiamo più il peso delle ideologie, spesso anche delle idee, quasi sempre delle identità e delle appartenenze. E' logico che si pianga meno. Il rischio, però, è quello di passare sorridendo da un vuoto all'altro».

E' vero che decise tutto da solo?

«No. La Svolta maturò nell'arco di un anno: al congresso dell'89 decidemmo di chiamarci Nuovo Pci; in un'intervista all'Espresso dissi che il nostro punto di riferimento era la Rivoluzione francese e non quella d'Ottobre; in occasione di Tienanmen parlai di morte del comunismo. Poi, certo, alla Bolognina decisi da solo di dire che bisognava cambiare tutto e che occorrevano 'nuove vie'».

Ebbe paura?

«Tanta. Le confesso che temevo di finire in minoranza».

Cosa ricorda dell'atmosfera di Rimini?

«Una grande tensione, accresciuta dal fatto che incombeva la guerra del Golfo su cui avevamo idee diverse. La campana di un nuovo inizio stava suonando non solo per noi ma per tutti, anche se molti non la sentivano. Portare il partito dall'Internazionale comunista a quella socialista era cosa di non poco conto».

Ci riuscì grazie a Bettino Craxi.

«Per la verità, all'inizio Craxi era contrario. Lo convinsero gli altri leader socialisti europei e alcuni suoi compagni a partire da De Michelis».

E' possibile che, agli occhi dei suoi compagni, su di lei abbia pesato la colpa irrazionale di aver sepolto il mitico Pci?

«Sì, credo che questo sentimento ci sia stato. Ho più volte avvertito il giudizio negativo di chi irrazionalmente mi considerava responsabile della fine di un mondo che, con i suoi errori, era ovviamente caro a tutti noi».

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Il peso del partito nelle urne:

POLITICHE 1987 = 26,6%; Sono le ultime in cui partecipa il Pci. Segretario è Natta, gli succede Occhetto.

POLITICHE 1996 = 21,6%; La percentuale del Pds. Vince l'Ulivo: al governo vanno gli ex comunisti, è la prima volta.

POLITICHE 2001 = 16,6%; I Ds scivolano al minimo, il centrosinistra perde. Nel 1998 il Pds cambia nome e diventa Ds.

POLITICHE 2008 = 33,2%; I voti, alla Camera, al Partito democratico, nato dall'unione di Ds e Margherita.


Cangini andrea - Giorno/Resto/Nazione

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Vent’anni fa, Rifondazione comunista


Vent’anni fa, domenica 3 febbraio 1991, una novantina di delegati abbandonarono la sala del XX congresso del Pci, che si teneva a Rimini, per non partecipare allo scioglimento del Pci e alla nascita Pds.

Immediatamente convocarono una conferenza stampa in cui Sergio Garavini, Armando Cossutta, Lucio Libertini, Ersilia Salvato e Rino Serri annunciarono la decisione di dar vita ad una formazione comunista.

I cinque, insieme a Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi, si recarono quindi dal notaio per registrare il simbolo del Pci, segnalando anche sul piano legale la volontà di proseguire l’impegno politico in quanto comunisti e comuniste.

Una settimana dopo, al teatro Brancaccio di Roma, migliaia di compagni e compagne parteciparono alla prima assemblea di massa di quello che divenne il Movimento per la Rifondazione Comunista. Al Brancaccio venne esposta una enorme bandiera rossa, realizzata cucendo insieme centinaia e centinaia di bandiere e costruendo così, da basso, la più grande bandiera rossa mai realizzata.

Credo che oggi a quegli uomini e a quelle donne che hanno dato vita a Rifondazione comunista debba andare il nostro ringraziamento. Innanzitutto per il coraggio di andare controcorrente in una fase in cui, dopo la caduta del muro di Berlino, il capitalismo sembrava aver vinto la partita definitiva.Erano gli anni in cui Fukujama proclamava la “fine della storia” e in cui il capitalismo veniva presentato, prima ancora che invincibile, come un dato naturale. Se l’anticapitalismo non è stato soffocato in Italia è stato anche grazie a quella scelta.

Penso che il nostro ringraziamento vada espresso anche per il nome scelto: Rifondazione comunista. Tanti erano i nomi possibili e forti erano le spinte a caratterizzare una nuova formazione comunista semplicemente come la prosecuzione dell’esperienza precedente. Nella scelta del nome vi fu invece una precisa scelta politica che riteniamo valida ancor oggi. Comunista, perché siamo comunisti e comuniste che si battono per una società di liberi e di eguali che si può realizzare solo superando il capitalismo. 
Rifondazione, perché consapevoli che nella sua storia il movimento comunista ha compiuto molti errori ed in particolare che le esperienze del socialismo reale sono fallite, dando vita a regimi che contraddicevano radicalmente gli ideali comunisti.

