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contributo inviato da team_realacci il 21 gennaio 2011
In Africa due terzi dei terreni arabili scomparirà a causa della siccità entro il 2025, e in Sudamerica il calo delle coltivazioni di frumento, mais, riso, soia, sarà fra il 2,5 e il 5 per cento; in Brasile e Argentina andrà ancora peggio: la flessione per i due paesi più grandi del continente è stimata rispettivamente nel 15 e nel 5 per cento (la soia addirittura del 21 e 42). Questi e altri dati sono contenuti in The Food Gap - The Impacts of Climate Change on Food Production: A 2020 Perspective, un ampio studio realizzato dalla Universal Ecological Fund sulla base dei dati e delle previsioni di IPCC, FAO, e UNICEF, per mettere in relazione il probabile aumento temperatura globale (2,4°) con l’agricoltura.
 
E sarà una relazione assai grigia. Combinato con la crescita della popolazione, l’impatto del cambiamento climatico nella produzione mondiale determinerà un deficit del 14 per cento fra offerta e domanda di frumento – il che vuol dire che 14 persone su 100 non ne avranno. Non vanno meglio il riso (11) e il mais (9). Terrà la soia, ma con qualche eccezione locale, come visto. Secondo il rapporto, la crisi si avvertirà maggiormente nelle aree tropicali e temperate per la riduzione dell’acqua disponibile: pioverà meno, e i terreni (che in molti aree sono sfruttati al massimo) non basteranno o saranno meno fruttuosi.
 
In Europa la situazione è eterogenea: se nel settentrione del continente la produttività agricola dovrebbe aumentare, diversamente nel centro e nel bacino del Mediterraneo sono previste forti riduzioni dei prodotti più caratteristici: vino (Italia, Francia e Spagna impegnano il 30 per cento del mercato mondiale) e olive soprattutto (anche qui tre nazioni, Italia, Spagna e Grecia, conservano il 66 per cento della produzione totale). E a una maggiore resa del frumento in Scandinavia e Mitteleuropa (0,5 e 3,5) si accompagnerà la perdita del 10 altrove.
 
Per esempio in Italia, la cui flessione è calcolata dagli 8,8 milioni di tonnellate del 2008 ai 7,9 del 2020. Idem per il mais (da 9,4 a 8,5) e la soia (da 0,34 a 0,31). I dati vanno interpretati non solo alla luce della presenza diretta sulle nostre tavole dei cereali, ma anche nell’uso che ne viene fatto per quanto destinato all’alimentazione animale (circa il 35 per cento della produzione totale ha questa finalità). Ciò vorrà dire che a subire le conseguenze della flessione da cambiamento climatico saranno pure quantità e qualità di carne e latticini, ovvero i prodotti zootecnici.

Fonte: Terra News
Autore: Alessio Nannini
21 gennaio 2011
TAG:  CLIMA  DEMOGRAFIA  MUTAMENTO CLIMATICO  PRODUZIONE  MONDIALE  FRUMENTO  GRANO  MAIS  RISO  SOIA  SICCITÀ  FAME  IPCC  FAO  UNICEF  THE FOOD GAP  UNIVERSAL ECOLOGICAL FUND 

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