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contributo inviato da oivlisatabrab il 30 gennaio 2011

  Per una scuola dei princìpi

  


   Care colleghe e cari colleghi,  nonostante le difficoltà  crescenti per ragioni politico-amministrative contingenti al governo attuale ma anche strutturali, facciamo sempre del nostro meglio, con fatica e dedizione ma poche gratificazioni; un momento, devo ricordare a me stesso e a voi tutti che il nostro lavoro è prima di tutto una missione…e quindi non possiamo né dobbiamo attenderci alcuna gratificazione ben che mai economica!

Per questo Tremonti, per fronteggiare la crisi, ha pensato soprattutto a noi, bloccandoci non solo i contratti per i prossimi anni ma anche gli scatti d’anzianità. È  perché ci ammira…!egli sa che chi possiede lo spirito missionario è in grado di sopportare questo e altro! I ricchi quelli che guadagnano il triplo o il quadruplo o ancora di più di un insegnante e gli evasori fiscali, quelli no poveretti, non hanno lo spirito missionario non lo sopporterebbero, non ce la farebbero, se gli riducessero lo stipendio o gli tassassero le rendite di capitali, non ci sono abituati si ridurrebbero alla fame! Non voglio dilungarmi oltre su questi problemi di carattere economico, anche perché non ho le competenze specifiche ma era doveroso spendere qualche battuta su  questo aspetto che sempre più sta assumendo  connotazioni drammatiche.

      Desidero  condividere con voi alcune riflessioni a riguardo di un complicato  problema: “l’emergenza scuola”, che tocca tutto il territorio nazionale ma al sud sicuramente è più acuito  per ragioni legate a particolari condizioni sociali e culturali. In Italia, bisogna dire, che la scuola dal “68” in poi è sempre stata una emergenza, e terreno di scontro politico-ideologico, della quale a tutt’oggi non se ne intravvede la fine, forse la morte (della scuola pubblica).

Voglio affrontare il problema, però, non dal versante (si direbbe) tecnico-giuridico ma da quello “metafisico”. 

Ho davanti la rivista “Scuola e Didattica”– un numero del maggio 2008 – più di due anni fa; vi si  trova un interessante articolo, che parla della difficile realtà scolastica nazionale, prendendo lo spunto da un gravissimo episodio di violenza subìto da alcuni docenti, per i quali fu  necessario il ricovero in ospedale, dopo le lesioni riportate  a seguito dell’aggressione di alcuni studenti frequentanti la scuola media di primo grado nell’Istituto del quartiere Ballarò a Palermo. Probabilmente in molti ricorderete il fattaccio. Chi insegna nelle cosiddette “scuole a rischio” sa benissimo come quotidianamente si rischia, appunto, spesso l’incolumità fisica.

Ricordando  ho avvertito la necessità di riflettere più a fondo sull’evento per cercare di individuare in radice le cause, di carattere  generale, che hanno contribuito a determinare le  condizioni favorevoli a che la violenza si  scatenasse.    

     Lo  spiacevolissimo fatto, oltre alla sua  gravità formale e materiale, esprime, simbolicamente, il degrado morale in cui è piombata la scuola italiana e la conseguente  squalificazione, nell’immaginario collettivo, del corpo docente e dei luoghi scolastici. Di chi la colpa e quali sono le cause? Un proverbio siciliano, che tutti conoscete, così recita: “U pisci feti da testa”, sta a dire che in una realtà sociale organizzata giuridicamente come lo Stato, la colpa e la responsabilità, in primis, è da ricercare nella politica o per meglio dire, nei politici, cioè in coloro che hanno il potere di governare. 

