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contributo inviato da generosobruno il 25 ottobre 2010

Può non piacere, ma il 16 ottobre, a Roma, c’era un popolo che nelle sue parole – lavoro, diritti, democrazia, legalità e contratto – insieme alla Fiom, ha provato a rilanciare il tema dell’alternativa. E’su quelle parole, quindi, insieme a molte altre, che bisognerà misurare il tema del cambiamento e l’uscita dal berlusconismo.

“Le parole sono importanti”, ricordava Nanni Moretti in uno dei suoi film e la crisi delle sinistre e delle socialdemocrazie europee, la subalternità ideologica, della sinistra e dei suoi leader, all’idea di società che le stesse politiche neoliberiste andavano strutturando, è confermata dall’eviscerazione, dallo svuotamento di senso, di molte delle sue parole. Da troppo tempo, purtroppo, il tema della modernità ha finito con il coincidere con politiche di compressione e di riduzione dei diritti.

E’ di questi giorni, in Francia, il tentativo sarkozista di “riforma” delle pensioni. Ancora una volta, quindi, è con l’uso della parola “riforma” che viene annunciata e promossa l’ennesima aggressione al modello di civiltà europeo.
 
Roma, 16 ottobre 2010 - Foto di Giovanni Rosato.
Roma, 16 ottobre 2010 (foto di Giovanni Rosato).
 
Il capovolgimento semantico di molte delle parole di progresso ha fatto assumere pensieri e caratteristiche, diversi ed opposte, ai suoni del linguaggio, individuando, così, per il logos,una nuova “differenza” ed un’altra realtà specifica.
 
L’assenza delle parole, la mancanza di un lessico, ha, quasi, generato, a sinistra, quindi, la fine di una narrazione e l’abbandono di una speranza.
E’questo il motivo per il quale proteggo, anche nella loro “parzialità” e nella loro “tematicità”, le parole della piazza dei metalmeccanici della Cgil.
 
Per tutti questi anni, la spoliazione del lessico, il rovesciamento di senso delle parole, la sostanziale assunzione, a sinistra, dei modelli economico-sociali dominanti ha contribuito, nella mutazione del lavoro e nel ripiegamento difensivo, ormai trentennale, dei conflitti, a far identificare, purtroppo, come “conservatrici” quelle condotte sindacali che hanno provato a fare argine all’onda liberista.
 
Troppo spesso, nella temperie della crisi delle socialdemocrazie europee, il centrosinistra, pur cogliendo le modificazioni e le alterazioni della natura del lavoro e delle strutture economiche, si è trovato nell’incapacità a proporre programmi politici adeguati al livello delle trasformazioni delle strutture produttive misurando, quasi, la capacità della leadership in base al grado di rottura con il fronte sindacale e con le culture politiche del novecento.
 
Il Partito Democratico, però, non può rinunciare ad essere elaborazione di una nuova cultura politica che non può non trovare nel lavoro un tema ed un profilo identitario. Specialmente oggi, quando chi rappresenta il lavoro è diviso, una “declinazione autonoma” del Pd è utile ad aprire il dialogo sul tema dell’unità sindacale e sulla qualità del profilo dell’alternativa a Berlusconi.
 
E’ inaccettabile, nelle fila dei democratici, il gioco di sponda, tutto ad uso interno, costruito sulle divisioni del sindacato ed ancor di più l’accettazione del paradigma del conflitto tra le generazioni, tra presunti garantiti ed invisibili, tra ipotetici nord ed altrettanto ipotetici sud, secondo cui occorre togliere qualcosa a qualcuno per consegnarla a qualcun altro. Il Pd, invece, ha il compito di ricucire, provando ad unire dove altri dividono, le distanze tra gli interessi sociali ed economici mortificati ed isolati dalla sofferenza della crisi attuale.
E’ questa l’unica via per uscire dal berlusconismo e restituire futuro al Paese.
 

Generoso Bruno

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