.
contributo inviato da giovisp il 30 novembre 2010

l crollo della Casa dei gladiatori di Pompei ha suscitato un interesse mediatico e politico superiore alle aspettative.

Un interesse che ha precedenti inosservati (uno per tutti: http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-tutela-e-morta-e-di-tutela-si-puo-anche-morire/?printpage=undefined) e che appare strumentale in questo frangente politico. Arrivato addirittura a calendarizzare alla Camera dei Deputati una mozione di sfiducia nei confronti del Ministro per i Beni e le Attività Culturali.

Purché non diventi l'ennesima occasione persa per una politica davvero nuova dei beni culturali.


Si tratta di rimediare ad un fallimento strutturale, la cui responsabilità sta sia nelle scelte dell’attuale governo sia nella scarsa incisività delle azioni politiche degli ultimi 20 anni sia nel generale disinteresse.

I beni culturali non sono considerati una priorità né una risorsa, piuttosto un costoso fardello da decenni e la politica, specialmente ora, mira sostanzialmente a liberarsene, possibilmente guadagnandoci qualcosa (in denaro s’intende).

I beni culturali sono un valore aggiunto, una ricchezza del nostro paese solo a parole da decenni.

Con la politica degli slogan, degli effetti speciali, dei managers e dei commissari si è arrivati al punto di non ritorno.

Lasciamo da parte le ipocrisie. Non è un delitto pensare a mangiare la cultura, non è un delitto considerare la ricaduta in termini economici del patrimonio culturale.

Anche perché quei soldi servono.

Non può e non deve essere una priorità, anzi la priorità.

Sulla scia di un’artificiosa e insensata separazione tra tutela e valorizzazione, è stata totalmente ignorata una banale considerazione, e cioè che se non si conosce e se non si tutela a breve non ci sarà più un bel niente da valorizzare.

Banale considerazione alla quale ne consegue immediatamente un’altra: se non si conosce e non si tutela come si fa a valorizzare?

La valorizzazione dei beni culturali non è, semplicisticamente, la promozione di una merce su un mercato, piuttosto la promozione della conoscenza del patrimonio culturale (art. 6 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio).

E non può essere sufficiente assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica (art. 6 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio) se il contenuto dell’utilizzazione e della fruizione pubblica è vuoto, o svuotato, della sua stessa essenza – la conoscenza.

Ciò, ovviamente, se il fine è ancora quello di promuovere lo sviluppo della cultura (art. 6 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio).

Ed è stato inoltre totalmente ignorato qualcosa di assai meno banale, e cioè che la legge italiana tutela tutti i beni culturali, non soltanto quelli di maggiore rilievo archeologico, storico e, diciamolo pure, commerciale. La legge italiana non tutela soltanto quei beni culturali dai quali è possibile (?) ricavare un eventuale guadagno economico. Li tutela tutti.

E la stessa legge italiana subordina la valorizzazione alle esigenze della tutela: la valorizzazione è attuata in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le esigenze (art. 6, comma 2 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio).

Il punto è che, se vale ancora l’impegno costituzionale a proteggere il patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9 della Costituzione della Repubblica Italiana), se vale ancora l’assunto che la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura (art. 1 Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio), bisogna fare tutto, tutela e valorizzazione e bisogna farlo bene.

Dirò anche di più, la valorizzazione è in se stessa una forma di tutela e non può essere affidata a figure altre rispetto a quelle che si occupano della tutela.

Si fa un gran parlare della necessità di una gestione manageriale. Onestamente questa necessità mi sfugge. Gli incarichi che si vogliono affidare ad un manager li svolgono già i funzionari amministrativi, insieme ai soprintendenti e ai funzionari tecnici (archeologi, storici dell’arte, architetti ecc.).

O meglio, li svolgerebbero se ci fossero.

La diminuzione dei finanziamenti e il mancato ricambio del personale nelle strutture statali sono fatti (non parole) che hanno, nel tempo, logorato un sistema già fragile nei suoi presupposti.

Se la prima mossa è, inevitabilmente, quella di ripristinare finanziamenti sufficienti a rispettare la Costituzione e la Legge, la mossa successiva, e conseguente, non può che essere quella di dotare le strutture dello Stato di un organico adeguato.

Prima di affermare, in modo abbastanza imprudente, che il personale delle Soprintendenze non ha le capacità per gestire l’immenso patrimonio culturale italiano, si dovrebbe metterlo in condizione di lavorare bene, sia per la tutela sia per la valorizzazione.

Che tradotto significa assunzioni.

Una parola delicata –assunzioni- da pronunciare in questo periodo, perché al contrario si stanno riducendo drasticamente gli organici della pubblica amministrazione, per ridurre sprechi e inefficienze, siamo tutti d’accordo, ma a prescindere dalle reali necessità dei diversi settori.

