.
contributo inviato da giov@nni il 7 ottobre 2010

 

 
Unire questione sociale ed economica. Recuperare la funzione dei partiti e un senso di appartenenza. Uscire dall’autosufficienza. Vivere la politica con umiltà e autonomia che non sia autoreferenzialità. E a Roma il Partito democratico deve valorizzare non i “mostri”, ma i giovani sperimentati sul territorio. Una riflessione per un contributo ai congressi di circolo del Pd dell’autunno 2010.
 
Si apre una nuova stagione congressuale del Partito democratico. Protagonisti saranno i quasi cento circoli della provincia di Pesaro e Urbino. Parleremo di come organizzare il partito per dare il nostro contributo a migliorare l’Italia. Oggi l’immagine del Paese è quella di una realtà stanca e bloccata, incapace di premiare il merito, e di una classe dirigente inadeguata a interpretare un sogno, a dare speranza. L'Italia può fare di più e, forse, si merita qualcos'altro rispetto a un Governo ripiegato su se stesso, nei conflitti d'interesse del suo Premier, e inefficace nell'affrontare le questioni vere del Paese: crisi economica, lavoro, giovani e famiglia. Un Governo lacerato dalle ambizioni personali e diviso sulle cose da fare. Incapace perfino di ammettere la crisi politica al suo interno e “Condannati a stare insieme”, titolava venerdì primo ottobre il quotidiano “Il Giornale” notoriamente vicino alla famiglia Berlusconi, perché “se si va al voto anticipato, sia il premier che l'ex leader di An rischiano la sconfitta”. Intanto il Paese soffre una delle sue crisi economiche più profonde. La politica sembra essere lontana dalla quotidianità delle tante imprese artigiane, alcune tirano avanti mettendo a disposizione i sacrifici di una vita e altre chiudono in un licenziamento silenzioso. I loro problemi non fanno notizia sui giornali perché ognuna ha una dimensione strutturale modesta, ma insieme hanno un grande numero: rappresentano la stragrande maggioranza del tessuto economico industriale italiano. Occorre andare dentro le aziende per rendersi conto della situazione, oppure nelle mense operaie che registrano un calo considerevole di presenze. Quelle che il venerdì potrebbero anche rimanere chiuse perché la settimana si è accorciata anche per coloro che un lavoro ancora riescono ad averlo. O più semplicemente basterebbe entrare in un supermercato per capire che le famiglie rinunciano perfino al consumo degli alimenti primari. Nei centri della Caritas, poi, si registra un aumento degli aiuti erogati e le case di prima accoglienza per i “senza tetto”, anche nel nostro territorio, dicono di avere in sei mesi le presenze che in periodi passati avevano nell'arco di un anno. E per la prima volta cambiano registro: non solo immigrati ma soprattutto italiani. L'emergere delle nuove povertà è la frontiera nella quale la politica sarà chiamata a lottare nel tempo che viene. Di fronte a questa situazione il Governo inscena un teatrino del paradosso. Inizialmente non riconosce lo stato di crisi definendola “psicologica”. Poi si affida a provvedimenti che hanno sprecato tempo e risorse, come il “finto-salvataggio” di Alitalia. L’Italia di Berlusconi è il Paese del paradosso. Quella dei tagli in busta paga al costo degli straordinari quando il lavoro non c'é. Quella capace di non far pagare l'Ici ai redditi alti, compresi i parlamentari, ma poi le entrate minori ricadono sulle fasce più deboli. Quella che parla di equità sociale in un Paese nel quale l'evasione fiscale è tornata a crescere. I federalisti che nella manovra economica aumentano la spesa centrale e diminuiscono invece gli investimenti per i territori, tagliando risorse ai servizi ai cittadini. Non si è mai vista una cosa del genere ben mascherata dietro un gioco delle apparenze. La missione del Pd è quella di esserci, nell’affrontare la priorità del lavoro, salvaguardare la democrazia, stare dalla parte dei piu’ deboli, ridare credibilità alla politica e rinnovare la classe dirigente per cambiare il Paese.