Non quindi semplicemente la ricostruzione di un partito comunista, ma Rifondazione comunista nella consapevolezza che i due termini si qualificano a vicenda, e che solo una rifondazione teorica e pratica del comunismo avrebbe potuto porsi efficacemente l’obiettivo di superare “sul serio” il capitalismo. In questo senso rifondazione comunista non ha dato vita solo ad un partito ma ha esplicitato una indicazione generale, chiara, sulla necessità della rifondazione del comunismo.

Accanto ai primi soci fondatori molti e molte altre si aggiunsero nei mesi successivi e Rifondazione divenne un crogiuolo in cui diversi spezzoni ed esperienze politiche della sinistra di classe e comunista confluirono. La costruzione del Movimento prima e del Partito poi, fu una grande esperienze di dialogo e riconoscimento che riguardò in primo luogo decine e decine di migliaia di militanti che provenendo da storie diverse impararono a dialogare, a confrontarsi, a cercare collettivamente nuove strade.

Questo elemento della partecipazione dal basso è un elemento caratterizzante non solo la nascita, ma tutta l’esperienza di Rifondazione. Nel bene e nel male rifondazione non è stato solo un fenomeno politico ma è stata una esperienza di popolo, uno spazio pubblico, si direbbe oggi. Lo voglio ricordare perché la storia di Rifondazione rappresenta l’esemplificazione di uno degli slogan che il movimento si dette sin dall’inizio: liberamente comunisti.

Credo che in nessun partito italiano gli iscritti, la cosiddetta base, abbia contato quanto ha contato in Rifondazione. In tutti i momenti di scelta e di scontro – e non sono stati pochi – alla fine ha sempre prevalso l’orientamento dei compagni e delle compagne iscritte anche sulle prese di posizione dei massimi dirigenti. Se vogliamo ricercare una conferma che il termine rifondazione è stato preso sul serio, lo possiamo trovare proprio in questo, nel non identificare il partito con i suoi gruppi dirigenti e nel mettere al centro della vita del partito la partecipazione.

Oggi, a distanza di vent’anni, vedendo come sono finiti il Pds e poi i Ds e poi il Pd, si può apprezzare fino in fondo la giustezza della scelta dei fondatori di Rifondazione. La cui ragione di esistenza non sta però solo nel fallimento delle esperienze politiche nate dallo scioglimento del Pci o nel nostro essere soggettivamente comunisti e comuniste. La ragione di fondo della nostra esistenza la troviamo al di fuori di noi e precisamente nella crisi capitalistica che è li a ricordarci come questo non sia il migliore dei mondi possibili. Il fondamento ultimo della nostra esistenza sta proprio li, nell’incapacità strutturale del capitalismo di dare una risposta ai bisogni dell’umanità e alla coniugazione del vivere civile con la limitatezza delle risorse del pianeta su cui viviamo. La drammatica alternativa tra socialismo e barbarie che si ripresenta oggi, ci dice di come l’esigenza del superamento del capitalismo sia più urgente che mai. Per questo noi, uomini e donne liberamente comunisti, vogliamo proseguire lungo il cammino intrapreso.

Paolo Ferrero - Liberazione


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commento di frapem inviato il 4 febbraio 2011
Bravo, Express, quella scissione fu l'inizio della fine per tutta la sinistra, salvata, dico salvata, da Veltroni che, non dimentichiamolo, riuscì ad infondere l'idea del cambiamento ad oltre il 33per cento degli italiani, e data la situazione, non è poco.. Poi le promesse di Veltroni per un partito democratico di tipo americano sono state abbondantemente deluse, il PD è diventato un mostro senza testa che ha perso circa dieci punti di elettorato..
E' tuttavia allora, alla bolognina, che la sinistra avrebbe dovuto farsi protagonista della riforma del sistema a partire dalla drastica riduzione del numero dei parlamentare, dal superamento del bicameralismo perfetto, dall'elezione diretta del presedente della repubblica. Sono queste le riforme che aspetta il paese, da diciassette anni.. ed ora siamo alla resa dei conti, perchè il campo dei disgustati dalla politica investe anche quello che fu lo zoccolo duro del PCI, come il sottoscritto.
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