I “cattivi maestri” – gli esperti o consulenti o tecnici del MIUR e carrozzoni al seguito i vari INDIRE (oggi Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica),  INVALSI che pare costino ogni anno milioni, solo l’Invalsi, ben otto milioni di euro  per produrre tonnellate di carta destinata alle prove ma con quali risultati, a che servono? Ricordiamo la recente protesta delle scuole romane che si sono rifiutate di somministrare le prove perché ritenute fuorvianti; non consideriamo l’attuale ministra…la quale, l’hanno capito tutti, serve solo da “megafono” – che si trovano in alto, nelle stanze del potere, non nelle aule scolastiche, stando sprofondati in enormi poltrone di pelle, ci manca poco e sarà d’insegnante (la pelle),  concepiscono, dopo astruse elaborazioni mentali, idee più o meno bislacche che, dopo averle partorite vengono con imperiosa autorità sperimentate sui docenti-cavie, i quali conoscendone la forza distruttiva fanno l’impossibile, mettendo a rischio la loro salute, per salvare gli alunni che ne sono i destinatari  finali.

L’enfasi che viene data alla ricerca di nuove metodologie, fateci caso, è un tema ricorrente, spesso riproposto  diventato un tormentone condito con slogan tipo “bisogna che i docenti trovino le giuste strategie – da notare che il termine deriva dall’ambito militare e guerresco – che applichino buone pratiche” e stuzzicherie del genere; è evidente che tutto ciò sì che  fa parte di una strategia che mira a tenere sempre sotto tensione i docenti inculcando un latente inconscio senso di colpa permanente.  Le menti che concepiscono e propinano una tale aberrante visione delle cose, finiscono anch’esse,  dentro labirinti cervellotici nei quali si smarriscono.

La  conseguenza è stata la perdita di vista dei princìpi fondamentali su cui si basa qualsivoglia azione educativo-formativa che non è resa efficace  dal metodo (tecnicismo), esso rappresenta un mero recipiente che può avere le più svariate forme; neanche dai contenuti disciplinari (nozionismo), che compongono l’istruzione e che dovrebbero portare alle cosiddette competenze, essi sono come semi recepiti dal discente. E’  ovvio che l’azione educativo-formativa della persona non si esaurisce nell’ambito metodologico-disciplinare, mancante di ciò che vivifica che fa “crescere” umanamente e rende capaci di stare in armonia nel contesto sociale. Questi princìpi sono la libertà-responsabilità e l’autorità-autorevolezza.

Sono princìpi riconosciuti da sempre da tutti i filosofi e dai più seri pedagoghi; la persona  è libertà e responsabilità. La prima azione educativo-formativa deve tendere a far prendere consapevolezza   all’alunno che egli è il primo responsabile del suo successo formativo, proprio in forza del suo essere libertà-persona. Voglio evitare di essere frainteso quando dico “primo responsabile”, non lo dico in senso, appunto, metodologico-didattico (responsabilità docente in senso tecnico) ma lo dico in senso ontologico, e questo è un dato assolutamente innegabile da parte di qualunque onesta intelligenza tra gli addetti ai lavori. In altre parole l’alunno non è soltanto qualcuno che apprende, – in un certo senso anche un computer apprende – egli è qualcuno che nell’inesauribile mistero della persona è protagonista etico e spirituale del suo sviluppo al di la e prima di tutti i supporti didattico-metodologici che gli si possano offrire.

    La via dunque che porta l’alunno alla consapevolezza della libertà-responsabilità non è  tematica e intellettualistica ma subliminale-simbolica  e quindi inerente all’Estetica, ai valori, alla semiotica; ciò dimostra che l’azione educativo-formativa non si esaurisce nel rapporto docente-discente, per quanto ad esso si possa pensare secondo  una ideale perfezione, tale rapporto ne rappresenta solo una parte, necessaria e strutturante oltre che di gravosa responsabilità per gli adulti, ma si estende e coinvolge sinergicamente le famiglie e l’ambiente inteso nel senso più ampio (naturale, culturale, sociale).   