In questo c’è il compito delle nuove generazioni, ovvero ridurre la distanza tra politica e società. Da qui dobbiamo ricominciare. Nell'impegno di avvicinare la gente ai partiti che non sono certamente il tutto ma rappresentano una parte importante per la democrazia. Promuovere una nuova stagione di partecipazione che significa stare nei problemi e nelle aspettative della gente.  Costruendo attorno ad esso un nuovo valore di appartenenza con il tesseramento che sia capace di parlare non solo “a chi si impegna” ma “a chi ci crede” in un’altra Italia. Per fare questo occorre unire la questione sociale alla questione democratica. Nel luglio del 1970 Sandro Pertini, allora Presidente della Camera dei Deputati, partecipò ad una manifestazione a Sant'Angelo in Vado (Pesaro-Urbino) e durante il comizio ricordava: «La libertà per se stessa può ridursi a una conquista facile, ma di fronte all'ondata fascista si dimostrò una conquista fragile». E poi aggiunse: «Se noi vogliamo che la libertà diventi una conquista duratura, una conquista solida che possa resistere a tutti i venti di tempesta noi dobbiamo dare a questa libertà un contenuto economico e sociale. Per noi la libertà non può andare mai disgiunta dalla giustizia sociale, come la giustizia sociale non può andare disgiunta dalla libertà».
C'è una questione democratica che oggi trova nel berlusconismo il terreno dove mettere le radici ma si è aperta per altre ragioni, alcune delle quali proviamo a recuperarle grazie a questo autunno congressuale. La nascita del populismo di destra ha coinciso con la crisi profonda del ruolo dei partiti. Cioè nella perdita della loro funzione di essere lo strumento capace di unire le istituzioni con la società. In una certa fase si è pensato di colmare la mancata adesione alla vita politica con il semplice rapporto personale. Dentro quella logica, diffusa anche nel centro sinistra, in cui le troppe discussioni interne ai soggetti politici sembravano portare a un rallentamento dell’azione amministrativa. In fondo, ciò che serve, sostenevano alcuni, per un risultato proficuo al partito è amministrare. Una considerazione anche legittima fino al momento in cui viene giudicata una parte importante, ma diviene sbagliata quando è considerata il tutto. La semplice gestione ordinaria non entusiasma gli animi, mentre una buona politica è capace di far battere il cuore. Motivare e dare un senso di appartenenza. Se non c'è politica, un progetto a lungo termine, non c'è nemmeno un'identità capace di farsi riconoscere e raccontarsi. E' emblematico di ciò il risultato delle recenti votazioni. Nello stesso giorno di elezione per diversi livelli istituzionali, i cittadini scelgono sempre piu’ nelle diverse schede partiti e coalizione differenti. Nel 2008 in molti casi c’è stato un voto diverso per le comunali, uno per le provinciali e un altro per le europee. In questa profonda frattura del ruolo dei partiti si è radicata la cultura populista del nostro tempo. Non è un caso che i democratici abbiano mantenuto nel nome il termine “partito” e la destra abbia scelto “popolo”. Carlo Galli in un splendido editoriale per “Repubblica” scrive: «Che un partito si definisca “popolo” significa, tendenzialmente, tutto ciò: questo superamento della democrazia costituzionale verso la democrazia demagogica e populista; questo modo sbrigativo ed emotivo di dire “Noi”, con una pretesa di totalità e di esaustività che rende impossibile ogni dialogo e ogni dialettica con gli altri; questa delegittimazione dell’avversario politico come “anti-italiano” (ovvero, nemico del popolo); questo culto della personalità, e lo speculare culto del popolo, alimentati, in un circolo vizioso, dal Capo e dalla sua creatura». Una degenerazione di significato della democrazia su cui Antonio Gramsci già rifletteva in “Note sul Macchiavelli”, all'interno dei “Quaderni dal carcere”, provocata dalla “crescente difficoltà di formare i governi e nella crescente instabilità dei governi stessi” originata dalla “immediata moltiplicazione dei partiti parlamentari”. Ma anche di un modo di interpretare la vita democratica all'interno dei partiti: «Ogni frazione di partito crede di avere la ricetta infallibile» - scrive Gramsci - «per arrestare l'indebolimento dell'intero partito, e ricorre a ogni mezzo per averne la direzione o almeno partecipare alla direzione, così come nel Parlamento il partito crede di essere il solo a dover formare il governo per salvare il Paese». Considerarsi il tutto. E' lo spirito dell'autosufficienza la chiave del populismo che vivrà molto di più degli stessi populisti.
