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contributo inviato da team_realacci il 13 dicembre 2010
Lo smembramento del Parco dello Stelvio, svenduto sul piatto della trattativa per il voto di fiducia, è l'inizio della fine delle politiche per le aree protette del nostro paese. Le associazioni ambientaliste italiane dicono no all'accordo siglato nei giorni scorsi dal "Comitato dei 12" e che sarà sottoposto al voto del prossimo Consiglio dei ministri. Club alpino Italiano, Cipra Italia, Federparchi, Lipu, Legambiente, Mountain Wilderness Italia e Wwf Italia hanno scritto una lettera aperta al ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo esprimendo innanzitutto forte preoccupazione per le sorti «di una delle nostre più antiche e celebrate aree protette» e chiedendo sì un processo di riforma dell'ente, ma nel rispetto di tutti i territori e soprattutto dell'unitarietà della configurazione.

I parlamentari coinvolti negano, ma pare che l'affidamento del parco alle Province autonome sarebbe una contropartita adel governo all'astensione, domani al voto di fiducia, del Sudtiroler Volkspartei.  Il partito autonomista altoatesino è all’opposizione, ma dopo una serrata trattativa condotta dal ministro Calderoli sembra che i due deputati sudtirolesi si asterranno, mentre i senatori non parteciperanno al vuoto consentendo così di abbassare il quorum necessario alla fiducia

«Dal 1935 il Parco nazionale dello Stelvio, il più grande dei nostri parchi storici, ha una configurazione unitaria che è sopravvissuta a una guerra mondiale e al riconoscimento delle autonomie speciali per le province di Trento e Bolzano, fino a ricevere uno statuto concordato, nel 1992, grazie alla costituzione di un consorzio di gestione tra il ministero dell'Ambiente, le Province di Trento e Bolzano, la Regione Lombardia. A 75 anni di distanza - scrivono le associazioni -, il Parco custodisce un patrimonio naturalistico e culturale di primaria importanza, di riferimento per l'intera comunità dell'arco alpino e non solo, grazie al successo delle politiche di conservazione che hanno riportato le valli e i crinali a ripopolarsi di specie prima minacciate o estinte».

I sette firmatari non nascondono le difficoltà che il parco ha incontrate negli ultimi decenni, «a causa di decisioni delle regioni e delle province autonome non sempre consapevoli dell'importanza strategica dell'area, del forte ritardo con cui si sta provvedendo all'adozione del Piano del Parco, dei gravi e mai risolti problemi rispetto alla gestione dell'ex Azienda forestale», problemi denunciati a più riprese che però non possono giustificare l'accordo siglato nei giorni scorsi «senza coinvolgere né le assemblee elettive né le parti sociali e nemmeno la Regione Lombardia».

«L'organismo di gestione previsto - sottolineano nell'appello al ministro - non potrà né garantire circa l'appropriatezza dell'attributo di 'Parco nazionale', né assicurare la adeguata rappresentanza di enti locali e portatori di interesse. Questo accordo lede fortemente gli interessi della conservazione della natura nel nostro Paese, senza risolvere alcuno dei problemi con il quale il Parco si dibatte da anni, e senza prefigurare una governance unitaria, efficiente ed efficace. L'accordo si configura come un salto nel buio, che segnerebbe l'avvio di un inesorabile declino per quest'area protetta. L'approvazione da parte del Consiglio dei ministri risulterebbe un atto di inaudita gravità e prevaricazione di principi sanciti da leggi e da norme anche di rango costituzionale».

Da qui l'appello al ministro Prestigiacomo perché il processo di riforma dell'ente, pur auspicabile, si sviluppi «su binari corretti, evitando forzature e gravi violazioni delle competenze e delle attribuzioni del ministero nonché delle Regioni e Province Autonome, avendo come obiettivo il mantenimento del Parco nazionale nella sua configurazione unitaria attraverso un ente autorevole».

Fonte: La Nuova Ecologia
13 dicembre 2010
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