Dopo questa disamina qualcuno potrebbe dire che tutto ciò è ovvio e risaputo ma sta proprio qui l’inganno che attualmente si sta perpetrando e che bisogna smascherare: tutto dipende dalla scuola e dall’insegnante; questo sbilanciamento ha portato alle conseguenze nefaste che sono sotto gli occhi di tutti! In forza di quanto detto, l’azione educativo-formativa, per sua natura non può che essere approssimativa rispetto all’alunno in quanto egli è  “me stesso”, cioè persona. E’ utile chiarire meglio la connotazione di significato che voglio dare   al termine “approssimativo”. In questo caso  vorrei che non fosse  compreso nella sua accezione propria, che si da nell’uso comune,   di superficiale, incompleto, generico, vago, impreciso,  ma piuttosto nel senso etimologico di andare verso, di avvicinarsi quindi di “approssimarsi/approssimato” cioè farsi prossimo all’altro per aiutarlo, sostenerlo, promuoverlo. La persona umana, infatti, non è mai “oggettivabile”, non la si può omologare perché è “microcosmo”, non c’è la massa, ci sono persone; dico approssimativo, dunque, per far risaltare che l’alunno-persona non è mai raggiungibile totalmente ed è giusto così.

Due sono, infatti, i principi che caratterizzano ontologicamente la persona: la libertà e la relazione. L’uomo è essenzialmente libero ed è intrinsecamente essere in relazione; ogni male ha come radice sempre una relazione malata.    Dunque tutto si gioca su  questa  linea di confine che è la relazione, come  una soglia dove ci si incontra. Necessariamente, allora, l’uno deve andare verso l’altro e nessuno può convincere – neanche Dio! – chi non vuole, a muoversi. Se così non fosse, l’azione educativa – ex ducere – “trarre fuori, guidare” si trasformerebbe in plagio. 

Nel contempo la  libertà/responsabilità dell’alunno non comporta sempre un’ attribuzione di colpevolezza rispetto all’eventuale insuccesso, perché la colpevolezza è altra cosa e nessuno può giudicare, così come il successo non è necessariamente meritorio. La responsabilità della società, infatti, intesa non astrattamente, è in riferimento ai suoi sistemi: politici, giuridici, amministrativi, mediatici, culturali, religiosi, i quali, se non coordinati da un orizzonte etico condiviso verso cui convergere tutti, (finalità collettiva che si identifica nel bene comune) possono impedire o ostacolare il successo formativo del discente come individuo – persona – libertà –responsabilità. Per es.: il rispetto delle regole e dei ruoli, consente all’alunno di prendere coscienza della responsabilità che ha verso se stesso e la società.

Il binario su cui si muove ogni metodo – non il metodo è il binario –  è la severità, intesa non come rigidità o intolleranza o durezza ma nella sua accezione propria e positiva, cioè come caratteristica di un atteggiamento di attenzione e  rispetto verso tutto ciò che è bello e buono: l’ordine, l’armonia, la giustizia, la lealtà, la compassione, la solidarietà ecc.; in altri termini, i valori morali. Gli Indiani dell’America del nord – nobile popolo – quando videro per la prima volta la locomotiva a vapore (il cavallo di fuoco) che attraversava veloce la prateria – figli di un’antica saggezza – inventarono subito un proverbio: “Il binario costringe il treno però lo libera!”.