L'impegno di una nuova generazione avrà senso nella misura in cui la sua attività avrà un peso nel determinare la storia di un Paese, cominciando a farsi sentire nella vita dei partiti e orientando la loro missione. Quella attuale, in sostanza, è ridare credibilità alla politica. Una nuova classe dirigente credibile si riconosce anzitutto nella passione di vivere l'impegno mettendosi al servizio della collettività, facendo squadra. Ciò significa capire di essere una parte importante, perché ognuno lo è essendo portatore di una storia e sensibilità unica; ma senza mai considerarsi il tutto. Altrimenti l’unico prodotto sarebbe quello di avere festival della presunzione: noi serviamo, gli altri rottamiamoli. E' una questione di umiltà. Con la quale si partecipa con piena coscienza, consapevolezza e responsabilità ai problemi del proprio tempo per risolverli. Vivere la politica tra la gente sempre e non solo quando è ora di chiedere il voto, diventa oggi un tratto distintivo. Prendendo da esempio anche alcuni tra i modi di vivere la politica, a contatto con la gente, tipici dei grandi partiti del passato evitando una lettura nostalgica fuori tempo, ma attualizzandoli per farli vivere oggi. I valori di cui il Pd è portatore possono sembrare antichi: la giustizia, la coesione sociale, la solidarietà, l’uguaglianza, la tolleranza, il sacrificio nel lavoro, l’onestà. Sono antichi ma altrettanto veri e per questo senza tempo. Allora, fare politica significa condividere e trasmettere  esperienze. Le generazioni, infatti, nascono le una dalle altre e per ognuna di essa vivere significa impegnarsi su due fronti. Da un lato, nel ricevere quello che è stato vissuto dalla precedente, custodendolo come patrimonio indissolubile. Indispensabile per migliorare il futuro, tanto per valorizzare le cose fatte bene, quanto testimoniando quelle non giuste perché anche gli errori,una volta conosciuti, potranno aiutare un domani a fare meglio. L'altro fronte consiste nel lasciare correre la spontaneità giovanile. In una sana autonomia di pensiero che, però, non sia autoreferenzialità. L'autonomia non è il “pensare in solitudine” senza ascoltare nessuno. E' proprio l'esatto opposto: un giovane cresce autonomo rispetto ai meccanismi di cooptazione della classe dirigente nella misura in cui è capace di stringere relazioni nel proprio territorio. Quando cioè diventa punto di riferimento per la popolazione. I giovani nei partiti non devono avere come valore la «fedeltà» nei confronti di qualcuno per avere qualcosa, perché questo atteggiamento alimenta la mediocrità. E' stato così per molto tempo, forse troppo. Quello di cui c'è bisogno è di «lealtà»: rispettare le idee, giuste o sbagliate, ma l'essenza è nel coraggio di portarle avanti mettendole al di sopra di qualsiasi rendita di posizione. E' l'unica strada per un rinnovamento che si fonda sul merito. Forse quello di cui della recente politica bisogna lasciarsi alla spalle è l’idea che una nuova generazione ha sostanza unicamente se è capace di apparire ed essere “mediatica”. Questo ha già prodotto dei mostri ad uso consumistico dei mezzi dell’informazione. Tali figure dopo l’effetto mediatico spariscono nel dimenticatoio. Una nuova classe dirigente cresce nella capacità di incidere nelle scelte della vita dei partiti. Pertanto servono meno “fighetti” e piu’ giovani disposti a fare la gavetta, piu’ persone che invece di puntare il dito invece vogliono dare una mano. E se oggi c’è spazio per i mostri è perché bisogna riconoscere che siamo ancora troppo indietro sul piano nazionale nel rinnovamento. Per andare avanti il Partito Democratico, nella figura del Segretario Pierluigi Bersani, deve far emergere i tanti giovani impegnati nelle amministrazioni e nei ruoli determinanti di partito a livello locale, creando un organismo composto dalle migliori espressioni del rinnovamento generazionali sperimentati nei territori. In un periodo nel quale l'immagine conta più della sostanza, dove si cerca di apparire quello che non si è, il tratto distintivo del Partito Democratico è quello di restituire l'immagine di quello che siamo. Attraverso l’unità di garantita da un Segretario che vuole interloquire con una voce al plurale e non una pluralità di voci al singolare. La maturazione di questo percorso sono le giovani esperienze dei territori e la valorizzazione dei Circoli nelle scelte decisionali: l'espressione del più grande partito del lavoro volontario e della passione civile, dove il parlare coincide col nostro essere.

 

 

TAG:  POLITICA  PD  BERSANI  GRAMSCI  GIOVANI  AUTONOMIA  PERTINI  SANT'ANGELO IN VADO  MARCHE  RINNOVAMENTO  PESARO  UMILTÀ  URBINO  CREDIBILITÀ  CRISI ECONOMICA 

diffondi 

commenti a questo articolo 0
commento di maxim11 inviato il 8 ottobre 2010
Ridare credibilità alla politica? Cominci il PD a spiegare come ha votato per ridurre la pensione dei parlamentari proposta dall' IDV.
Su 525 parlamentari 498 hanno votato contro. Complimenti al PD! Merde!














commento di scompala inviato il 8 ottobre 2010
W VENDOLA CANDIDATO PREMIER
TUTTI GLI ALTRI COLLUSI E NON A CASA !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
informazioni sull'autore
ISCRITTO A PDNETWORK DAL
10 febbraio 2008
attivita' nel PDnetwork