E sperperando denaro in discutibili iniziative come l’istituzione e il mantenimento della società Arcuspolverizzazione dei finanziamenti tra Stato, Regioni, Province e Comuni e chi più ne ha più ne metta, che non ha dato, non dà e non darà buoni frutti, perché la tanto sbandierata collaborazione non è mai o quasi mai tale.

Ho sentito da più parti che in questo stato di emergenza non possiamo permetterci di mandare in pensione “gli uomini di esperienza del Ministero”. Al contrario, con tutto il rispetto per loro e per il loro lavoro, eccezionale nella disastrosa situazione nella quale si sono trovati ad operare, una delle misure più concrete per il rilancio della politica dei beni culturali è proprio lo svecchiamento del personale.

I meccanismi del turn over e della riduzione degli organici hanno, nei fatti e non nelle parole, mortificato il ricambio generazionale e svuotato gli uffici di persone e di competenze. L’esperienza e le capacità del personale che è andato in pensione e che andrà a breve in pensione si sono perse e si perderanno anziché trasmettersi a chi è o sarà chiamato a sostituirlo.

Il punto della situazione è riassunto nel Comunicato stampa del Comitato vincitori e idonei concorso MIBAC 500 (vedi il relativo post).

Sarebbe bello se questa prospettiva, ridare dignità ad un settore che sta morendo partendo dalla sostanza e non dall’apparenza, partendo dalle persone e dalle professionalità e non da annunci di un fantomatico quanto inutile restyling, sia presa in considerazione.


Ma si può fare anche di più. 

Anche nel migliore dei sistemi possibili, è impensabile che le strutture dello Stato dispongano costantemente di personale tecnico sufficiente a far fronte a tutte le esigenze del patrimonio culturale italiano, che –nessuno si stanca di portarlo ad alibi – è immenso.

Il ricorso a collaboratori esterni è una prassi obbligatoria e ormai consolidata delle Soprintendenze svuotate, una risorsa per i beni culturali, che dà lavoro a molti giovani (e meno giovani), ne affina la preparazione di base e dà un supporto indispensabile alle attività di tutela e di valorizzazione dello Stato.

Ma non è regolamentata in modo serio. Oltre ai difetti, ben noti, delle regole sul lavoro precario (comuni a tutti i settori del lavoro) manca, completamente, una serio riconoscimento professionale che consenta agli archeologi di mettere a disposizione dell’amministrazione e del patrimonio le loro competenze e capacità in modo dignitoso, un riconoscimento che stabilisca diritti e doveri in modo inequivocabile.

Ci sono state iniziative in questo senso.

Unilaterali, pasticciate, inadeguate e insufficienti se non offensive e illegittime. Come l'istituzione dell’elenco dei soggetti idonei ad effettuare le indagini archeologiche preliminari alla progettazione delle opere pubbliche, richieste dalla cosiddetta legge sull’archeologia preventiva contenuta nel Codice dei contratti pubblici (DLgs 163/2006, att. 95-96).

Come è possibile che il patrimonio culturale –uno dei più quantitativamente consistenti del mondo, ci fanno continuamente notare- non rappresenti, in Italia, una prospettiva di lavoro, non dico sicura, ma almeno probabile?

Non lo è.

Lo Stato che non può, ovviamente, assorbire tutti potrebbe, però, garantirsi un supporto, esterno ma interconnesso in un sistema equilibrato di diritti e doveri, qualificato, aggiornato e diversificato, prendendo in considerazione l’idea di riconoscerne l’esistenza. 



In tanti anni ormai che sto sulla porta del mondo dei beni culturali è la prima volta che si presenta un’occasione così favorevole a rilanciare la questione.

E non importa se, come ho detto all’inizio, l’interesse è strumentale.

E non importa se l’interesse si sta affievolendo – la questione è minimale ha detto l’On. Bocchino. Sarà minimale per lui. Non per me. Non per il patrimonio culturale. Non per l’Italia.

Se la volontà è quella di ridare una qualche dignità all’Italia, da qualcosa bisogna ripartire.

Perché non da questo? Perché non anche da questo?

Sono state dette e scritte molte parole in questi giorni. Sulla necessità di investire nella cultura, sul valore della cultura ecc. ecc. Servono i fatti. Oggi, non domani. Non è più tempo delle attese.

Forse si può passare dalle parole ai fatti, se non cala, di nuovo, l’irresponsabile e inaccettabile silenzio di sempre.

TAG:  BENI CULTURALI  CULTURA  ARCHEOLOGIA  PROFESSIONE  LAVORO 

diffondi 

commenti a questo articolo 0
informazioni sull'autore
ISCRITTO A PDNETWORK DAL
15 novembre 2010
attivita' nel PDnetwork