           Il  “successo” non sempre è meritato, anche se corrisponde a reali competenze acquisite. Dal  punto di vista didattico-pedagogico, ci troviamo di fronte a un falso problema (i falsi problemi sono costruiti a tavolino dal Potere, che si serve, a tal fine, di selezionate intelligenze contorte, per elaborare strategie in grado di distogliere l’attenzione delle masse con una propaganda mirata) concepito ad hoc per camuffare il vero problema che la politica non sa o, il più delle volte, non vuole demagogicamente risolvere. A cosa voglio riferirmi? Oggi si parla, a tutti i livelli e in ogni ambito, di “meritocrazia” che sembra un concetto capace di mettere tutti d’accordo, ma riflettiamo un poco: cosa vuol dire all’interno di uno Stato-Nazione “potere del merito”? Forse che bisogna premiare i meritevoli!? Ma chi sono i meritevoli? Forse quelli che fanno il proprio dovere!? Ecco la prima contraddizione: significherebbe che uno Stato possa permettere o consentire che molti non facciano il proprio dovere, (per poi dargli la caccia e usarli come capri espiatori, mentre uno Stato di diritto ha l’obbligo di PREVENIRE il più possibile,  con leggi semplici e giuste le trasgressioni spesso non volute;  p. es. un Comune non offre adeguati servizi ai cittadini, a fronte delle tasse pagate, non ci sono sufficienti aree di sosta e il cittadino è costretto a fermarsi in doppia fila, troverà sicuramente la contravvenzione del V.U. in agguato, seminascosto pronto ad approfittare di ogni automobilista che dopo aver girato e girato non trova parcheggio, questo vuol dire, da parte dell’Ente, “cavalcare il disagio.”) è forse specialmente meritorio compiere il proprio dovere? Lo è secondo un’etica di base, cioè a dire dovrebbe essere la più diffusa normalità a cui si possa pensare; se un operatore ecologico, una volta chiamato più direttamente netturbino o spazzino, spazza bene il tratto di strada assegnatogli, fa ciò che deve fare e per questo deve essere adeguatamente retribuito, lo stesso vale per qualunque attività o professione. A maggior ragione il “non concetto” di meritocrazia è oscuro se applicato al sistema scuola: quali sarebbero i criteri per misurare il merito rispetto al non merito in un ambito dove dovrebbe essere normale per tutti compiere il proprio dovere? Allora, forse bisognerebbe riferirsi ad altri criteri come le competenze, ma ci sono davvero insegnanti incompetenti o impreparati, i quali insegnano proprio perché hanno superato una serie di prove di vario tipo? In ogni caso questo secondo criterio, che è più concreto, dovrebbe essere applicato con rigore dallo Stato a monte e questo sarebbe giusto perché è logico selezionare. Ancora di più il “non concetto” di meritocrazia è oscuro se applicato agli alunni. Formalmente cozzerebbe con l’idea di personalizzazione della didattica introdotta dalla riforma Moratti, legge 53/2004 – un’idea validissima ma che come al solito non è stata dalla maggioranza delle scuole né capita né applicata, non per colpa delle scuole ma per l’inadeguatezza della politica di attuare strategie e mettere in campo mezzi e risorse per applicare diffusamente ciò che viene indicato nella legge.  – antichissima peraltro, concepita per la prima volta da Pitagora (5° sec. a. C.) che l’applicava nelle sue scuole, dove si insegnava agli alunni selezionati per gruppi omogenei,  rilevando cioè le inclinazioni personali di ognuno (nulla di nuovo sotto il sole!). Sostanzialmente, secondo la suddetta idea, tutti gli alunni dovrebbero essere eccellenti se raggiungono il massimo rispetto alle loro potenzialità innate: questo sarebbe il vero successo formativo;  dunque   il vero problema è mettere tutti nelle condizioni di poter dare il massimo. Riprendendo il concetto di persona, infatti, non si può, dal punto di vista etico, parlare propriamente di eccellenze, volendo con ciò indicare una visione piramidale della classe, come purtroppo ancora continua a prevalere nell’ambito valutativo. Dentro queste condizioni standard, ogni alunno diventa lui stesso responsabile rispetto all’impegno e alla buona volontà, e allora cosa vuol dire premiare le eccellenze? Tornare a un sistema discriminatorio, il quale, incapace di creare condizioni e possibilità “standard” di sviluppo e progresso per tutti, (che non significa livellamento o appiattimento) costruisce gabbie sociali, premiando chi “eccelle” perché ha maggiori potenzialità innate o vantaggi di tipo socio-economico e questo non sarebbe eticamente meritorio. L’Etica, infatti, conosce bene il concetto di merito che è riferito alla cosiddette azioni supererogatorie, le cui caratteristiche sono la straordinarietà, la gratuità, l’altruismo fino al dono della vita!

Il secondo principio, l’autorità-autorevolezza, riguarda il docente ma indirettamente ha ricadute notevoli sugli alunni. I termini, forse più che nel primo caso, c’è bisogno che vengano chiariti e tratti fuori dalla nebbia concettuale in cui sono stati avvolti attraverso un’azione mediatica strumentale e ideologicamente perversa che ha motivazioni politiche e finalità di controllo. La confusione di significato tra autorità/autorevolezza è la causa principale del disgregamento del sistema scuola in Italia.

Chi conosce la filosofia della storia sa                      che è tipico dei momenti di crisi – la crisi è  stata innescata dalla fine delle ideologie che  hanno caratterizzato il ‘900 e ha come  riferimento cronologico la fine del millennio    trovare un capro espiatorio a cui attribuire  la colpa del disagio generale e dello  sbandamento sociale in atto. Chi meglio del  corpo insegnante in Italia poteva fare da capro  espiatorio? Categoria, per formazione e  orizzonte etico, intrinsecamente pacifica e  poco incline a contrapposizioni dure e  prolungate,  il loro lavoro non è  immediatamente necessario al funzionamento  sociale come quello degli operatori nei settori  delle infrastrutture,  (scarsa efficacia delle azioni di sciopero) lo è immensamente di più  a media scadenza,  provate a immaginare una nazione senza scuola e senza istruzione, si alienerebbe nel giro di qualche anno.

     Questa azione mediatica distruttiva è iniziata attorno al 2000, fate mente locale: “insegnanti fannulloni; insegnanti assenteisti; insegnanti incapaci; insegnanti impreparati; insegnanti che non sanno rendere le lezioni interessanti; se i giovani delinquono la colpa è della scuola e degli insegnanti; se gli alunni non stanno attenti la colpa è dell’insegnante che non sa tenere la classe; se gli alunni sono tristi la colpa è dell’insegnante che non sa far ridere se invece sono troppo mattacchioni la colpa è dell’insegnante che non sa far piangere; se l’alunno ha un problema relazionale di chi è la colpa? Ma dell’insegnante che lo ha traumatizzato”,  e dopo tutto questo  l’insegnante deve anche vigilare! Insomma chi più ne ha più ne metta. Bisogna recuperare, alla figura dell’insegnante, la dimensione simbolica rispetto alla società, come colui che incarnava i valori, che trasmetteva la cultura e la tradizione, come colui da prendere ad esempio e riferimento, come colui che consigliava, che guidava, che istruiva, che indirizzava e del cui giudizio ci si poteva fidare. Ormai, invece, siamo diventati semplicemente “personale della scuola”, sentite come questa espressione sia arida e anonimizzante, le parole hanno il loro peso e queste espressioni sono state pensate e imposte perché corrispondono ad una strategia distruttiva della scuola a cui tutti gli schieramenti politici, a vario titolo, ieri e oggi, hanno contribuito e ne vediamo le conseguenze. Gli insegnanti sempre più diventano squalificati e in crisi di identità, (basta leggersi qualche serio studio sullo stress dell’insegnante provocato  dalla sua attività che consiste sostanzialmente nella relazione d’aiuto) schiacciati tra personale ATA e dirigenti. Questi ultimi hanno l’area contrattuale separata, a loro si sta attribuendo sempre più potere e si proiettano a diventare un’altra casta; longa manus  del potere nei gangli vitali della società e però senza una linea culturale comune. È  utile rilevare che in certi paesi d’Europa come p. es. la Germania il dirigente scolastico viene eletto pro tempore dal corpo docente. Checché se ne dica gli insegnanti rappresentano  la spina dorsale etica della nazione; una nazione che non investe nella scuola è una nazione che si sta lentamente suicidando.   

     Autorità e autorevolezza, nell’ambito di un sistema istituzionale come la scuola, sono due facce della stessa medaglia o come gli atomi d’idrogeno e d’ossigeno nella molecola dell’acqua, non si possono separare senza alterare la natura stessa della sostanza originaria. L’autorevolezza senza autorità non è efficace, l’autorità senza autorevolezza è abuso e prevaricazione. L’insegnante deve essere percepito come autorità quindi giuridicamente tutelato dal potere politico altrimenti non può svolgere bene il suo lavoro; l’autorevolezza dipende invece da se stesso. Si sta cercando di far passare l’idea che sia sufficiente l’autorevolezza, confondendola con l’autorità, per ben insegnare, ma se un insegnante viene picchiato, è perché è stato formalmente privato della autorità (in senso non solo giuridico ma anche simbolico) necessaria come rappresentante e funzionario, che agisce in prima linea sul fronte dell’educazione, di uno Stato di diritto.


     

    Silvio Barbata


 

 

 

TAG:  SCUOLA  ASSEMBLEA NAZIONALE  VARESE 

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22 settembre 2010
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